Carrozza, presidente Cnr: bisogna tornare a investire nella ricerca Aumentare numero laureati e soprattutto laureate in materie scientifiche

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Classe 1965, pisana, fisica, esperta di bioingegneria e biorobotica, Maria Chiara Carrozza dall’aprile del 2021 è presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Dal 2007 al 2013 ha ricoperto l’incarico di rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove aveva conseguito nel 1994 il dottorato in ingegneria. Dal 2013 al 2018 è deputata della Repubblica con il partito Democratico e dall’aprile 2013 al febbraio 2014 è stata ministra dell’istruzione del Governo Letta. Dal 2018 fino all’incarico attuale è stata direttrice scientifica della Fondazione Don Carlo Gnocchi.

 

D – Qual è la missione della ricerca scientifica oggi?

R -La scienza oggi ha di fronte alcune grandi missioni che deve affrontare con un rinnovato spirito di responsabilità: progredire nella conoscenza, lottare contro i grandi problemi che affliggono l’umanità, sviluppare strumenti contro la pandemia. Si tratta di vere e proprie emergenze, dobbiamo lavorare per trovare nuovi metodi di produzione, nuovi presidi sanitari ma anche per una rivoluzione culturale. Direi, guardando anche al Pnrr: transizione ecologica, digitalizzazione di imprese e servizi, salute dell’essere umano, scuola e formazione, che hanno e avranno una funzione sempre più fondamentale. La ricerca deve aiutare la società a cambiare.

D –  La ricerca come motore della società, potremmo dire?

Definirei questo laboratorio di soluzioni tecnologiche e organizzative come un nuovo umanesimo scientifico, che affermi l’evidenza scientifica come metodo e l’umanità come obiettivo. Il mio punto di osservazione viene anche dall’esperienza svolta nella medicina della riabilitazione e dell’assistenza personale, settori che stanno vivendo un nuovo sviluppo grazie a risultati scientifici straordinari, che possono consentire a persone con cronicità di vivere a lungo e bene. La fragilità dell’individuo non è una condanna inesorabile, ma una condizione da sostenere con appropriate soluzioni mediche e tecnologiche. La disabilità non è una caratteristica della persona, ma il risultato di ostacoli posti dalla società o che la società non riesce a rimuovere.

D -Non è un obiettivo facile da raggiungere, come fare per esempio a innovare le imprese?

R -Occorre creare condizioni che consentano al ricercatore e al mercato di avvicinarsi, riconoscere e rispettare i diversi ruoli che soggetti accademici e industriali ricoprono, gettando le basi per un rapporto di fiducia e collaborazione. Questo vuol dire dotarsi di regole e procedure veloci ed efficaci, che abilitino soluzioni invece di creare ostacoli. Vuol dire presidiare un contesto di qualità della ricerca diffusa in grado di incubare e fare sviluppare le punte di diamante.

D – E ai giovani cosa possiamo dire e offrire?

R – Dobbiamo dare lavoro e offrire opportunità ai nostri giovani per impegnarli a costruire la società del domani, con i servizi del futuro. Dobbiamo dare un segnale ai giovani in primis e a tutti i cittadini: soltanto studiando, solo acquisendo competenze si ottengono gli strumenti per affrontare il futuro, per fronteggiare le avversità. In questo scenario la carenza più importante da colmare è quella dei laureati STEM: senza un numero sufficiente di laureati in hard sciences non potremo cogliere la sfida, non ce la faremo. Urge assolutamente aumentare il numero di laureati e soprattutto di laureate nelle materie scientifiche.

D – Il ruolo del Cnr?

R – II Cnr può essere uno strumento strategico per sviluppare la ricerca e la competenza multidisciplinare di cui il Paese ha tanto bisogno in questo momento, grazie anche al Pnrr. Sono altrettanto convinta dell’importanza della nostra rete territoriale, soprattutto al Sud. C’è tantissimo da fare, anche perché in Italia non c’è ancora un ambiente favorevole all’innovazione.

D – Cosa dobbiamo imparare dalla pandemia?

R -Oggi tutti capiscono l’importanza dei vaccini, ma il vaccino è un prodotto che si può sviluppare solo se prima c’è una ricerca fondamentale, di base, in biologia molecolare, in immunologia, in virologia. Senza questa ricerca non avremmo il vaccino. Abbiamo imparato da questa pandemia, o vorrei che lo avessimo imparato, che si deve tornare a investire nella ricerca, a partire da quella fondamentale. Vorrei che lo imparasse soprattutto l’Italia.

 

*direttore editoriale

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