Le due culture, Rettrice Università La Sapienza. Ad Unum Vertere: l’Università luogo di sintesi tra tradizione e innovazione

Concludiamo il dibattito sulle “due (o tre) culture”, umanistica, scientifica, sociale, avviato da Beemagazine alcuni mesi or sono con un articolo del professor Mario Capasso su “Cultura umanistica e sostenibilità” e sul deprecabile fenomeno della cancel culture. Oggi pubblichiamo a conclusione un articolo della Magnifica Rettrice dell’Università di Roma “La Sapienza” Antonella Polimeni, che ringraziamo. Al dibattito sulle due culture hanno partecipato in questi mesi professori dell’uno e dell’altro versante culturale – umanistico e scientifico- cattedratici, sociologi, scienziati, scrittori

Il tema delle cosiddette “due culture” richiama un celebre testo del 1959 di Charles Percy Snow, che peraltro era al tempo stesso fisico e scrittore. In esso, letterati e scienziati dell’Università di Cambridge venivano descritti come rappresentanti di due “culture” contrapposte, che si guardano con diffidenza.

Partendo dal presupposto che la cultura letteraria cambia più lentamente della scienza, agli scienziati costantemente tesi verso il progresso veniva attribuita la tendenza a guardare al futuro con superficiale ottimismo; ai letterati, con lo sguardo spesso rivolto al passato, veniva invece attribuita la capacità di cogliere la tragicità della condizione individuale, ma la tendenza a tradurre questo percetto in pessimismo e attitudini anti-sociali.

Lo stesso testo di Snow, nelle conclusioni, riconosceva però che la contrapposizione tra discipline (o tra disciplinaristi) delle due aree poggia spesso su equivoci e generalizzazioni improprie e che è invece la copresenza delle due culture, creando punti di vista divergenti che si arricchiscono reciprocamente, ad assicurare una fruttuosa profondità di prospettiva.

 

Charles Percy Snow

 

Oggi, dopo circa sessanta anni da questa pubblicazione, le caratteristiche specifiche delle cosiddette due culture appaiono ancora meno contrapposte. Se, in modo grossolano, possiamo affermare che la cultura scientifica poggia sul dato mentre quella letteraria poggia sul testo, non possiamo non notare che paradossalmente, proprio il progresso della scienza, tanto nella sua componente empirica quanto in quella epistemologica, ha reso evidente la mancata contrapposizione tra dati e testi.

Ad esempio, grazie allo sviluppo delle metodologie di ambito qualitativo, fortemente legate alla potenza di calcolo e allo sviluppo delle nuove tecnologie, è estremamente frequente la trasformazione del testo in dato e la sua elaborazione statistica, si pensi ad esempio allo sviluppo delle tecniche sempre più evolute di text mining. Naturalmente è vero anche il contrario, il dato, adeguatamente modellizzato produce testo. L’intelligenza artificiale conversazionale, ad esempio, ha fatto molta strada negli ultimi anni, con modelli e piattaforme sviluppati per consentire alle macchine di comprendere e rispondere agli input del linguaggio naturale.

Tra questi molta attenzione ha destato ad esempio Chat GPT (Generative Pretrained Transformer). Si tratta di uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso. Se poi le categorie della cultura classica si allargano dalla letteratura alle arti e dal testo passiamo al manufatto, è ormai evidente la pervasività della scienza e delle tecnologie nella produzione e nell’analisi del contenuto artistico.

Persino l’esperienza fenomenica di chi dell’arte gode diviene scienza, si pensi ad esempio ai contributi che la psicologia e le neuroscienze hanno fornito alla valutazione della fruizione estetica.  Identicamente, ma sul versante opposto, è facile notare quanto testo sia contenuto nella filosofia della scienza, cosi come nella interpretazione di qualsiasi dato scientifico.

Quando si deve dare un contenuto al dato, quando si tratta di identificare correttamente l’oggetto della scoperta scientifica, ogni scienziato passa infatti da un modello induttivo ad uno deduttivo e usa categorie epistemologiche, proprie della riflessione ontologica e gnoseologica, di natura assolutamente testuale.

Lo stesso testo di Snow, nelle sue conclusioni, spostava il tema al confronto tra cultura tradizionale e cultura scientifica. La scienza, l’innovazione, ‘modo nuovo’ di fare qualcosa, è in effetti spesso contrapposta al ‘modo tradizionale’. Innovare vorrebbe dire uscire dai binari della tradizione, fare qualcosa che risulta imprevedibile sulla semplice base dell’estrapolazione delle tendenze del passato. Sono dunque Scienza e Tradizione ad essere l’espressione contrapposta di due culture?

La parola tradizione deriva dal latino traditio. Nel diritto successorio romano, traditio indica la trasmissione di un bene materiale. Il concetto ha però visto successivamente estendere la propria portata, fino a comprendere ogni forma di trasmissione di valori, norme, credenze, stili, atteggiamenti e comportamenti, che avviene tra individui o gruppi che normalmente appartengono a generazioni successive.

In questo senso è facile capire perché Quintiliano usasse il termine traditio per riferirsi all’insegnamento. Dunque la tradizione è parte integrante anche dell’università, come luogo di insegnamento. Ciò è particolarmente vero con riferimento a una Università, come “Sapienza”, che ha più di sette secoli di storia.

 

Quintiliano

 

Allo stesso tempo, l’Università è il luogo per eccellenza della ricerca scientifica e svolge dunque il fondamentale compito di scoprire, inventare e innovare, oltre che di trasmettere i risultati della stessa ricerca all’interno e all’esterno dell’Università. Dunque, le Università sono il luogo che ospita la tensione tra due culture in contrapposizione?

Se assumessimo una visione stereotipata della tradizione come conservazione di credenze superate, di stasi, di rifiuto del progresso, di rigidità, e della scienza come prodotto del processo di razionalizzazione illuminista, tra scienza e tradizione non potrebbe che esservi un rapporto di ostilità. La scienza, nel suo progredire, avrebbe il compito di superare il carattere magico o comunque infondato delle credenze tradizionali e di dissolvere il velo di ignoranza che impedisce la comprensione della realtà.

A mio giudizio, è la premessa però a non essere corretta. Non vi è dubbio che gli scienziati non possono accettare come valida nessuna proposizione sulla base dell’autorità della tradizione, se non se ne è vagliata la consistenza logica, teorica e il fondamento empirico. Una visione moderna della scienza non può però che riconoscere che anche essa è il frutto di una tradizione.

La tradizione del pensiero scientifico è infatti uno dei tratti che definiscono l’essenza della cultura delle società occidentali e la scienza stessa si fonda su una tradizione che stabilisce le regole del metodo scientifico. Vi è inoltre un elemento evidente che spiega il nesso tra innovazione e tradizione nella ricerca scientifica. Il processo di acquisizione delle conoscenze in un determinato ambito disciplinare è cumulativo, perché ogni nuova acquisizione poggia sulle precedenti e le presuppone. Il motto della Sapienza “Il futuro è passato di qui” rappresenta l’espressione più chiara di questo concetto. Naturalmente questo non vuol dire assumere che il procedere delle conoscenze avvenga in tutte le scienze e in tutte le fasi del loro sviluppo in modo così lineare e cumulativo.

 

Foto: copyright La Sapienza

 

Talvolta l’innovazione avviene mediante rottura del paradigma scientifico tradizionalmente adottato da una data comunità scientifica – sono le fasi che Thomas Kuhn chiama “rivoluzioni scientifiche”. È tipico a tal riguardo il caso della “rivoluzione copernicana”.

 

Thomas Kuhn

 

Nelle fasi della “scienza normale”, però, il progredire delle conoscenze avviene in modo cumulativo nel solco dei cosiddetti “paradigmi”. Il concetto di paradigma, così come utilizzato da Kuhn, può essere tranquillamente equiparato a quello di tradizione scientifica.

Vi sono inoltre discipline, e fra queste tutte le scienze sociali, nelle quali solo raramente si verifica che un paradigma sia adottato come dominante da una intera comunità scientifica. In questi casi si assiste alla presenza di una pluralità di paradigmi, cioè di tradizioni, tra loro in concorrenza. Rimane però vero, per ciascuno di questi paradigmi, che il processo di crescita si sviluppa attraverso l’accumulo delle nuove conoscenze su quelle precedenti.

Anche per le arti e per la letteratura l’esistenza di una pluralità di tradizioni che si succedono nel tempo, oppure che sono compresenti nello stesso tempo, è la regola. In questi campi il concetto di tradizione si sovrappone, fino a coincidere, con il concetto di stile. Le trattazioni di storia dell’arte e della letteratura sono in genere organizzate mediante periodizzazioni che coincidono con le fasi in cui un determinato stile è risultato dominante. Si parla di uno stile romanico, gotico, rinascimentale, barocco, romantico e via di seguito, e si identificano gli snodi e le fasi di transizione tra uno stile e l’altro.

Nel caso delle manifestazioni artistiche e letterarie è spesso difficile stabilire se a rompere una tradizione e a crearne una nuova sia un processo di innovazione, oppure se si tratti di un alternarsi tra mode culturali. Ancorché innovativa, una moda non necessariamente rappresenta il superamento di una tradizione. Il succedersi di mode che non poggiano la propria affermazione su un processo consolidato può determinare un andamento ricorsivo e non progressivo, nel quale generazioni successive riscoprono ciò che era già stato scoperto precedentemente, ma la cui memoria, semplicemente, non era giunta fino a loro.

In sostanza, nella scienza, nella letteratura, nelle arti, l’innovazione presuppone la tradizione: un’azione, un artefatto, un’idea, una scoperta sono innovativi sempre e soltanto in relazione a qualcosa di preesistente; senza tradizione non vi sarebbe innovazione. Al contempo, un’innovazione di successo è tale se è in grado di trasformarsi in tradizione, mentre una innovazione che non si riproduce e non si trasmette è destinata a scomparire senza lasciare traccia.

D’altra parte, una tradizione è viva solo se è in grado di ridiscutere ciò che va preservato e ciò che va abbandonato. Lo sviluppo di soluzioni innovative, in ambito scientifico come in quello letterario, nasce da un processo di ricerca capace di tenere in considerazione anche significati e valori consolidati.

Le Università, specialmente quelle generaliste, non sono dunque luoghi che ospitano tensioni tra culture contrapposte, ma contesti fecondi di contaminazione transdisciplinare. È evidente che, per un Paese come il nostro che rivendica la forza della sua cultura artistica e letteraria ma che, pur in presenza di finanziamenti largamente insufficienti, può vantare una competenza scientifica di altissimo livello, questo rappresenta l’opportunità di valorizzare attraverso la ricerca e l’innovazione anche quel patrimonio enorme di risorse tangibili e intangibili basate sulla tradizione.

 

Antonella PolimeniRettrice dell’Università “La Sapienza” di Roma

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