Sicilia, “Un Paradiso popolato da diavoli”

L'Isola negli occhi degli altri. Il nuovo libro di Antonino Cangemi

Cultura

Un Paradiso popolato da diavoli, il nuovo libro di Antonino Cangemi, scritto con la sua riconoscibile scrittura, esatta e affilata, che ricorda quella di Leonardo Sciascia, è la Sicilia. La Sicilia di oggi e di ieri e dei secoli passati, vista con gli occhi di coloro che l’hanno visitata, ai tempi del Gran Tour, come Goethe, poi Dumas, Maupassant, Freud, Lawrence, Edmondo de Amicis, ma anche con la lente degli scrittori italiani che vi hanno soggiornato per lavoro, per svago (Pascoli, Danilo Dolci, Morante, Pasolini, Spaziani, e tanti altri, tra cui anche Totò, Gassman e Sordi).

Ma tra una descrizione e l’altra, tra l’una e l’altra figura dei personaggi rappresentati, l’autore ci mette ogni tanto qualcosa del suo, e di solito si tratta della corda civile ed etica, con uno sguardo ai tempi di oggi. E anche qui mi sovviene Sciascia, con la sua pacatezza ma anche con i suoi affondi.

Un Paradiso abitato da diavoli è il titolo di un libro di Benedetto Croce che, in una relazione del 1923 alla Società napoletana di storia patria, si soffermò su questa formula con cui era definito il regno di Napoli. Incerta l’esatta data di nascita di questo detto: chi lo fa risalire a un viaggiatore olandese che usò questa espressione in un libro stampato a Venezia nella prima metà del ‘600; chi a un personaggio napoletano che usò questo concetto, non proprio l’esatta frase, in una lettera a un amico. Croce lo fa risalire addirittura al Trecento, quando Napoli era già meta di viaggiatori e di mercanti (basti ricordare la novella del Boccaccio “Andreuccio da Perugia”).

Molti sono gli spunti di questo libro di Cangemi: è un caleidoscopio di fatti, aneddoti, spunti, personaggi, libri di cui L’autore con la sua capacità rabdomantica riesce a scovare e a tracciare suggestivi paralleli e agganci con l’attualità. Da Platone, che con i sui tre viaggi a Siracusa cercò di inverare la sua teoria dello Stato, fallendo in pieno e tornandosene deluso ad Atene, alla considerazione dell’autore che la Sicilia è stata spesso laboratorio di esperimenti politici che poi hanno avuto un’eco o un seguito a livello nazionale (un esempio: la Giunta Milazzo, composta da tutti i partiti tranne la Dc, finita all’opposizione).

La Sicilia è la terra dove l’avvocato Cicerone, questore di Lilibeo, l’odierna Marsala, lottò contro la corruzione di chi era stato mandato da Roma ad amministrarla, quale pretore, Lucio Verre, ottenendone la condanna. Curioso personaggio quel Verre: si vantava di rubare per tre: rubava per sé, per i propri avvocati e per i giudici. In alcuni passi delle Verrine e in altri suoi scritti, Cicerone – rileva Cangemi – formula giudizi sui siciliani che tuttora vengono spesso citati. Egli coglie nel carattere degli abitanti dell’Isola il gusto per la battuta: “Per quanto la cose vadano male, ai siciliani non manca mai l’opportunità d uscirsene in qualche battuta spiritosa”. Cicerone inoltre considera i siculi gente oltremodo acuta e sospettosa e incline all’oratoria.

Molte sono le chiavi d’approccio a questo libro di Cangemi: è una guida turistica? No, anche se i primi capitoli sono dedicati a due itinerari, verso la Sicilia d’Occidente e la Sicilia d’Oriente, dove egli sapientemente lascia cadere come un instancabile e non distratto Pollicino una miriade di curiosità e dati interessanti. Giustamente lamenta che la definizione della Sicilia orientale come “Sicilia babba”, cioè non mafiosa, non sia più vera purtroppo; e si dichiara neutrale dinanzi all’acceso antagonismo tra due centri di espressioni di Sicilie differenti: più greca quella di Catania, più araba quella di Palermo, più estroversa la prima più schiva la seconda.

A Catania però il titolo di “Milano del Sud”, che negli anni Sessanta le fu dato per il suo sviluppo e la vivacità industriale, resta ora solo un titolo ad honorem. Tuttavia la storica vitalità di Catania è testimoniata dalle tante personalità legate a questa città: da Giovanni Verga a Luigi Capuana, da Federico De Roberto a Vitaliano Brancati, a Vincenzo Bellini.

Poi c’è l’itinerario della Sicilia Orientale.  C’è Siracusa, e circondata dai papiri che crescono solo qui oltre che in Egitto, la Fonte Aretusa a Ortigia; poi Noto, la capitale del barocco, un tardo barocco del ‘700, con la sua audace esuberanza decorativa, esploso dopo il terremoto del 1693, le incantevoli Ibla, Modica e Scicli. Nei pressi di Enna, il capoluogo di provincia più alto d’Europa con i suoi 931 metri, il lago di Pergusa rimanda al mito di Persefone, la bella fanciulla rapita da un innamoratissimo Ade, che trascorre la sua esistenza per metà  dell’anno tra gli inferi e metà sulla terra.

Un mito non privo di richiami metaforici, osserva Cangemi, non solo perché vi affonda le radici la fuitina, prassi a lungo praticata nell’Isola per regolarizzare relazioni amorose, ma anche e soprattutto perché riflette, per dirla con Gesualdo Bufalino, “l’eterna sospensione della Sicilia tra vita e morte, splendore di prati primaverili e tentazione del buio”. Come dimenticare poi i magnifici mosaici di Villa del Casale a Piazza Armerina, e Caltanissetta, chiamata la piccola Atene perché, sebbene isolata, negli anni del fascismo era animata da un vivace fermento culturale grazie alla presenza, tra gli altri, di Vitaliano Brancati che insegnava al Magistrale , nello stesso istituto frequentato da Sciascia.

Agli antipodi, Gela, uno dei comuni più popolati, ha un significativo patrimonio archeologico ma è il risultato di quello che Pasolini chiamava sviluppo senza progresso.

E che dire dell’itinerario per le vie d’Occidente della Sicilia? A collegare Caltanissetta e Agrigento, il Nisseno  e l’Agrigentino c’è la strada statale 640 meglio nota come la “Strada degli scrittori”, un itinerario di 75 chilometri in cui si specchiano i luoghi cari a Rosso di San Secondo, Luigi Pirandello, Sciascia,  Tomasi di Lampedusa, Camilleri.

Lampedusa è una sintesi delle contraddizioni della Sicilia: da una parte la spiaggia dei Conigli, una delle più fascinose in assoluto, dall’altra il cemento e l’omologazione del turismo di massa. Oggi i siciliani – afferma Cangemi – per loro natura ospitali sono combattuti tra lo spirito di solidarietà verso i fratelli africani che l’umanità e la loro storia di emigrazione impone e il respingimento fomentato dalla politica più cinica. Curiosa la vicenda delle sante protettrici di Palermo, città che i Fenici chiamarono Zys ( fiore) e i Romani Panormus.  Ed ecco una curiosità: erano quattro le sante che proteggevano la città, quando fu costruito il Teatro del Sole, detto così perché ad ogni angolo durante il giorno vi si riflette la sua luce: santa Caterina, Santa Oliva, Santa Ninfa, Sant’Agata.

Ma quando nel ‘600 scoppia la peste è Santa Rosalia a debellarla e a conquistare il titolo di patrona di Palermo. Al capoluogo dell’Isola Cangemi dedica una ricca descrizione che va dall’architettura Liberty, con il grande Basile che ha arredato anche il Transatlantico di Montecitorio con la tipica boiserie da lussuosa nave di crociera. al palazzo Reale, dove si riunì il primo Parlamento d’Europa istituito da Ruggero II d’Altavilla nel 1140 e dove si ammira tra l’altro la Cappella Palatina.

Ma non sono taciute nel libro pagine e vicende buie della città, dal Sacco urbanistico di Palermo, alla strage di Portella della Ginestra e alle varie stragi mafiose fino all’assassinio di Falcone e Borsellino.

Ma pur dopo questi due itinerari di viaggio (orientale e occidentale) che funzionano come due ideali abbracci narrativi della Sicilia, l’autore si cimenta nel rintracciare legami, a volte sorprendenti e rivelatori, a volte suggestivi, con la Sicilia da parte di poeti, scrittori e scienziati, di livello europeo.

Per esempio. La predilezione di Dante per la Sicilia, messa in luce da Giovanni Pascoli, che insegnò cinque anni nell’Ateneo di Messina. Non manca quello che ha tutta l’apparenza di un di un divertissement (Shakespeare fu siciliano); l’autore riporta, con scrupolo di cronista e studioso, ma senza mostrare di crederci, delle leggende secondo il quale il drammaturgo inglese sarebbe nato a Messina e in realtà la paternità degli scritti sarebbe da attribuire a Michelangelo Florio, frate toscano che per le sue idee protestanti girò per l’Europa e visse anche a Londra. Uno degli argomenti a sostegno di questa tesi: la presenza nell’Amleto di numerosi proverbi contenuti in una raccolta di Michelangelo Florio.

Se il libro di Cangemi non è una guida turistica, somiglia più a una guida culturale, dove sono disseminati spunti, tracce, suggestioni che invitano a leggere altri libri e a recarsi in Sicilia. E questi due effetti già basterebbero a rendere gradevole e utilissimo questo libro.

La Sicilia, questa America dell’antichità, nella efficace definizione di Tomasi di Lampedusa, fu una agognata metà del Gran Tour, già di moda dal ‘700. E quando si parla di Gran Tour, il primo nome che viene in mente è Goethe, che visitò l’Isola e ad essa e ai siciliani riservò non poche delle sue osservazioni. Tra queste: la Sicilia è la chiave di tutto, senza la Sicilia non ci si può formare nessuna idea dell’Italia. La Sicilia di Goethe – riassume Cangemi – ha due volti: fascinosa come poche, vulnerabile e fragile, vittima delle calamità naturali e di cattive amministrazioni. Per questo è la chiave per comprendere le contraddizioni dell’Italia.

Sulla Sicilia a dire il vero circolavano già nel ‘700-‘800 dicerie negative e luoghi comuni, ma a sfatarli  ci pensò Guy de Maupassant, dopo un suo viaggio nell’Isola nel 1855: “Se ricercate le coltellate e gli arresti, andate a Parigi e a Londra, ma non venite in Sicilia”. Lo scrittore francese rimase colpito dalla vista del cimitero nel convento dei Cappuccini a Palermo, cadaveri mummificati appesi, gli sembrò una specie di “carnevale della morte”; e anche dallo “scenario di desolazione delle miniere di zolfo.  L’autore di Bel Ami’ ammira a Siracusa la Venere di marmo; confessa che è per lei che si è deciso a scendere in Sicilia; benché  priva della  testa e di un braccio, la statua sprigiona tanta sensualità che la vorrebbe accarezzare: “è la rappresentazione scultorea della femminilità”.

C’è poi un sezione del libro misteri e segreti, con pagine dedicate: alla famigerata figura dell’ammiraglio Nelson, duca di Bronte, che fece impiccare all’albero della sua nave un suo collega –nemico, l’ammiraglio Francesco Caracciolo; alla tragica e rimasta misteriosa scomparsa di Ippolito Nievo, cassiere della spedizione di Garibaldi, naufragato con la nave su cui era a bordo; al mulattiere che fece compagnia, fin troppo assidua, alla moglie di D.H Lawrence durante il suo soggiorno a Taormina; questa vicenda pare sia stata trasfigurata nel romanzo L’Amante di Lady Chatterley.

Molto ricco di spunti la sezione Mafia, miseria, storia e società. Dove si parla dell’Inchiesta di Franchetti e Sonnino, pubblicata in due volumi nel 1877, che fece conoscere le condizioni economiche e sociali della Sicilia; della generosa e contrastata attività utopica di Danilo Dolci, delle numerose pagine dedicate all’Isola dal libro di Piovene Viaggio in Italia; dell’agnizione secondo la quale il personaggio del capitano Bellodi, nel Giorno della Civetta, romanzo di Sciascia poi trasposto nell’omonimo film, è in realtà ispirato al capitano Renato Candida (e non a Carlo Alberto Dalla Chiesa, come si è detto talvolta).

Ma la sezione che da un punto di vista culturale e strettamente letterario dà gli spunti forse più suggestivi è quella che l’autore ha intitolato la vocazione creativa.  È una sezione affollata di personaggi che in qualche modo, o per viaggio, o per visite di lavoro o per altri collegamenti, hanno a che fare con la Sicilia. Da Pasolini, che per alcuni suoi film ambientò delle location nell’Isola, a Gassman e Sordi che vi girarono dei film, a Freud, a Hemingway, a Caravaggio, che vi soggiornarono, ad Alda Merini che ebbe la laurea honoris causa all’Università di Messina, alla poetessa Maria Luisa Spaziani, che insegnò nella città dello Stretto, e scrisse tra l’altro “L’occhio del ciclone” in Sicilia.

Per concludere questo libro di Cangemi, nell’intreccio delle storie, nei parallelismi tra ieri e oggi, nella profondità di certe analisi, ha tutte le apparenze di un curioso labirinto: curioso perché fa venire la voglia non di uscire ma di restarci dentro.

Mario NanniDirettore editoriale

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