La Sicilia occidentale raccontata da Antonino Cangemi

Pubblichiamo la seconda parte del "viaggio in Sicilia", di Antonino Cangemi, di una Sicilia raccontata, tra natura, letteratura, arte e storia, con il passo e la visione dello scrittore del "Gran Tour"

Si inizia il percorso della Sicilia occidentale partendo da Agrigento e la sua provincia che, poste al centro, in realtà guardano un po’a Palermo e un po’ a Catania.

A collegare Caltanissetta e Agrigento, il Nisseno e l’Agrigentino, la strada statale 640, meglio nota come “la strada degli scrittori”: un itinerario lungo 75 Km nel quale si specchiano i luoghi cari a Rosso di San Secondo, Sciascia, Pirandello, Russello, Tomasi di Lampedusa, Camilleri. Proprio a quest’ultimo una volta chiesero come mai in un fazzoletto di terra così povera fossero nati tanti talenti della scrittura; lui rispose con la disinvolta ironia che gli era propria: “Perché scrivere non costa nulla”.

Sulla costa sud-occidentale Agrigento, la cui Valle dei templi è dal 1997 patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Nella periferia della città il Museo archeologico dove si può ammirare una gigantesca scultura d’uomo, il telamone, che nel V secolo a.c. adornava il tempio dedicato a Zeus. La bella cattedrale – un mix di architettura di varie epoche, da quella arabo-normanna, al gotico, al barocco – è dedicata a san Gerardo, il patrono ufficiale della città che però è assai meno venerato del monaco nero e sanguigno San Calogero nel cui nome, a luglio, si succedono lunghi e affollati festeggiamenti.

A pochi chilometri della città Caos, il villaggio dove nacque Pirandello e dove il drammaturgo premio Nobel volle che fossero cosparse le sue ceneri. Lungo la strada degli scrittori la “Noce”, la campagna dove Sciascia scriveva i suoi romanzi, Palma di Montechiaro, una delle residenze estive della famiglia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Porto Empedocle, la città di Camilleri e del suo Montalbano. E se non bastasse, per chi non si accontenta dei soli richiami letterari, la bellezza naturale dei giacimenti  di sale di Realmonte e della Scala dei Turchi.

 

Porto Empedocle

 

Nell’arcipelago delle isole Pelagie, Lampedusa è una sintesi delle contraddizioni della Sicilia: da un lato la spiaggia dei Conigli è una delle più fascinose in assoluto e nulla ha da invidiare a certe distese di sabbia esotiche e nel suo territorio la natura rigogliosa e aspra attrae per il suo aspetto selvatico – messo in risalto dal film di Crialese “Respiro” -, dall’altro l’aggressione del cemento e l’omologazione del turismo di massa, senza contare che il piccolo centro a due passi dell’Africa è ogni anno approdo di numerose imbarcazioni colme di immigrati che, dopo avere attraversato il deserto, tentano disperatamente un po’ di fortuna in Europa. Oggi i siciliani – miscuglio di etnie diverse – per loro natura ospitali, sono combattuti dallo spirito di solidarietà verso i fratelli africani – che l’umanità e la loro storia fatta di emigrazione impone – e il respingimento fomentato dalla politica più cinica.

Risalendo verso il nord in direzione Palermo, un luogo spettrale e pirandelliano: a pochi chilometri da Sciacca il “Castello incantato”, per quasi tutta la sua vita il regno di Filippo Bentivegna, meglio conosciuto come “Filippo di li testi”. Tornato demente dall’America, Filippo Bentivegna si rifugiò nel suo podere di contrada Sant’Antonio e lì modellò, una sopra le altre, ricavandole dal suolo pietroso, tante sculture di teste; ancor oggi, visitandolo, immersi tra centinaia di volti minacciosi e cupi si prova un senso di smarrimento, quasi ci si sia smarriti in una infernale bolgia dantesca.

Finalmente Palermo, capoluogo dell’Isola, che i fenici chiamarono Zys, fiore, e i romani, prendendo spunto dai greci, Panormus, tutto porto per l’ampia insenatura che consentiva l’ormeggio di tantissime navi. Una città che ha fatto dell’incontro tra culture e civiltà diverse la sua bandiera soprattutto durante il regno, nel XII secolo, di Federico II di Svevia, Stupor mundi, che rese Palermo cosmopolita e centro di cultura circondandosi di una corte di intellettuali e poeti.

Palermo

 

È con lui che nasce la scuola poetica siciliana e la prima produzione lirica in volgare italiano. È sepolto nella Cattedrale che, consacrata a Maria Santissima Assunta, ha un aspetto monumentale con un sincretismo di stili architettonici – un intreccio tra architettura orientale e occidentale, tra l’arabo-normanno e il gotico-catalano – che riflette la lunga storia della città.

Si raggiunge lungo il Cassaro, oggi via Emanuele II, la strada più importante della Palermo antica divisa in una parte alta e una parte bassa che va verso il mare dal Teatro del Sole dei Quattro Canti, una piazzetta dalla forma ottagonale che s’incrocia con la via Maqueda nella quale si affacciano quattro palazzi barocchi a tre elevazioni, che rappresentano i mandamenti della città: al primo una fontana dedicata ai fiumi che la bagnano, al secondo un sovrano di Spagna, al terzo una Santa patrona.

Erano quattro le Sante che proteggevano la città, quando fu costruito il Teatro del Sole, detto così perché ad ogni angolo durante il giorno si riflette la luce del sole: Santa Cristina, Santa Olivia, Santa Ninfa, Sant’Agata. Ma quando, nel XVII secolo, scoppia la peste è Santa Rosalia a debellarla e a conquistare il titolo di Patrona di Palermo. Che l’adora e le riserva due feste in suo onore: la sera e la notte del 14 luglio sfila, per il centro storico, il corteo del “Fistinu”, naturalmente in grande stile e folle oceaniche come si addice in Sicilia, preceduto, nei giorni precedenti, da spettacoli e manifestazioni vari; il giorno successivo la messa solenne in Cattedrale celebrata dal vescovo di Palermo; il 4 settembre il rito dell’Acchianata di Santa Rosalia: i palermitani, preferibilmente a piedi nudi, si recano al santuario della Patrona in cima a Monte Pellegrino.

 

L’acchianata a Santa Rosalia

 

Se cercate l’anima della città, recatevi negli antichi mercati del centro storico: il Ballarò, la Vucciria, il Capo. E’ uno spettacolo di bancarelle di frutta, verdura, pesce, carne, un mescolio festoso di voci – le “abbanniate” dei venditori in cui si sente l’eco della tradizione araba – e un tripudio di colori. Uno dei capolavori di Guttuso non a caso è il dipinto “La Vucciria”.

Alla Palermo vivace e popolare dei mercati si contrappone quella superba di una borghesia un tempo intraprendente – all’epoca dei Florio – della via Libertà, la grande strada che attraversa gran parte della città, e del Teatro Massimo, il terzo teatro più grande d’Europa. Il periodo in cui Palermo fu detta “felicissima” – ma lo fu solo per i ceti più abbienti – è a cavallo della fine dell’Ottocento e i primi del Novecento quando (1891) fu sede dell’Esposizione nazionale e vi fiorì l’architettura Liberty, soprattutto con Giovan Battista ed Ernesto Basile.

Nella via Libertà e nelle strade adiacenti sorgevano eleganti palazzi e villette Liberty, molti di essi rasi al suolo col cosiddetto “sacco di Palermo” negli anni Cinquanta e Sessanta per costruirvi casermoni di cemento armato. E alla luce e al calore della Palermo dei mercati fa da contrappunto anche una Palermo che pare coltivare un culto devoto alla morte, quasi a celebrarla ad espiazione della caotica vitalità che l’anima.

Potrebbero spiegarsi diversamente i cadaveri imbalsamati del Cimitero dei Cappuccini  che Guy de Maupassant, colpito dallo spettacolo della caducità della vita cui sembra alludere, definì “una immensa galleria, larga e alta, recante alle pareti una gran quantità di scheletri abbigliati goffamente”?

E come spiegare il misterioso affresco “Il trionfo della morte” del XV secolo di autore anonimo – pezzo forte della Galleria Abatellis insieme all’”Annunziata” di Antonello da Messina – dove è raffigurata la morte in groppa a un’enorme  cavallo scheletrito che scocca le sue frecce colpendo ricchi e poveri, vecchi e giovani?

Vi è poi la Palermo sede del potere politico col sontuoso Palazzo Reale – altro gioiello dell’architettura arabo-normanna – dove si riunì il primo Parlamento d’Europa istituito da  Ruggero II d’Altavilla nel 1140 e nel quale si ammirano la Cappella Palatina, i suoi mosaici bizantini luccicanti d’oro e l’icona del Cristo pantocreatore.

Al Palazzo Reale, nella Sala d’Ercole, si danno convegno i deputati dell’Assemblea regionale. Attenzione, Assemblea e non Consiglio – non sbagliate: i più fieri sicilianisti si arrabbierebbero – come in tutte le altre regioni perché la Sicilia, nel 1946 – prima del varo della Costituzione –, si dotò di uno Statuto Speciale che prevede un’ampia autonomia concessa dallo Stato per arginare le spinte separatiste di allora: ampia autonomia di cui i governanti nel tempo hanno fatto scempio elargendo privilegi su privilegi e impoverendo un’Isola che, se ben amministrata, povera non sarebbe per le risorse del turismo e dell’agricoltura.

Ma è davvero Palermo il centro del potere politico? È a Palermo che si assumono le decisioni strategiche sull’isola? O forse Palermo centro del potere lo è solo formalmente e al Palazzo Reale e a Palazzo d’Orleans, sede del Presidente della Regione e della Giunta, si ratificano decisioni assunte altrove, magari a Catania o nella Sicilia orientale?

Se si considera che degli ultimi Presidenti della Regione – quelli con più poteri, scelti direttamente dal corpo elettorale – ben due sono catanesi, uno di Gela, uno di Agrigento, nessuno palermitano, il dubbio è più che legittimo.

Nel Palermitano, Monreale – a due passi dal capoluogo – e Cefalù – tra i più gettonati centri turistici – sono i paesi di maggiore richiamo con le loro cattedrali capolavori dell’architettura arabo-normanna; Bagheria è un grosso centro che – per effetto di una cementificazione selvaggia – va perdendo da decenni la propria identità fatta di eleganti ville dell’aristocrazia palermitana (tra di esse la villa del Principe di Palagonia con i suoi mostri, altra testimonianza della corda pazza dei siciliani) e giardini di aranci e limoni.

Cefalù

 

Per raggiungere Trapani e il Trapanese s’imbocca da Palermo l’A29, un’autostrada entrata nella storia giusto 30 anni fa, il 23 maggio 1992, con l’attentato nei pressi di Capaci alle auto nelle quali viaggiavano Falcone, la moglie, gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montanaro, Vito Schifano, tutti vittime del carico di tritolo che, esplodendo, rase al suolo il manto stradale.

La vendetta di Cosa nostra al Maxiprocesso celebrato qualche anno prima grazie al lavoro del sagacissimo giudice istruttore o qualcosa di più che, con la successiva strage di via d’Amelio – dove il 19 luglio persero la vita Borsellino e cinque uomini della sua scorta – infittisce i misteri irrisolti di una Repubblica nata tra tanti enigmi di cui la Sicilia, a partire dalla strage di Portella della Ginestra  del 1947, è più di altre terre custode?

Nel Trapanese diversi i luoghi che destano interesse. A cominciare da Alcamo, grosso centro nel quale nel 1965 una ragazza minorenne, Franca Viola, col sostegno del padre,  rifiutò il matrimonio riparatorio con un piccolo mafioso che l’aveva rapita e contribuì a far cancellare dal codice penale la norma che prevedeva l’estinzione del reato di violenza sessuale con le nozze.

Per continuare con Gibellina, museo a cielo aperto d’arte contemporanea dopo il devastante terremoto del Belìce del 1968; Segesta e Selinunte, con i loro templi dorici lasciti della fiorente civiltà greca; Marsala, cittadina dove i Whitaker hanno trasmesso una mentalità imprenditoriale in Sicilia latitante e dove nell’isolotto di Mozia rimangono le orme dei fenici; Mazara del Vallo, importante porto peschereccio e da decenni punto d’incontro tra gli immigrati Nordafricani e la Sicilia.

 

Gibellina

 

Non sempre le grandi competizioni sportive offrono un rilancio alle città che le ospita. Trapani, da questo punto di vista, può ritenersi fortunata: la regata dell’American Cup del 2005 ha concorso significativamente alla rinascita della città – oggi tra le più accoglienti della Sicilia – con la sua riqualificazione urbana e la rivincita di una vocazione turistica prima latente.

Trapani è una città di mare: lo si vede e sente. Sicuramente più di  Palermo che, a detta di Sciascia, “dà le spalle al mare”. In passato la pesca e la lavorazione del corallo erano la sua grande risorsa. A Trapani, fin dal 1200, è fiorita l’arte del corallo: al Museo Pepoli da non perdere le preziose miniature in corallo e i presepi dell’antica tradizione dei maestri trapanesi.

La città ancor oggi vive anche di pesca e una delle maggiori attrattive, fino a un ventennio fa, era il pittoresco Mercato del Pesce in una piazza dell’800 con al centro la statua della Venere Anadiomene, dea della bellezza protettrice dei marinai.

Visita obbligata – impagabile spettacolo della natura – le saline di Trapani e di Paceco, distesa di bianco su cui si riflette la luce, con i suggestivi mulini a vento.

La migliore pizza siciliana? Alcuni dicono che si mangia a Trapani da Calvino, un locale spartano ricavato da un vecchio bordello di cui conserva la struttura con tante piccole stanzette dove le coppie possono appartarsi dinanzi a una Margherita e un boccale di birra: là dove un tempo si consumavano gli amori a pagamento, oggi di tanto in tanto nascono nuove relazioni d’amorosi sensi non mercenarie.

A Trapani – città ricca come poche di sportelli bancari – è stata ambientata la fiction televisiva che ebbe grande successo negli anni Ottanta e Novanta, “La Piovra”, con protagonista il commissario Cattani. Si pensò allora che lo sceneggiato esagerasse nello spettacolarizzare il fenomeno mafioso. Può darsi, ma la realtà, con le stragi di Falcone e di Borsellino,  ha superato la fantasia.

Nella Sicilia occidentale è nata la mafia, difficile dire quando e come, e Trapani e la sua provincia hanno avuto per Cosa nostra un’importanza seconda solo a Palermo. Di Castelvetrano il latitante di lungo corso Matteo Messina Denaro: ma conta ancora? E’ ancora vivo o, morto, lo si esibisce come un brand che fa comodo a  Cosa nostra che, a parte il suo strategico inabissamento, ha perso lo smalto di un tempo anche per la crescita nelle nuove generazioni di una coscienza civile antimafiosa?

E con quale veste si presenta nella geografia della Sicilia la mafia, tra la Sicilia occidentale e quella orientale? Contano ancora le distanze territoriali?

Se la punta più estrema della Sicilia meridionale orientale è l’isolotto di Porto Palo di Capo Passero nelle cui acque volle immergersi il giovane Pasolini inviato di un settimanale dei primi anni Sessanta per le coste italiane, l’isola di Pantelleria è nell’estremo sud dell’occidente, la terra più lontana dal cuore dell’Italia.

Un’isola, Pantelleria, dove, in una natura avara, si coltivano con successo lo Zibibbo e i capperi, rivelando come i siciliani sappiano, in condizioni difficili, essere industriosi e dove, tra i richiami funebri delle necropoli e il distacco geografico, si accentua nel più lungo carnevale della Sicilia la voglia di vita. Un’isola, Pantelleria – isola nell’Isola, – per certi aspetti metafora della Sicilia sospesa tra la luce e il lutto, come osserva Bufalino, in cui la regola è la contraddizione e i luoghi comuni reggono a fatica.

 

Parco Nazionale di Pantelleria

 

Antonino Cangemi – Giornalista e scrittore

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