La rivoluzione (neo) liberista e poco liberale di Milei. Storia di un presidente con la motosega che guarda alla scuola di Chicago

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Libertario di estrema destra, soprannominato “el loco”, cioè il matto per il suo carattere aggressivo, Javier Milei, istruttore di sesso tantrico con la passione per il Ménage à trois, ha stravinto le elezioni in Argentina con la promessa di prendere a colpi di motosega lo Stato. In un Paese dove il debito pubblico supera i 400 miliardi di dollari, mentre il tasso d’inflazione è stabile sopra la soglia del 140%, il sosia di Mick Jagger si è presentato agli argentini con il proposito di scardinare, rompere, fracassare la grande piovra: il sistema peronista.

Milei, fedele al Vangelo di Robert Nozick, l’anarco capitalista che sognava lo “stato minimo” e amava ripetere che “un sistema libero dovrebbe permettere all’individuo di vendersi in schiavitù”, ha in serbo per la seconda economia del Sudamerica la cura più antica del mondo, il salasso: chiudere la Banca centrale, cancellare l’assistenza sociale e sostituire la valuta argentina, il peso, con il dollaro.

Sempre in omaggio a Nozick, secondo cui “le tasse del lavoro non sono altro che lavoro forzato”, il neo presidente argentino sostiene che “lo Stato è un’organizzazione criminale che si finanzia attraverso le tasse prelevate con la forza”. Secondo l’ex conduttore radiofonico, esperto di telepatia e con la sorella astrologa, i poveri devono avere il diritto di vendere parti del proprio corpo, i gay di sposarsi, i fricchettoni di fumare tutta l’erba che desiderano: un “ultra liberale” lo ha definito qualche commentatore.

Peccato che sempre Milei si opponga ad aborto, femminismo ed educazione sessuale e abbia scelto come vice Victoria Villarruel: cattolica tradizionalista, “anti-gender”, ma soprattutto negazionista del terrorismo di Stato della giunta militare che tra il 1976 e il 1983 ha ucciso 30 mila dissidenti, in larga parte giovani, in quella che è passata alla storia come “guerra sporca”: rapimenti notturni, torture nelle caserme, arresti illegali e voli della morte. Il generale Iberico Saint-Jean, governatore della provincia di Buenos Aires durante gli anni della dittatura, ha definito il carattere genocida del “processo di riorganizzazione nazionale”: “Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”.

Per Villaruel, che vuole chiudere il museo della dittatura dell’ex Escuela Mecanica de la Armada, si è trattato solo di “un conflitto armato interno, una guerra a bassa intensità”. Lo stesso Milei è stato consigliere economico di Antonio Domingo Bussi, generale durante la dittatura militare argentina ed ex deputato espulso dal parlamento e accusato di crimini contro l’umanità. Vale la pena segnalare che il filo sottile sul quale il nuovo presidente argentino rimane in bilico, sospeso in equilibrio precario tra Videla e Bakunin, tra conservazione e progresso, è stato ricamato dalla storia di un divorzio: quello tra libertà e libera iniziativa economica, tra democrazia e impresa, tra liberalismo e liberismo. Non si tratta di una semplice rottura politica, contingente e passeggera, per difendersi dal socialismo o dal collettivismo.

Marco D’Eramo, nel suo libro intitolato Dominio, spiega che il passaggio dal liberismo classico al neoliberismo segna una mutazione filosofica, di cui i vari Trump e Bolsonaro sono “frontman” politici, a propria volta eredi, più o meno degni, di Margaret Thatcher e Ronald Reagan: la nuova dottrina, quella dei Chicago boy, smette di porre al centro la libertà e sposa la concorrenza, non come dato di natura, situazione primordiale dell’umanità, ma come ideale da raggiungere. Lo Stato, liberale o autoritario che sia, deve garantirla privatizzando imprese, deregolamentando il mercato del lavoro, togliendo qualsiasi vincolo, sanitario o ambientale, e spingendo su una tassazione regressiva favorevole alle classi più abbienti.

Tutte le libertà, compresa quella di iniziativa economica dei più deboli, diventano sacrificabili se ledono il libero gioco della concorrenza. Lo spiega Friedrich von Hayek, neoliberista, nell’apologetica difesa del regime di Augusto Pinochet in Cile: “Preferisco un dittatore liberale a un governo democratico che manca di liberalismo”. Tutto questo mette in luce che non sono lunari i timori di quanti sostengono che i soldi risparmiati in cantieri possano finire in manette, e che il presidente libertario – come lo chiamano i giornali argentini – si ritrovi a indossare l’abito dello sceriffo.

Una delle prime misure annunciate da Milei, l’abrogazione della legge sugli affitti, ha suscitato il “forte rifiuto” del movimento nazionale inquilini che, a tutela del contraente debole, non vuole lasciare alla sola regolamentazione delle parti il contratto di locazione. Il governatore della Provincia del Chaco, Jorge Capitanich, ha contestato l’eliminazione dei lavori pubblici, altro cavallo battaglia del presidente ultraliberista, evidenziando che la loro rimozione finirebbe per danneggiare gli oltre 500 mila operai edili del Paese.

Ancora più incisive le parole del sindacalista, Pablo Biró, a proposito dell’eventuale privatizzazione della compagnia aerea statale, Aerolíneas Argentinas, bersaglio polemico del nuovo inquilino della Casa Rosada: “Se vuole distruggerla, dovrà ucciderci”, dice il sindacalista. Dopo essere passato dagli insulti contro Papa Francesco – definito “asino”, “imbecille”, “indegno”, “rappresentante del maligno”, “gesuita comunista” – Milei ha ricevuto un rosario benedetto da Bergoglio e ha invitato il Pontefice in Argentina: “Vostra Santità, l’aspettiamo”. Il presidente ha iniziato a posare la motosega e potrebbe essere tentato dall’usare la stessa volubilità con tutte le promesse elettorali: specie con quelle che mettono a repentaglio il tessuto sociale argentino.

 

Andrea PersiliGiornalista

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