Il premierato “à la façon de madame Meloni”

"É un ripiego, uno strumento raffazzonato. Perché l’autorità morale e il consenso politico del presidente della Repubblica sono tali da sconsigliare qualsiasi tentativo di riforma che ne implichi la sostituzione o la diminuzione del ruolo". Il "rimedio costituzionale" risulta peggiore del "male costituzionale" che dovrebbe curare, tanto da ingenerare il dubbio che il disegno di legge non le sia stato spiegato a dovere o lei non abbia avuto il tempo necessario di esaminarlo oppure lo consideri prosaicamente un ballon d’essai. "Approvare il premierato "à la façon de madame Meloni" senza aver promulgato il testo di legge sull’elezione dei parlamentari costituisce più di un azzardo, un autentico salto nel vuoto".

L’argomento principale adoperato dagli ideatori e dai fautori del premieratoà la façon de madame Meloni” consiste nell’affermare: a) che gl’Italiani, finalmente, conosceranno il nome del primo ministro la sera stessa delle elezioni politiche; b) che il popolo lo avrà scelto direttamente.

L’affermazione non considera che il risultato perseguito con la riforma del premierato può essere ottenuto senza stravolgere la Costituzione mediante l’innesto di un istituto sbagliato in sé e incoerente con l’assetto restante. Il premierato non può essere considerato un miglioramento oggettivo. È piuttosto un espediente obliquo per raggiungere lo scopo, in sé apprezzabile.  Perché obliquo? All’evidenza, perché appare un ripiego raffazzonato. Infatti la presidente Meloni, premier in carica e in pectore, ha sempre patrocinato il presidenzialismo, un presidente della Repubblica eletto dal popolo con poteri di governo più o meno estesi, da definire. Perché un ripiego? All’evidenza, perché l’autorità morale e il consenso politico del presidente della Repubblica sono tali da sconsigliare qualsiasi tentativo di riforma che ne implichi la sostituzione o la diminuzione del ruolo.

 

 

 

 

La presidente Meloni, dunque, ha dovuto anziché voluto abbandonare la repubblica presidenziale da sempre in mente, fin dalla nascita di Fratelli d’Italia. Ma il “rimedio costituzionale” risulta peggiore del “male costituzionale” che dovrebbe curare, tanto da ingenerare il dubbio che il disegno di legge non le sia stato spiegato a dovere o lei non abbia avuto il tempo necessario di esaminarlo oppure lo consideri prosaicamente un ballon d’essai.

Sorprende in modo assoluto che, per tradurre in disposizioni costituzionali la formula magica “un governo eletto dal popolo il giorno delle votazioni”, ripetuta stentoreamente ad ogni piè sospinto, la presidente Meloni abbia optato per una inusitata soluzione costituzionale che non corrisponde, neppure alla lontana, a nessuno dei più rinomati, conosciuti, sperimentati modelli costituzionali che assicurano l’agognata stabilità governativa, ma abbia escogitato una novità che irrigidisce invece che rafforzare l’Esecutivo.

E l’un esito, costituzionalmente parlando, non coincide con l’altro, potendone risultare addirittura il contrario.  Inoltre la libertà di scelta degli elettori, la quale rappresenta il fondamento del sistema di “governo rappresentativo”, già menomata con le ordinarie leggi elettorali dal porcellum in poi, sarà conculcata costituzionalmente dalla disposizione secondo cui “Le votazioni per l’elezione del Presidente del Consiglio e delle Camere avvengono tramite un’unica scheda elettorale.” L’obbligo della scheda unica per scegliere contemporaneamente con un voto la maggioranza parlamentare e il premier, appaiati e inchiavardati, ha un suono sinistro per chi ha orecchie per intenderlo. Dà pure per scontato che l’elettore voti allo stesso modo per Camera e Senato. Comunque ve lo spinge, politicamente parlando.

A riforma approvata, la sera delle elezioni avremo il nuovo presidente del Consiglio insediato dal popolo. Grazie alla maggioranza parlamentare del cinquantacinque per cento, il suo governo sarà molto più del “comitato direttivo della maggioranza”, un sinonimo del governo parlamentare.  In verità lui stesso, in persona, sarà il “direttore” che signoreggia il governo e la maggioranza, cioè il Parlamento, che, nella parte rappresentata dal suo partito, avrà nominato pressoché direttamente, considerando la legge elettorale in vigore.

Lo stesso faranno i capi dei partiti coalizzati. Le Camere potranno sfiduciare il presidente (appena!) eletto dal popolo senza rischiare nulla, almeno la prima volta. Il suo successore “in collegamento”, cioè della stessa maggioranza, potrà essere sfiduciato dalle Camere, che però si dissolveranno assieme a lui. Tuttavia, il Parlamento potrà pure durare i cinque anni canonici, ma in simbiosi con un governo radicalmente diverso perché diverso sarà il presidente del Consiglio eletto dal popolo, il che muterà la natura stessa di un Parlamento già malmesso perché “amputato” e meno eletto che nominato.

Qui è un altro punto dolente. Per avere, seppur ipoteticamente, un minimo di credibilità, la riforma del premierato avrebbe dovuto quanto meno essere presentata dopo la riforma elettorale. Approvare il premierato “à la façon de madame Meloni” senza aver promulgato il testo di legge sull’elezione dei parlamentari costituisce più di un azzardo, un autentico salto nel vuoto, perché esiste la probabilità, basata sui precedenti, che il Parlamento, contraltare del governo, sarà disegnato in funzione dell’Esecutivo, specialmente nella disciplina regolamentare. Un Parlamento depotenziato nelle funzioni e nella rappresentatività, prono all’Esecutivo, pare più che prevedibile nel corso della legislatura. E dovrebbe controllare un premierato forte e stabile. Per la sera delle elezioni vedremo il primo ministro ergersi statuario sul sistema politico e sui parlamentari di carta velina.

 

Pietro Di Muccio

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