Moro, 45 anni dopo le Idi di Marzo. La verità assente: troppe coincidenze e tanti misteri ancora tutti da spiegare

Per gli immemori, per gli indifferenti, per chi sa ma ne vorrebbe sapere di più, per chi non si accontenta di vulgate di comodo, per chi non vuole dimenticare un Grande Italiano, stimato e criticato in vita e ora imbalsamato in immagini stereotipate, compresa quella della Renault rossa. Intanto molti giovani ne studiano il pensiero politico, la sua visione del valore della persona, nelle scuole, nelle Università. Ne scoprono la figura di docente, di giovane Costituente che dialogava con Nenni, Togliatti, Calamandrei, Croce. Questo è un racconto che cerca di ricostruire una pagina terribile della nostra storia nazionale e non solo, con l’indicazione di varie fonti bibliografiche e documenti.

La sera del 15 marzo 1978 il capo della DIGOS, Domenico Spinella, si recò da Aldo Moro per organizzare un servizio di vigilanza presso lo studio del presidente della DC sito in via Savoia a Roma. Lo stesso Spinella decise che tale servizio sarebbe iniziato due giorni dopo, il 17 marzo 1978. Ma la mattina del 16, mentre si recava alla Camera, Moro sarebbe stato rapito con l’esito che conosciamo. La mattina del 16 l’allarme viene diramato dalla questura di Roma alle ore 09:02. Ma Emidio Biancone, autista del capo della DIGOS Domenico Spinella, ha più volte dichiarato – in tre interrogatori separati – che a quell’ora stava già correndo sul luogo dell’agguato con la Alfasud targata S88162 e Spinella a bordo. L’auto esce dalla Questura di Roma “poco dopo le 08:30”. Prima dell’allarme generale … ma quasi mezz’ora prima dell’agguato. (0)

La relazione di Spinella al Questore di Roma arriverà con tutta calma il 22 febbraio 1979, cioè quasi un anno dopo. È solo uno dei tanti, tantissimi misteri del sequestro Moro.

  1. LA VICENDA ALDO MORO: QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI TACE, di Antonio Giangrande – pag. 225 e seguenti

 Il quadro politico.

Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro fece il suo ultimo discorso pubblico in cui offrì ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione politica. Moro partì dalla considerazione che le elezioni politiche del 1976 avevano visto due vincitori, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano (il quale aveva superato il 34 % dei suffragi)  e che vista la disponibilità del PCI era necessario «trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato».

Il momento era politicamente cruciale perché il PCI si apprestava a sostenere dall’esterno il quarto governo Andreotti, diventando solo parte della maggioranza. Anche con queste particolari caratteristiche il sostegno comunista rappresentava una grossa novità, trattandosi della prima occasione dopo la crisi del maggio 1947, quando De Gasperi, su pressione del segretario di Stato americano George Marshall e dell’ambasciatore James Clement Dunn, aveva escluso i ministri socialisti e comunisti dal governo allora in carica.

Dopo il difficile percorso del governo delle astensioni (Andreotti III, dal luglio 1976 al 13 marzo 1978) il PCI si avvicinava alle stanze del potere suscitando, in determinati ambienti, anche grandi timori. Il primo promotore di questa operazione politica era Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che aveva dovuto superare molte difficoltà e fortissime pressioni internazionali.

Il governo Andreotti IV nasceva come monocolore democristiano, ma era il risultato dei contatti e dei rapporti che Moro aveva intrattenuto con il segretario del PCI Enrico Berlinguer, assieme al quale aveva sviluppato la formula politica delle larghe intese a partire dall’antica idea morotea delle convergenze parallele (quest’ultima espressione fu coniata da Eugenio Scalfari) che sul lungo periodo avrebbero portato la Democrazia Cristiana ad un incontro con la sinistra.

Il sostegno democristiano al governo delle larghe intese era passato attraverso il voto di una lunga e combattuta assemblea congiunta dei parlamentari democristiani, tenutasi dal 28 febbraio al 1° marzo 1978. Nel corso della prima giornata si erano consumati duri scontri tra le varie correnti democristiane; la situazione iniziò a distendersi quando Moro fece il suo ultimo discorso pubblico ai gruppi parlamentari (vedi sopra) lanciando inoltre un appello all’unità interna del partito contro ogni possibile alleanza tra i gruppi sconfitti da Zaccagnini all’ultimo congresso e la destra di Fanfani, e lodando il lavoro di ricomposizione svolto da Andreotti. Gli ordini del giorno presentati in assemblea furono ben quattro, ma alla fine la direzione nazionale DC decise di appoggiare il governo in fase di formazione; l’opposizione interna alla fine accettò questo orientamento, ma ponendo limiti e paletti alla libertà di manovra del futuro governo.

Oltre alle resistenze interne al suo partito il presidente della DC aveva dovuto cercare di superare vari contrasti con altre forze politiche, anche con il PCI che aveva sollevato obiezioni sulla composizione del IV governo Andreotti. Berlinguer, infatti, aveva chiesto l’esclusione dal governo di taluni esponenti decisamente anticomunisti oltre alla designazione di qualche tecnico, mentre altri dirigenti del partito faticavano ad accettare l’idea del sostegno parlamentare ad un governo che era pur sempre un monocolore democristiano. Per fare un esempio, Giancarlo Pajetta dichiarò che non avrebbe partecipato alla votazione, ma i perplessi come lui erano numerosi. Alla fine si decise per un compromesso, con i parlamentari comunisti che si riservavano formalmente la libertà di voto per decidere sul da farsi solo dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera.

Il sequestro annunciato

Il giornalista Mino Pecorelli, titolare dell’agenzia di stampa Osservatore Politico (OP) il giorno prima del rapimento pubblicò un criptico articolo in cui faceva riferimento alle Idi di marzo (data dell’ assassinio di Cesare) ed al prossimo giuramento del governo Andreotti, parlando anche di un nuovo Bruto. Pecorelli, uomo informatissimo con molte entrature nei servizi segreti, seguì tutta la vicenda del sequestro Moro anche dopo il tragico epilogo, facendo anche riferimento in più occasioni al Memoriale Moro ben prima del suo ritrovamento.

La mattina di quel 16 marzo Renzo Rossellini diede la notizia del sequestro Moro dai microfoni di Radio Città Futura con circa tre quarti d’ora di anticipo.

Rossellini era una figura ben nota e ben seguita della politica e della comunicazione romana, ed il vice questore Umberto Improta lo conosceva personalmente. Radio Città Futura e Radio Onda Rossa trasmettevano le dirette radio di tutti i cortei del Movimento del ‘77 a Roma, che erano seguitissime non solo dal pubblico ma anche dal Ministero dell’Interno che registrava costantemente le loro trasmissioni. Stranamente la magistratura venne informata della “anticipazione” di Rossellini con inspiegabile ritardo, e precisamente solo il 27 settembre 1978 in seguito alle rivelazioni del settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Resta il fatto che al momento di depositare in tribunale le bobine di quel fatidico 16 marzo esse erano stranamente monche, per cui la frase di Rossellini non si poteva più ascoltare.

Secondo Vittorio Fabrizio, funzionario della Digos interrogato dalla Commissione Moro, è impossibile che la mattina di quel fatidico 16 marzo la “anticipazione” non sia stata ben ascoltata e “non sia stata portata subito a conoscenza del dirigente dell’ufficio politico”, che in quel momento era proprio Domenico Spinella, di cui abbiamo già parlato.

Una decina di anni dopo, in un’intervista per il programma di Raiuno La notte della Repubblica, Rossellini dichiarò che il suo coinvolgimento nelle indagini sul sequestro Moro era stato determinato da un fraintendimento di fondo, sorto dalla testimonianza di una domestica dell’allora senatore democristiano Vittorio Cervone. Secondo tale ricostruzione la donna aveva inizialmente dichiarato al senatore di aver appreso del rapimento dello statista democristiano ancor prima che avvenisse realmente, e ciò solo ascoltando la radio; secondo Rossellini si trattava molto probabilmente solo della divulgazione di una sua analisi politica, che ipotizzava un’azione delle BR considerata molto probabile. (1)

(1. la vicenda è così ricostruita nella voce Radio Città Futura consultabile su wikipedia)

Bisogna ricordare che il senatore Vittorio Cervone, personaggio molto qualificato, per tutta la durata del sequestro rimase sempre vicino alla famiglia di Moro e lottò fino alla fine per ottenerne la liberazione, purtroppo senza successo. Cervone, più volte sottosegretario, dedicò alla vicenda anche un libro (Ho fatto di tutto per salvare Moro), ma la sua generosa determinazione gli costò cara ed egli non fu più ricandidato.

 

 

Il sequestro, la scelta della data e la strage della scorta

La mattina del 16 marzo 1978 la Fiat 130 di servizio su cui viaggiava Aldo Moro fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un gruppo di armati di cui facevano parte esponenti delle Brigate Rosse.  L’azione fu breve e violentissima, i brigatisti uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (il maresciallo Oreste Leonardi e l’autista Domenico Ricci) oltre a colpire i tre poliziotti sull’Alfetta di scorta (Giulio Rivera morì subito, Raffaele Iozzino riuscì ad uscire per rispondere al fuoco ma cadde colpito dai brigatisti, Francesco Zizzi cessò di vivere qualche ora dopo all’ospedale), per poi sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana.

Secondo la versione “ufficiale” dei brigatisti rapire Moro sarebbe stato una seconda scelta; il bersaglio iniziale – il condizionale in questo caso è veramente d’obbligo – sarebbe stato Giulio Andreotti, che però a quanto sembra risultava troppo protetto. È tutto molto strano perché Andreotti, sempre molto mattiniero, si alzava prestissimo per andare a messa senza scorta recandosi poi da solo in ufficio.

Valerio Morucci, uno dei principali dirigenti della colonna romana delle BR, nel suo libro La peggio gioventù (anno 2004) scrisse di avere valutato, in una prima fase, un’azione per rapire Moro nella Chiesa di Santa Chiara dove il presidente si recava quasi ogni mattina per la messa. Tale ipotesi venne accantonata per evitare di coinvolgere terze persone, per cui l operazione venne organizzata diversamente.

Va ricordata anche la testimonianza della vedova del maresciallo Leonardi, secondo la quale quasi tutte le mattine prima di recarsi in ufficio Moro andava a passeggiare allo Stadio dei Marmi assieme al suo fidato caposcorta. Si tratta di un luogo dove un rapimento sarebbe stato facilissimo, ma – altra stranezza – la circostanza era sfuggita a molti.

A sentire i brigatisti persino la scelta della data (teniamo ben presente che il 16 marzo il governo Andreotti si presentava alle Camere) sarebbe stata casuale. Nel corso di un processo davanti alla Corte d’appello di Roma Valerio Morucci dichiarò che «l’organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c’era certezza, avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c’era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione, sperando, dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte queste persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme».

Quanto dichiarato da Morucci sulla data del 16 marzo come ipotesi da verificare è, ancora una volta, piuttosto strano. Da quanto risulta l’azione era stata preparata con cura, ad esempio forando con un punteruolo nella notte precedente tutte e quattro le gomme del Ford Transit appartenente ad Antonio Spiriticchio, fioraio ambulante, per impedirgli di parcheggiare in via Fani angolo Via Stresa come faceva ogni mattina. Lo stesso Morucci, successivamente, avrebbe dichiarato di avere agito in tal senso per motivi umanitari al fine di evitare che il fioraio potesse essere colpito nel corso dell’azione armata. (O forse anche per scoraggiare la presenza di un testimone che sarebbe potuto essere utile alle indagini? NdR)

Il ruolo di alcune automobili nel sequestro Moro

Per quanto possa sembrare una coincidenza stranissima qualcuno ha anche rilevato (2) che quel mattino, al posto del furgone di Spiriticchio, sulla destra era mal parcheggiata a circa 80 cm dal marciapiede una Mini Clubman Estate 1100, targata Roma T50354 nella disponibilità di tale Patrizio Bonanni, uno dei fondatori della società Poggio delle Rose che in quel periodo viveva nella palazzina di via Fani 109.

La Mini Clubman così posizionata avrebbe reso difficile ogni tentativo di manovra o di fuga alla 130 di Moro nel corso dell’assalto. Essa risultava intestata alla già citata società Poggio delle Rose, costituita “con atto del notaio Vittorino Squillaci, già funzionario del Ministero dell’interno, poi notaio di fiducia dei servizi segreti” (Gero Grassi, durante la seduta dell’8 luglio 2015 della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro). La Poggio delle Rose faceva capo alla Fidrev Srl, che a sua volta faceva capo alla Immobiliare Gradoli spa la quale aveva interessi negli immobili di via Gradoli 96 e 75. Va ricordato che in via Gradoli, proprio al civico 96, venne scoperto un covo delle BR, mentre il box-auto del civico 75 veniva usato dai brigatisti. Fidrev e Gradoli sono quasi una cosa sola, giacché “dal finire del 1973 il consiglio di amministrazione della Fidrev era composto dalle stesse cariche che figurano nel consiglio di amministrazione dell’Immobiliare Gradoli spa”.

Citiamo testualmente da “Le Mini che uccisero Aldo Moro”, un articolo molto interessante di cui riportiamo i riferimenti in nota:

“Gli interscambi di personaggi tra la Fidrev e la Gradoli venivano pure indicati in una relazione del capo della polizia Fernando Masone, rivelata dal libro Il Covo di Stato di Sergio Flamigni:

“[la Fidrev srl] era a sua volta controllata dall’immobiliare Gradoli, nella quale sindaco supplente, dal giugno 1977, era tale Gianfranco Bonori, nato a Roma il 26-7-52. Il Bonori, dal 1988 al 1994, ha assunto l’incarico di commercialista di fiducia del Sisde, subentrando alla Fidrev. […]”.

Inoltre sia la Fidrev che la Gradoli spa ebbero sede a piazza della Libertà 10. Anche la Immobiliare Poggio delle Rose ebbe sede al numero 10 di piazza della Libertà. Il fatto che la Poggio delle Rose ebbe, per un certo periodo, la medesima sede della Fidrev, sarebbe sospetto e in tanti hanno dedotto da questo la connessione Poggio delle Rose-Sisde”. (2)

(2.  Le Mini che uccisero Aldo Moro )

Per quanto concerne invece il noto tema della vettura blindata mai assegnata a Moro circa un anno fa molti documenti sono stati desecretati dalla Commissione per la biblioteca e archivio storico del Senato, di cui era presidente il senatore Pd Gianni Marilotti.

Tra questi riveste particolare importanza la relazione del Servizio segreto militare (Sismi), predisposta nel 1979 per la prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. In tale relazione si legge che il maresciallo Leonardi, caposcorta di Moro, avrebbe tra le altre riferito che circa un mese prima dell’attentato due motociclisti armati avevano affiancato l’auto del presidente della DC; tale circostanza era ben nota, ma nessun brigatista la aveva mai collegata con i preparativi del sequestro.

La relazione del Sismi riferisce altresì che «il maresciallo Leonardi dopo tale fatto avrebbe chiesto, senza precisare a quale organo, di avere un’altra auto di scorta in rinforzo, ed una vettura blindata per il parlamentare». Ma l’auto blindata non fu mai assegnata ad Aldo Moro.

Il lavoro di desecretazione avviato dalla commissione della biblioteca del Senato, grazie al quale è oggi possibile leggere questo documento del Sismi, è solo all’inizio: «Passati i cinquant’anni dall’evento – ha spiegato il presidente Marilotti – le carte classificate possono essere coperte solo dal segreto di Stato, il resto lo renderemo fruibile». (3)

(3. Rapimento di Aldo Moro, le carte desecretate della commissione d’inchiesta: la richiesta di un’auto blindata pochi mesi prima, di Giovanni Bianconi – Corriere della Sera, 16 marzo 2022)

Resta il fatto che Eleonora Moro, sentita il 1°agosto del 1980 dalla commissione parlamentare d’inchiesta, avrebbe confermato la circostanza aggiungendo: “Alle mie insistenze ripetute e reiterate, veramente fino ad essere opprimente (e qualche volta, ripensandoci ora, un pochino me ne dolgo, ma d’altra parte …) la risposta di mio marito, quando gli chiesi come fosse andata la vicenda circa la cosa che lo avevo tanto pregato di fare, fu che gli era stato risposto che mancavano i fondi”.

In un riepilogativo della prima Commissione d’inchiesta sempre sul caso Moro, si legge che “a proposito dell’auto blindata la Commissione si è trovata di fronte a due verità inconciliabili, quella di Andreotti e Cossiga da un lato e quella della signora Moro e dei figli dall’altro. Dall’onorevole Cossiga è stata affacciata l’ipotesi che Aldo Moro non abbia mai richiesto l’auto blindata e abbia poi detto alla moglie di averla chiesta e di non averla ottenuta per ragioni di bilancio. È un’ipotesi in linea teorica plausibile, ma che la signora Moro ha respinto con forza, affermando che sarebbe stata in netto contrasto con le abitudini del marito. (4)

(4. Il sequestro Moro ed i dubbi della Commissione d’inchiesta sull’auto blindata. Sito Marco Barone, 21 aprile 2015).

La mancata concessione della vettura blindata a Moro assume particolare rilevanza visto il momento di estrema tensione politica.

Infatti nella  relazione del Sismi si legge che «in relazione alla possibilità che in concomitanza con l’apertura del processo di Torino, fissato per il 3 marzo 1978 a carico di Curcio e altri terroristi, le Brigate Rosse effettuassero atti di terrorismo in Italia o all’estero con il concorso di elementi stranieri come la banda Baader Meinhof o l’Armata rossa giapponese o gruppi estremisti palestinesi o arabi, o altre cellule internazionali, il 15 febbraio 1978 il Servizio aveva provveduto ad allertare tutta la propria rete informativa nazionale e internazionale e i servizi collegati».

Ed infatti il 18 febbraio il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SID e poi del SISMI in Libano nel periodo della guerra civile, in un suo rapporto fa riferimento ad una segnalazione acquisita da un appartenente all’organizzazione palestinese Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina guidata da George Habbash, suo contatto abituale. Secondo tale confidenza era da ritenersi possibile nel prossimo futuro un’azione terroristica di notevole portata che stava per scattare in Italia. La segnalazione da Beirut è ben documentata con intestazione “Ufficio R, reparto D, 1626 segreto”, provenienza “fonte 2000”.

Come si è svolto l’assalto? Quanti furono i partecipanti? Tante domande… senza riposta.

Secondo quanto emerso dalle indagini giudiziarie, all’azione avrebbero partecipato 11 persone, ma il numero dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio, come anche la loro identità.

Anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie e su più punti smentite dai fatti, come ad esempio quando sostenevano che solo nove persone avrebbero partecipato all’agguato e di queste solo cinque avrebbero fatto fuoco.

Ma procediamo un passo alla volta. La mattina del 16 marzo intorno alle 8.55 l’auto di Moro e quella della scorta lasciarono l’abitazione in via del Forte Trionfale 79 per imboccare via Trionfale verso la chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, dove come abbiamo detto Moro era solito recarsi.

L’agguato scattò circa sette minuti dopo quando le due auto svoltarono a sinistra da via Trionfale in via Fani. Qui Rita Algranati, nota come compagna Marzia e moglie di Alessio Casimirri, si era appostata all’angolo fra le due strade sollevando un mazzo di fiori per segnalare a Moretti, Lojacono e al marito Casimirri il passaggio del corteo. Ciò fatto la Algranati salì su un motorino e fuggì.

I quattro brigatisti armati, con indosso uniformi Alitalia, circa un quarto d’ora prima avevano preso posizione all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa nascondendosi dietro le siepi di fronte al bar Olivetti, locale in liquidazione situato di fronte allo stop dell’incrocio. Il bar a quanto sembra quel 16 marzo doveva essere chiuso, ma tale circostanza molti anni dopo verrà contestata e si inizierà a parlare anche degli strani rapporti del titolare Tullio Olivetti uomo dai vari precedenti, con il mondo dei servizi. La scelta di vestirsi da avieri Alitalia, abbigliamento estremamente evidente che rendeva il commando ben identificabile, secondo alcuni era dovuta al fatto che quella mattina avrebbero partecipato all’azione anche altre forze estranee alle BR, personaggi che i brigatisti molto probabilmente non avevano mai incontrato.

Il gruppo dei brigatisti disponeva di quattro autovetture, tre Fiat 128 ed una Fiat 132.

Mario Moretti, alla guida di una Fiat 128 con targa (falsa) del Corpo diplomatico si appostò sul lato destro nella parte alta della strada, prima di via Sangemini. Davanti a lui era parcheggiata una seconda Fiat 128 con Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. La terza Fiat 128 con al volante Barbara Balzerani era ferma sempre su via Fani, ma appena oltre l’incrocio con via Stresa ed in direzione opposta rispetto alle altre due.

Una quarta auto, una Fiat 132 blu condotta da Bruno Seghetti, era in attesa su via Stresa poco dopo l’incrocio per prendere a bordo Moro in retromarcia subito dopo l’agguato.

Visto il segnale del mazzo di fiori Moretti con la sua 128 uscì di scatto e si posizionò esattamente davanti alla macchina di Moro, tagliandole la strada; la seconda 128 di Lojacono e Casimirri chiudeva la colonna, con in mezzo la 130 e l’Alfetta della scorta. Una volta giunti all’incrocio con via Stresa Moretti arrestò di colpo la sua macchina bloccando la Fiat 130 su cui viaggiava Moro, che si trovò chiusa tra la 128 e l’Alfetta. A questo punto la 128 di Lojacono e Casimirri si piazzò di traverso posteriormente, impedendo ogni movimento alle due auto del presidente.

E qui entrarono in azione i quattro uomini vestiti da avieri Alitalia, che uscirono da dietro le siepi del bar Olivetti con in mano le pistole mitragliatrici. Il commando era composto da Valerio Morucci «Matteo», personaggio molto noto dell’estremismo romano ed esperto di armi, Prospero Gallinari «Giuseppe» ricercato e già evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, Raffaele Fiore «Marcello» che proveniva dalla colonna brigatista di Torino ed infine Franco Bonisoli «Luigi» della colonna di Milano.

I quattro si avvicinarono alle due auto del presidente bloccate all’incrocio. Qui Morucci e Fiore aprirono il fuoco a colpi singoli contro la Fiat 130 di Moro, attenti a non colpire il presidente, mentre Gallinari e Bonisoli spararono contro l’Alfetta di scorta. Secondo quanto riferito dai brigatisti tutti i mitra si sarebbero inceppati quasi subito; Morucci comunque riuscì a uccidere il maresciallo Leonardi a colpi di mitra, mentre quello di Fiore si sarebbe inceppato immediatamente.

Ciò permise all’appuntato Ricci, autista di Moro, di tentare varie manovre per far uscire l’auto dalla trappola ma la famosa Mini Clubman Estate parcheggiata casualmente sul lato destro a quasi un metro dal marciapiede rese impossibile ogni movimento. Qui Morucci con spietata determinazione tornò vicino alla Fiat 130 ed uccise con una raffica anche l’autista.

Nel frattempo Gallinari e Bonisoli sparavano contro l’Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito colpiti mentre Iozzino, che si trovava sul sedile posteriore destro, visto l’inceppamento dei mitra dei brigatisti poté uscire e rispondere al fuoco con la sua pistola Beretta 92, anche se immediatamente dopo Gallinari e Bonisoli lo uccisero a colpi di pistola. Dei cinque uomini della scorta, Francesco Zizzi fu l’unico a non morire sul colpo: trasportato al Policlinico Gemelli vi morirà poche ore dopo.

I brigatisti sosterranno sempre che il commando proveniente dal Bar Olivetti aveva attaccato le due auto di Moro dal loro fianco sinistro all’incrocio fra via Fani e via Stresa, ma è una versione che fa acqua da tutte le parti. Infatti Raffaele Iozzino uscì dall’Alfetta da destra e venne ucciso da sei colpi provenienti proprio dal lato destro della strada. In quella posizione c’era evidentemente un altro gruppo di fuoco o quanto meno un altro tiratore, ed infatti i bossoli verranno raccolti anche sul Iato destro della strada, sia intorno alla 128 sia verso l’incrocio.

Le dichiarazioni di Morucci al processo Moro ter (1987) furono ben diverse: “Poiché si erano inceppati i due mitra che dovevano sparare, usarono la pistola e probabilmente uno di questi girò intorno alla macchina portandosi quasi all’angolo con via Stresa” sparando dal lato destro contro l’agente lozzino. In sostanza, secondo Morucci, mente la sparatoria era in pieno svolgimento uno dei brigatisti avrebbe aggirato l’AIfetta della scorta per sparare a Iozzino, agendo contro ogni regola militare e con il rischio concreto di essere colpito da “fuoco amico”.

La presenza di sparatori sui due lati della strada viene confermata dalle perizie balistiche, la prima delle quali è del 1979 mentre la seconda è del 1993. Si scoprirà che le munizioni – con un trattamento superficiale protettivo e senza matricola – provenivano da un arsenale militare come quelli in dotazione a Gladio: i “depositi Nasco”. (5)

Un altro punto riguarda il numero dei brigatisti che parteciparono all’azione.

Moretti infatti aveva sempre sostenuto di essere stato l’unico occupante della 128 con targa corpo diplomatico, ma questa versione fu smentita. Poche ore dopo il rapimento, il testimone Alessandro Marini dichiarerà alla Polizia di aver visto scendere dal sedile lato passeggero di quella 128 un secondo uomo che poi avrebbe sparato sulla 130 di Moro da destra, cioè dalla parte opposta rispetto al commando uscito dal Bar Olivetti. Va ricordato che il teste Marini si trasferirà all’estero in seguito alle telefonate con minacce di morte che lo raggiunsero a partire dalla sera stessa dell’agguato. C’è da chiedersi come in poche ore i brigatisti siano riusciti a conoscere il nome del teste ed il suo numero di casa, e ciò mentre erano impegnati a coprire la fuga e a nascondere l’illustre prigioniero. (6)

(6. LA VICENDA ALDO MORO: QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI TACE, di Antonio Giangrande – pag. 225 e seguenti; ampio estratto reperibile in rete)

In quest’ordine di idee va ricordata un’altra testimonianza. Nel già citato libro di Antonio Giangrande a pag. 225 si legge quanto segue: “Armida Chamoun, residente in Via Gradoli 96 – dove si scoprirà il covo BR – testimonierà al magistrato Antonia Giammaria che in quell’appartamento in quei giorni c’è anche un uomo biondo “con gli occhi di ghiaccio”. Il 16 marzo lo vede uscire vestito da aviere. Nessuno dei BR arrestati ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. In via Gradoli verrà ritrovato l’elenco con gli acquisti fatti per ottenere i vestiti Alitalia. In testa all’appunto una intestazione: “Fritz”. Anna Laura Braghetti sosterrà che “Fritz” era il nome in codice con cui identificavano Moro stesso.” (7)

Come si vede i dubbi ci sono tutti, ed anzi aumentano.

La ‘ndrangheta calabrese e i “complici esterni”. Il capobastone possibile esecutore materiale del sequestro, le foto sparite e tanti altri misteri.

Nel libro già citato di Giangrande si legge che il primo a parlare di complici esterni è un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90 e collaboratore dal 1993. Le sue confessioni hanno permesso al PM milanese Alberto Nobili e alla Direzione investigativa antimafia di ottenere più di cento condanne nel maxi-processo “Nord-Sud”. La vicenda di Morabito è ben illustrata nel saggio Manager calibro 9 scritto da Piero Colaprico, uno dei maggiori giornalisti di cronaca giudiziaria italiana, e Luca Fazzo. Da questo libro è stato ricavato il film Lo Spietato.

Morabito, giudicato nelle sentenze «di assoluta attendibilità», rivelerà che un mafioso importante, Antonio Nirta detto “Due Nasi” perché amava il fucile a canne mozze, capobastone della ’ndrina dei Nirta La Maggiore di San Luca, negli anni ’70 aveva legami  con un carabiniere di origine calabrese, Francesco Delfino, poi diventato generale dei Servizi. Il pentito ne parlerà con paura e aggiungerà che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe rivelato che «Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro»: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi. (8)

Nirta  avrebbe negato, sfogandosi in una intervista rilasciata a Repubblica nel 1993 in cui si legge: “Eppure in un verbale rimasto segreto per un anno il pentito di ’ndrangheta Saverio Morabito gli punta un dito contro: “Antonio Nirta fu infiltrato dal generale Delfino a via Fani, durante il sequestro Moro”. “Dicono”, ripete il detenuto Nirta. “Ma se ci dovesse essere un interrogatorio, e spero che non ci sia, allora ne parleremo”. Una frase sibillina, che lascia il segno più delle altre sue parole in libertà. È la prima volta che Nirta si pronuncia, la prima volta che esce dall’anonimo isolamento del carcere. Ancora nessun magistrato l’ha ascoltato sulle accuse del pentito che lo ha tirato in ballo.” (9)

(9. NIRTA SI SFOGA ‘ E’ UNA BALLA’, di Stella Cervasio – Repubblica, 19.10.1993)

Forse Nirta poteva avere qualche ragione. Secondo Simona Zecchi, studiosa molto puntuale dei misteri d’Italia, si tratterebbe di una omonimia tra due persone con una grande differenza di età.

“Ma il “Ntoni due nasi” di cui parla nel 1992 Saverio Morabito, il collaboratore di giustizia ritenuto da sempre attendibile, è un altro. Il Nirta che avrebbe avuto rapporti con i servizi segreti in quanto infiltrato dall’allora generale Francesco Delfino (filone aperto nel 1993 contro l’ex capo dei carabinieri e ufficiale del Sismi, ma poi archiviato) nel 1978 aveva al contrario 32 anni essendo la sua data di nascita quella dell’8 luglio 1946 come riporta la sentenza “Nord sud” (sentenza della IV Corte d’Assise di Milano n. 16/97). La foto che qui pubblichiamo, ampiamente reperibile online e facente parte dell’archivio online de L’Unità, risale agli anni ’70 ed è molto somigliante a quella che Il Messaggero ha pubblicato lo scorso 21 gennaio. Lo storico, docente ed esperto di storie della ‘ndrangheta, il professor Enzo Ciconte, che abbiamo sentito in merito, conferma questi dati.

Non c’è dunque dubbio alcuno sull’identità di questo Nirta. Starà poi alla commissione appurare se l’uomo della foto e l’ex boss siano la stessa persona.” (10)

(10. Il caso Moro e la pista forte dell‘ndrangheta, di Simona Zecchi, 01. 02.2016)

Secondo un’altra testimone, dopo l’agguato il trasferimento di Moro sull’auto dei brigatisti avviene con grande calma e viene visto da varie persone. Quel mattino Gherardo Nucci esce e dopo essere passato alla sua carrozzeria rientra in casa, si affaccia dalla terrazza al 109 di Via Fani (sopra l’ormai noto Bar Olivetti) rientra per prendere la macchina fotografica e scatta dodici foto della scena. Il rullino viene consegnato alla magistratura dalla moglie Cristina Rossi, giornalista parlamentare dell’agenzia Asca, che a sua volta lo consegna al giudice Luciano Infelisi. Nel corso dell’audizione davanti alla nuova Commissione Parlamentare il giudice cosi si esprime sulle foto: “Non erano tante, saranno state quindici-venti o anche meno. Si vedevano un’ambulanza ferma, sette od otto macchine della polizia, quella dei vigili del fuoco, in sostanza tutte cose ex post, quando la strada era stata invasa da paparazzi che erano arrivati – senza offesa: intendo giornalisti e fotografi e che avevano scattato centinaia e migliaia di fotografie. Per non offendere la suscettibilità della signora, anche perché alla prima visione non sembrava esserci nulla di anomalo, dissi al dottor Spinella di prendere lui le foto. Luciano Infelisi. CPM2 Seduta del 20/11/2015.”

(queste foto furono mostrate al capo del forografico dell’Ansa, che, dopo averne preso una veloce visione disse: grazie ma non aggiungono nulla a quello che noi già abbiamo; del resto sono dell’Ansa le prime foto sull’agguato di via Fani, NdR) (11)

(11. Dal sito anniaffollati.it, I fantasmi del caso Moro, senza firma. Da quanto si legge le foto non sono state fatte sparire perché importanti, ma diventano improvvisamente importanti perché non si trovano più . Consultabile al link )

Sempre sul tema delle foto il libro di Giangrande dà un’interpretazione opposta, riportando anche una conversazione telefonica tra Sereno Freato, uomo vicinissimo a Moro, e il deputato calabrese Benito Cazora. A pagina 228 si legge:

“La ’ndrangheta rimette tutto a posto. Nonostante si tratti di terrorismo politico di sinistra, e non di un fatto di mafia, la ’ndrangheta calabrese è molto interessata alle foto scattate da Nucci. Ecco uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sul telefono di Sereno Freato, che negli anni 70 fu capo della segreteria di Aldo Moro, mentre parla con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro. Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo. – Freato: Si, si, capiamo. – Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo. – Freato: Quelle del posto, lì? – Cazora: Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù. – Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove – Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto  sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro. – Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso. – Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare? – Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. – Cazora: Dire al ministro. – Freato: Saran tante! – Detto, fatto. Foto sparite. La ’ndrangheta può stare tranquilla.” (12)

Ma lì sono anche le foto di Gualerzi.

“A pochi metri dall’incrocio con Via Fani, infatti, si affaccia il negozio dell’ottico Gennaro Gualerzi che vede sfrecciargli davanti una 128 scura con a bordo persone che si stanno togliendo la giacca e sente delle grida. Gualerzi prende al volo una macchina fotografica ed esce di corsa scattando 11 fotografie entro le 09:15. L’esistenza delle foto è indicata per la prima volta in un rapporto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Via Trionfale agli atti della Prima Commissione Moro. È un sommario del verbale rilasciato la mattina del 16 marzo dall’ottico (il nome indicato è sbagliato: “Gualersi”). Sono riportate 11 foto ma vengono corrette a penna in 16”. Queste foto spariranno subito dopo la consegna ai Carabinieri per essere ritrovate solo 39 anni dopo, nel maggio 2017.( 13)

Le foto di Gualerzi sono importanti perché in una di esse compare Giustino De Vuono, detto lo “scotennato”.

La questione è molto ben ricostruita in una voce dedicata di wikipedia, Ipotesi sul caso Moro, di cui riportiamo un estratto:

“Partendo dai dubbi sull’apparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Il settimanale L’espresso (15) ha proposto un’identità al fantomatico cecchino.

Si tratterebbe di un tiratore scelto, ex membro della Legione straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno e, soprattutto, tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di un’A112 di color verde e presente sulla scena dell’eccidio. Altri [70], ipotizzano che possa essere stato un agente del servizio segreto (italiano o straniero) o dell’organizzazione clandestina Gladio estraneo all’organizzazione brigatista e quindi le divise sarebbero state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti e il tiratore scelto.

Durante i 55 giorni – peraltro – De Vuono risultò assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, nel Paraguay meridionale, all’epoca dei fatti retto da una giunta militare trentennale con a capo il generale Alfredo Stroessner). De Vuono era affiliato alla ’ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le BR si rifornivano di armi proprio dai malavitosi calabresi; inoltre De Vuono era ideologicamente «collocato all’estrema sinistra».

È stato anche provato che in Calabria lo Stato avviò contatti con la malavita per ottenere il rilascio di Moro. D’altronde pare accertata la presenza di De Vuono sul luogo della strage il giorno incriminato. Sebbene tutte le fotografie scattate dai giornalisti quella mattina fossero scomparse misteriosamente, esiste una fotografia che mostra, tra la folla assiepata sul marciapiede, proprio Giustino De Vuono, detto “lo Scannato” o “lo Scotennato”, ed un’altra persona identificata in Antonio Nirta, boss di San Luca in Aspromonte”. (15)

(15. Il fantasma di Via Fani, L’Espresso n. 20 del 21 maggio 2009, da wikipedia – L’ ipotesi del tiratore scelto)

Ma non è finita. Come si legge nel libro di Giangrande “la lista dei rullini scomparsi è inarrestabile: solo il 21 gennaio 2016 Il Messaggero pubblica una foto inedita scovata fra i faldoni del processo per l’omicidio Pecorelli. Si parla anche di alcune foto a loro volta sparite dagli uffici della Procura che ritraggono parte del commando proprio durante l’azione, ma non è chiaro chi le abbia scattate o se siano mai esistite.

Altri rullini vengono poi rinvenuti da una abitante della zona nel proprio giardino e da questa consegnate a un agente in borghese. C’è la testimonianza ma non se ne ha più traccia. Il giornalista Diego Cimara riferisce alla Commissione Moro dell’esistenza di altri rullini, poi scomparsi, ma anche su questo non ci sono altri elementi. Infine un’altra serie – scomparsa anch’essa – di cui Antonio Ianni, dell’Ansa, ha parlato alla stessa Commissione. Ianni è il primo fotografo arrivato sul posto. Scatta tre rullini quando i corpi non sono ancora stati coperti. La sera stessa, Ianni rientrando a casa trova la sua abitazione sottosopra, ma i rullini sono al sicuro: li aveva subito portati alla sede ANSA di Roma, dove lavora. Nei giorni successivi i rullini e alcune delle foto sviluppate da questi vengono trafugate direttamente dall’archivio fotografico dell’agenzia.” (16)

La presenza sul luogo del colonnello Guglielmi.

In Via Stresa all’incrocio con Via Fani – a pochi metri dall’agguato – quel mattino verso le 9.30 si trovava il colonnello Camillo Guglielmi, il quale era in borghese e dichiarò che stava andando a pranzo da un amico, residente in via Stresa 117 in una vicinissima palazzina dove alcuni anni prima aveva anche abitato lui stesso con la moglie e i figli.

La vicenda è uscita solo 12 anni dopo la strage, anche perché su un sito dedicato al caso Moro si legge che “a carico del colonnello Guglielmi, benché deceduto, è stato aperto ed è tuttora pendente un fascicolo presso la Procura generale della Repubblica di Roma proprio in relazione al suo ipotizzato coinvolgimento nella strage”. ( 17)

Sempre sullo stesso sito si legge una descrizione del profilo e dei compiti del Guglielmi: “Guglielmi all’inizio degli anni ’70, “veniva impiegato dal capo del Sid in operazioni internazionali” ed essendo il suo nome accostato a quello di Giovannelli, dirigente del Centro addestramento paracadutisti (Caps), egli svolgeva “un ruolo nel campo degli addestramenti speciali”.

Ha raccontato alla nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (2014 – 2017), il procuratore militare di Padova, Sergio Dini, che proprio negli anni 1972-73 (il periodo a cui risale l’appunto su Guglielmi) vi fu una notevole insistenza da parte del generale Maletti affinché la base sarda di Capo Marrargiu (centro operativo e di addestramento della Gladio italiana) fosse posta a disposizione del personale dell’Ufficio D per lo svolgimento di “esercitazioni molto particolari”.

Tra il febbraio ’72 e il maggio ’73 sono stati effettuati quattro corsi: tre riguardanti l’uso e le tecniche degli esplosivi e un corso di guerriglia, complessivamente per una quarantina di agenti segreti. L’ultimo corso del ’73, sia teorico sia pratico, verteva sulle “forme di guerriglia urbana, la tecnica dell’imboscata, gli obiettivi e i compiti della guerriglia negli abitati e in azioni di campagna”.

Attività “particolari” per l’ufficio difesa, come sottolineava il procuratore militare Dini alla Commissione stragi, che riporta: «Per quanto riguarda Guglielmi, nel 1965 partecipò alla prima esercitazione di personale dell’Ufficio D a Capo Marrargiu. Non c’è solo la citazione «Guglielmi presente a Capo Marrargiu», ma ci sono diversi documenti in cui viene indicato esattamente il programma del corso e, giorno per giorno, quello che è stato fatto. Si andava appunto da tecniche di imboscata e guerriglia urbana a tecniche di trappolamento ed esplosivi su materiale ferroviario».

E ancora: «Tra il personale che fu utilizzato per questi addestramenti particolari (…) vi sono i nomi di alcuni soggetti che, in qualche modo, sono stati portati alla ribalta da successive indagini su fatti eversivi”. Come “l’ufficiale Guglielmi, proprio quell’ufficiale invitato a colazione nelle immediate vicinanze di via Fani alle ore 9,30 del 16 marzo 1978» (Vedi: Sergio Dini, alla CPM2, Seduta del 7/10/2015)”. (18) Dove per colazione s’intende pranzo (NdR).

Sempre sullo stesso sito si legge anche quanto segue: “Nella sua scheda di servizio, acquisita dal procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli presso gli archivi dei Servizi di sicurezza, si illustrano i compiti e le funzioni dell’Ufficio R, Controllo e Sicurezza VII Sezione  del Sismi di Guglielmi (un servizio costituito solo dall’ottobre 1978):

“Fare la scorta a importanti personaggi del Sismi, agli ospiti stranieri del Servizio, la vigilanza alla sala riunioni della Nato e alla villa del generale Santovito (allora direttore del Sismi, ndr), le indagini disciplinari, la scorta a valori di denaro del Servizio e agli aerei”.

Incarichi rilevanti, delicati, quindi per il servizio segreto militare.

Questa la ricostruzione dei ruolini di Servizio del Guglielmi, da cui, in ogni caso, appare evidente, come ha anche sottolineato la nuova Commissione Moro, che la figura del colonnello è ritenuta, a vario titolo (in virtù di esperienze pregresse e del suo successivo servizio alle dipendenze del SISMI), riconducibile ad ambienti dei servizi di Intelligence.

Guglielmi, infatti, è stato istruttore a capo Marrargiu, la base di addestramento delle Gladio, e proprio nelle tecniche di guerriglia (anche lasciando perdere le imboscate), e come rivelato, nel marzo 2003  da Famiglia Cristiana, dal quotidiano Liberazione e dalla rubrica del Tg3 Primo Piano, il mese precedente (febbraio ‘78)  il rapimento Moro, aveva partecipato o comunque era compreso nella esercitazione, “Rescue imperator” organizzata dal Raggruppamento unità speciale-Stay Behind (cioè Gladio), poi realizzata nella notte del 12 febbraio, da cinque squadre “K” armate ed equipaggiate con materiale degli incursori del Comsubin in accordo con i carabinieri della Legione Lazio. Vi si citano luoghi (Campo Imperatore, vicino al lago della Duchessa, Magliano Sabina e il Monte Soratte).

Questo risulterebbe, dai dispacci del tempo per “Rescue Imperator”, datati rispettivamente 6 e 10 febbraio 1978, dove si cita il “gruppo Guglielmi”, che deve restare “in attesa del materiale” e di eventuali nuovi ordini presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. È il periodo in cui Guglielmi, ufficialmente, risultava collocato in ausiliaria nella “forza in congedo della regione tosco emiliana di Firenze”.

Alcuni hanno anche parlato di omonimia, ma senza troppo convincere,  e quindi se questa segnalazione documentale è corretta, il Guglielmi si troverebbe anche inserito nell’organico di una esercitazione riguardante protocolli militari di guerriglia e antiguerriglia in ambiti Atlantico e che  assomiglia ad  una specie di “prova generale” dell’operazione “smeraldo” di liberazione di Moro ordinata un mese e mezzo dopo da Cossiga al Comsubin ,il Raggruppamento Subacquei ed Incursori  della Marina Militare e poi abortita. (19)

Va ricordato che Guglielmi di lì a poco sarebbe entrato nel SISMI – la VII divisione che controlla Gladio – alle dirette dipendenze del generale Musmeci (P2, implicato per vari depistaggi e poi condannato per quello della Strage di Bologna). Bisogna anche precisare che Guglielmi si sarebbe dedicato all’ addestramento di gladiatori, ma che non risultava essere membro del sodalizio.

(17., 18., 19.: articolo di Maurizio Barozzi pubblicato sul sito sedicimarzo.org dedicato al caso Moro)

I professionisti e la “situazione generale di protezione”

Molti anni dopo e precisamente nel 2012 Alberto Franceschini, fondatore delle BR assieme a Renato Curcio, concesse un’ intervista al giornalista Ulisse Spinnato Vega, dell’Agenzia Clorofilla. Franceschini ricordò Mino Pecorelli, e affermò: “Pecorelli, prima di morire, disse che sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica volevano la morte di Moro.

Bisognava rispettare gli accordi di Yalta, cioè la spartizione dell’Europa tra i vincitori della Seconda guerra mondiale: un accordo al quale Moro si era sempre opposto, sia prima sia durante il sequestro, ritenendo ormai superata la «strategia» di Yalta e volendo a tutti i costi coinvolgere il PCI nel governo del Paese” Moro agiva politicamente per mantenersi al potere e per portare avanti il «compromesso storico», che non piaceva agli americani e ancor meno ai russi.

Un eurocomunismo con al centro il Pci avrebbe infatti portato sconquasso nell’Europa dell’Est. Ma Breznev non era Gorbaciov e non lo permise, non diede il minimo spazio di apertura. Ed ecco perché Moro doveva morire. In ogni caso, né la CIA né il KGB avrebbero potuto portare a compimento la sua eliminazione senza l’assenso dell’altro. Dunque, tutti e due i servizi segreti erano coinvolti.

 

 

Franceschini dichiarerà anche: “un’operazione di grande portata come quella del sequestro Moro non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente eravamo impreparati. Io conosco quelli che hanno portato a compimento l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Morucci e Moretti.

Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli solo uno o due dell’intero commando”.

Successivamente Franceschini aggiungeva: “Nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col nostro tipo di azione. Ad esempio, Moro fu fatto salire in auto. Noi, invece quando sequestrammo, nel 1974, il giudice Sossi, agimmo prima mettendo un furgoncino sotto casa sua: quando lui arrivò, uscirono fuori i nostri, lo presero e lo buttarono nel furgone, chiudendolo poi in un sacco. Quindi si spostarono verso di noi che stavamo in una macchina, lo scaricarono col favore del buio serale e andammo via.

Invece, i rapitori di Moro che cosa fanno? Lo fanno salire in macchina, arrivano in una piazza frequentatissima e lo trasferiscono su un furgone. Tutto questo una ventina di minuti dopo il sequestro, in mezzo al traffico e alla folla. Mi pare sinceramente impossibile che nessun testimone abbia visto”.

“Questo furgone, inoltre, non è mai stato trovato. Morucci dice che fu lasciato in un parcheggio sotterraneo, lì fu tirato fuori Moro e quindi portato, forse sulla “Renault” rossa, in via Montalcini. Il furgone non esiste, e questo sequestro non può essere certamente stato fatto così, non sta in piedi»”. (20)

(20. Intervista di Alberto Franceschini al giornalista Ulisse Spinnato Vega, dell’Agenzia Clorofilla)

L’argomento della “protezione” viene ripreso da Paolo Cucchiarelli, scrittore e giornalista investigativo, già caposervizio e collaboratore dell’Ansa nonché giornalista parlamentare ed autore di vari saggi sui misteri d’Italia.

Cucchiarelli negli ultimi anni ha scritto due libri sull’affaire Moro, il primo dei quali intitolato Morte di un presidente (2016) ed il secondo L’ ultima notte di Aldo Moro (2018). In un’intervista del 18.04.2018, rilasciata da Cucchiarelli per presentare il suo libro, si legge quanto segue: “A via Fani c’erano degli specialisti che agiscono con una tecnica militare che non appartiene assolutamente alle Brigate Rosse, non può appartenere perché poi la tecnica era stata codificata dagli americani ed attuata in speciali gruppi operativi e questi gruppi utilizzano queste tecniche.

Per di più sappiamo con certezza perché lo racconta il servizio segreto italiano che un aereo legato a queste strutture americane atterra a Fiumicino improvvisamente la sera del 15 marzo e riparte la mattina del 16 marzo intorno alle 10 – 10:15. A bordo di quell’aereo c’erano uno o più specialisti che hanno partecipato direttamente all’operazione di via Fani dando quel contributo militare che le Brigate Rosse non sanno e non possono aver dispiegato perché se si prendono i racconti dei singoli brigatisti che hanno partecipato all’operazione uno racconta di essersi messo paura, un altro racconta che la sua arma si era inceppata e un altro ancora racconta che lui ha sparato solo due colpi.

Tenendo sempre conto che i brigatisti raccontano di aver sparato solo ed esclusivamente dalla sinistra del corteo delle macchine di Moro mentre abbiamo la certezza giudiziaria documentale e logica che gran parte dell’attacco militare fu portato dalla destra da questi personaggi che non erano vestiti come gli altri brigatisti con delle divise dell’aviazione, con dei giubbotti legati all’aviazione civile ma erano (invece) vestiti di cuoio, con degli abiti di cuoio ed erano facilmente identificabili, sia il fronte che sparava da destra sia il fronte che sparava da sinistra. Abbiamo testimonianze che il libro per la prima volta mette insieme che dimostrano che qui chi spara da destra utilizza tecniche e logiche che non sono proprio delle Brigate Rosse ma appartengono a chi ha subito un addestramento militare”. Sono parole chiarissime. (21)

(21. intervista a Cucchiarelli che presenta Morte di un presidente, il primo dei suoi libri in tema – anno 2018).

(In altre parole, e non è una battuta, come anche la seconda commissione d’inchiesta sul caso Moro appurò, in via Fani quel 16 marzo c’erano ANCHE le Brigate Rosse NdR)

Nel 2021 è uscito il docufilm autoprodotto “Non è un caso, Moro” (22) scritto e diretto da Tommaso Minniti, tratto dai libri inchiesta di Paolo Cucchiarelli e con le musiche originali di Johannes Bicklerche. Il film, che nessuno ha voluto distribuire e circola con il passa parola da un cineclub all’altro, narra la storia ed i tanti retroscena dei 55 giorni del sequestro. In questo raro docufilm, che è ordinabile via posta ed è fornito con la chiavetta USB, la vicenda viene considerata sotto una luce diversa grazie anche alle testimonianze inedite e incontrovertibili di protagonisti dell’epoca: l’on. Claudio Signorile, già vicesegretario del Psi ed esponente del fronte della trattativa, e Mons. Fabio Fabbri braccio destro di don Cesare Curioni, cappellano delle carceri che gestì la trattativa umanitaria voluta da Papa Paolo VI per cercare di salvare la vita al leader democristiano.

(22. il sito del film con indicazione delle prossime proiezioni)

Monsignor Fabbri, scomparso un anno fa, fu un testimone chiave del caso Moro e dichiarò spesso di essere portatore di segreti che non poteva rivelare. Oltre a molte indicibili novità dal punto di vista storico e politico che riguardano in particolare la fine di Moro la tesi di fondo del film è che la rimozione della vicenda ha bloccato l’Italia togliendo libertà e sovranità alla nostra classe politica, che da allora non può più aspirare a grandi disegni di rinnovamento e si deve accontentare del piccolo cabotaggio in uno spazio di manovra decisamente ridotto

Un destino terribile per il nostro Paese

 

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