Nel nome di Paolo. ‘’Le tre vie di salvezza di Paolo l’ebreo’’

Un libro cerca di riscattare l’apostolo delle genti da una lunga tradizione che lo vuole campione di intolleranza e addirittura ostacolo al dialogo tra le religioni.

Per lungo tempo Paolo di Tarso è stato considerato un campione di intolleranza e addirittura un ostacolo per il dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani: sul suo pensiero complesso e sul suo carattere polemico hanno spesso fatto leva posizioni caratterizzate da pregiudizi e discriminazioni che hanno raggiunto l’apice nella tragedia dell’Olocausto.

Ma fu questo il vero Paolo?

«C’è ancora spazio per recuperare l’autenticità del suo messaggio, testarlo con il fuoco della critica storica e vedere se il problema non sia piuttosto quello di riscattarlo da una lunga tradizione di intolleranza?» (p. 13): è questa la domanda che muove Gabriele Boccaccini nel volume Le tre vie di salvezza di Paolo l’ebreo, pubblicato di recente per i tipi di Claudiana (pp. 261, euro 24,50).

Dopo aver presentato le principali critiche alla visione tradizionale di Paolo, l’A. si colloca all’interno della “Nuova Prospettiva” sull’ebraicità di Paolo, inaugurata alla fine degli anni ’70 del secolo scorso: il Paolo critico implacabile del legalismo ebraico non fu la sua reale voce storica, ma la rilettura anacronistica alla luce della controversia tra protestanti e cattolici nella Riforma del XVI secolo.

Da un punto di vista storico Paolo non fu semplicemente un ebreo, fu il leader di un particolare movimento giudaico che si sviluppò nel giudaismo policentrico del Secondo Tempio (597 a.C-70 d.C) e che solo gradualmente e successivamente diede origine a una religione separata. All’interno di questi giudaismi affondano dunque le radici sia il cristianesimo sia l’ebraismo rabbinico che si svilupparono parallelamente.

Ricollocare Paolo all’interno dei giudaismi del Secondo Tempio, significa, secondo l’A., fare spazio a un potenziale ermeneutico inedito che ha notevoli ricadute sull’atmosfera di intolleranza che caratterizza il nostro tempo e sul dialogo interreligioso su più versanti auspicato e ricercato.

In questa prospettiva alcune considerazioni cui approda l’A. appaiono sicuramente rimarchevoli: «Paolo non si è mai convertito […] L’esperienza trasformativa che egli ebbe in seguito alla “rivelazione” sulla via di Damasco alterò radicalmente la sua vita e il suo modo di comprendere l’ebraismo, ma non dovrebbe mai essere definita una conversione» (pp. 61-62).

Paolo non abbandonò l’ebraismo, ma si unì al movimento giudaico di Gesù: abbracciò così la sua visione apocalittica dell’origine del male, intesa come una conseguenza della ribellione delle forze demoniache, e con i seguaci di Gesù condivise l’idea che il Messia era già venuto.

Per Paolo, come per i Vangeli sinottici, Gesù è il Signore, non Dio: «È un Messia creato, distinto e subordinato a Dio […] La sua missione terrena è quella di essere l’agente del perdono divino, venuto per giustificare i peccatori che si pentono» (p. 152).

Infine, un altro aspetto su cui l’A. insiste è relativo alla differenza tra giustificazione e salvezza, termini che sono stati identificati erroneamente nella tradizione cristiana: il primo per Paolo è da intendere nel senso di “perdono e purificazione dai peccati”, il secondo è il risultato del giudizio finale legato alle opere di ciascuno.

Coerentemente con queste premesse, l’A. giunge a definire Paolo come un araldo della misericordia di Dio verso i peccatori: sarebbe questo il messaggio autenticamente paolino, deformato dall’interpretazione di Agostino e di Lutero.

In questa prospettiva l’A. approda all’affermazione più rilevante dell’intero volume, che dà ragione anche del titolo: «Cristo non è né l’esclusiva via di salvezza offerta a tutta l’umanità, né una secondaria via di salvezza offerta ai soli gentili accanto alla Torah data agli ebrei. Piuttosto, Cristo è la via di salvezza offerta specificatamente ai peccatori (ebrei e gentili allo stesso modo), che sotto il domino del peccato (Rom. 3,9) non sono riusciti a vivere secondo la Torah e la legge naturale, che Dio nella sua grazia ha dato rispettivamente agli ebrei e ai gentili come vie efficaci di salvezza per i giusti» (p. 228).

Un libro su una figura complessa e controversa come Paolo non può che essere a sua volta complesso e controverso. Alcune osservazioni e conclusioni potranno suscitare perplessità, dubbi e contestazioni, ma ciò fa parte del cammino della ricerca, che, quando è autentica, rifiuta per natura di essere definitoria e dogmatica.

 

 Alessandro Capone – Università del Salento

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