Diabolé, la dea del male assoluto

Leggere la politica, in questo caso la giustizia, con le figure della mitologia classica

Abbiamo già capito che non tutti gli abitanti del Pantheon greco-latino erano brava gente e che non tutti potevano aspirare alla serie A degli dei. C’erano pure quelli destinati alle serie inferiori, ma non per questo veniva ridimensionata l’efficacia dei loro interventi, positivi o negativi che fossero. Anche in quell’epoca antica, dunque, aveva il suo perché la “comunicazione”, secondo le usanze del tempo, s’intende.

Un esempio di devastante potenziale offensivo è quello della dea ateniese Diabolé, dalla comprensibile traduzione italiana: Diavolo, fonte di tutte le menzogne e tra queste della peggiore di tutte: la calunnia. Gli ateniesi per tenersela buona facevano sacrifici e la veneravano come si fa con un potente cattivo e perverso che è meglio tenerselo in buona sennò chissà che cosa ci può fare.

Qual è la declinazione moderna di un mito che già metteva terrore agli antichi? Certo, il dover subire una di quelle dicerie terribili che talvolta sentiamo appiccicate a qualcuno attraverso sussurri che sono più devastanti di un boato: ricordate quella grande cantante italiana che veniva tacciata d’essere una menagramo e cadde in depressione fino a preferire un gesto estremo all’esclusione così feroce e maledetta?

Accanto a questa, diciamo così, “classica”, c’è però una diversa possibilità di far male con le stesse armi care alla dea Diabolé: la mediatizzazione di una vicenda giudiziaria prima ancora che sia entrata in una fase che consenta all’imputato di potersi difendere, prima ancora, addirittura, di avere contezza delle accuse, l’antico vezzo del mostro in prima pagina, con dovizia di informazioni che attengono alla vita privata di parenti e persone innocenti, strane fughe di notizie in fasi istruttorie, condanne preventive, senza possibilità di replica, perché il rito tribale si consuma in quel momento, con il titolo, la foto, le accuse.

Lo strazio del moltiplicatore rappresentato dai social, che molto sarebbero piaciuti alla cattiva dea ateniese, una dignità dilaniata che, ad andar tutto bene, i tribunali ti restituiranno sulla carta chissà quando, e i media relegheranno in un trafiletto nelle pagine dimenticate, mentre galleggerà per sempre nel mainstream di lettori per altre cose dimentichi, un certo che di sospetto: “Se l’hanno detto i giornali qualcosa di vero ci dev’essere”.

La vergogna, soprattutto per chi ha una faccia, una dignità mai discussa, perché magari la reputazione è un problema minore per il delinquente abituale, ti avvinghia lo stomaco: è qualcosa di fisico e irrimediabile. Come in quel magnifico quadro del Botticelli, che raffigura Diabolé, la Calunnia, come una donna bellissima, altera, che trascina per i capelli un corpo giovane, dunque provocando dolore fisico, per condurlo al cospetto di un re con le orecchie più lunghe di quelle di un asino, accerchiato da due figure impegnate a commentare nei sui grandi padiglioni auricolari. Sono il Sospetto e l’ignoranza.

C’era già tutto in quel quadro, prima dell’art.27 della Costituzione (“La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”) e prima della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea ( art.48: “1. Ogni imputato è considerato innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata. 2. Il rispetto dei diritti della difesa è garantito ad ogni imputato”), prima ancora dell’infinito dibattito sui diritti violati degli incolpati.

Dimenticavamo: nell’allegoria del Botticelli, come nelle analoghe allegorie di Apelle e di Raffaello, il giovane dolorante, trascinato per capelli, rappresenta l’Innocente.

 

Pino Pisicchio – Professore ordinario di Diritto pubblico comparato. Già deputato. Saggista

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