Canto del Gallo /21/ Rosso. Nero. Bianco. Noi

La fantasia è il luogo del risarcimento del reale, non della realtà che è

In gran parte invisibile e impercepibile, oscura, inodore, insapore, fuori

dalla nostra portata intellettuale, concettuale persino, sia quando è

infinitamente piccola, nella elementarità assoluta, sia quando è infinitamente

grande e quando sfiora l’infinito. Il reale è il soggettivo, individuale

e collettivo, memoriale, attuale; è il nostro mondo, emotivo, razionale

scientifico, quello della commedia e della tragedia, dell’accidia e dell’eroismo:

quando questo è monotono, carente, privo di interesse, essa entra in funzione,

superando (quando lo supera e non rimane prigioniera) la condizione

di depressione che ne sopravviene e comincia ad immaginare nuovi

mondi, nuovi colori, nuove forme, oppure tempeste d’informale di

astrazione, quando non il sopravvenire di tutte le stranezze del

sogno.

Bisogna dire che c’è una fantasia, tutto sommato, fisiologica,

come quella a cui dobbiamo la civiltà stessa ed un’altra patologica, indotta

da sofferenze endogene che sono oggetto della psicologia clinica e della

psichiatria e da sofferenze esogene (anche esaltative) dovute a sostanze

psicotropiche che poi possono installarsi come deviazioni endemiche e

strutturanti. Insomma la fantasia, per quanto esaltata da poeti,

pittori, musici, teatranti, predicatori e taumaturghi, non gode di buona

stampa, tanto che scrittori, artisti, istrioni, della Roma repubblicana

ebbero bisogno della seconda guerra punica e di Livio Andronico per

essere considerati degni di sepoltura entro le mura, con il Collegium

Scribarum histrionumque.

Tuttora la fantasia e all’opposizione……e

non piace all’”ordine” e al “costituito”, come Socrate non piaceva ad

Aristofane. Se il mondo fosse stato (e fosse) perfetto, un assurdo, ci

saremmo risparmiati la civiltà, sic et simpliciter, e senza, indugio avremmo

seguito caprette, pecorelle, bovini e pollame, appagati da un eden senza

linguaggio, senza sentimenti, senza emozioni e soprattutto, senza cultura.

Tutto sarebbe stato netto. Le forme, i colori, le funzioni, hanno un

valore, quando li percepiamo come imperfezioni a cui porre rimedio

con altro, con altri; quindi con la civiltà che è il luogo prometeico

in cui la fantasia, l’inventività (quella che in modo irriflesso viene

chiamata creatività) si esercitano, flettendo, riflettendo, dando vita

alla Torre di Babele, disegno spaventoso di unire terra e cielo,

ma anche alle meraviglie della Divina Commedia, alle Porte del Paradiso

e anche all’ormai storico Empire State Building o del magico e squassato

Beaubourg.

Dobbiamo il dono della fantasia all’essere noi, pluralità nella

società dell’io, io, io, capace di mettere insieme desideri e paure, con

la volontà di lasciare un segno, perché memoria nuova sia e rimanga

traccia del nostro passaggio, non per sfidare Dio, perché quello è

fuori dalla nostra portata e possiamo solo pregarlo, ringraziarlo oppure

temerlo, ma per sfidare noi stessi, facendo fiato lungo del nostro

fiato corto e operare con le nostre mani, con il nostro intelletto, un

lungo tratto di strada, che è cominciato solo poche migliaia di anni fa,

confrontato con gli anni miliardari della nostra terra; e gridare il nostro nome..!

 

Francesco Gallo MazzeoProfessore emerito ABA di Roma, Docente di linguistica applicata ai nuovi linguaggi inventivi delle arti visive in Pantheon Institute Design & di Roma e Milano

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