Sarebbe un errore fare di Bologna una misura, traendo conseguenze fuorvianti su una presunta ostilità del mondo universitario a quello militare. Bologna è un mondo a sé, qualcosa che assomiglia molto a un Soviet, a una organizzazione amministrativa e sociale incardinata a modelli di vita, mentalità e cultura che richiamano la defunta, ma non dimenticata da alcuni, Unione sovietica. Gli esempi sono la quotidianità, ci sarebbe materia per scrivere un libro anche corposo.
Se però qualcosa di deleterio si è incistato nel tessuto democratico del nostro Paese, questo non vuol dire che la cisti – benigna nel nostro caso – vada comunque estirpata; basta lasciarla li, non darle importanza, si vive bene anche con una piccola malformazione, finché è innocua.
Questo, però, non vuol dire che il disegno del generale Masiello, quello di aprire a un mondo diverso da quello tecnico professionale le attività formative degli ufficiali, avrà vita semplice, correrà su aperte praterie.
Intanto l’idea dell’Esercito di aprirsi a un mondo poco o per nulla frequentato è largamente e certamente condivisibile, quanto auspicabilmente vincente. Ci vorrà certamente del tempo, molto tempo, affinché i risultati siano apprezzabili. Infatti, anche se l’Italia non è Bologna, è innegabile che essa stia scontando una larga e radicata incultura della Difesa. A cominciare dal mondo politico ed istituzionale, quello che dovrebbe promuovere il cambiamento e che invece continua colpevolmente ad ignorare la questione.
Salvo gli odierni addetti ai lavori, un piccolo isolotto che consente di non annegare, tutti gli altri componenti di questo mondo vegetano beati nella ignoranza più crassa di una materia sulla quale sono regolarmente chiamati ad esprimersi, spesso a decidere. Il vertice del principale partito di opposizione decise, quando si trattò di strutturare la Segreteria del partito, di non aver bisogno di alcuna assistenza sulle questioni di difesa e sicurezza, vennero nominati ventuno consiglieri a copertura di tutti i comparti – Esteri, Sanità, Lavoro, Welfare, Diritti e altro – tranne la Sicurezza e la Difesa. Neppure lo stimolo costante e perentorio di due guerre che vedevano e vedono l’Italia fortemente coinvolta, è servito a far avvertire la necessità di attrezzarsi con un supporto tecnico che potesse, se non consigliare, almeno erudire e generare consapevolezza nel momento del bisogno. Invece neppure quello, il minimo sindacale.
Uno scenario piuttosto deludente e preoccupante laddove si consideri che con un sapere così lacunoso o semplicemente inesistente, ognuno ritiene di poter far fronte ai propri doveri, magari secondo quanto previsto dall’art. 54 della Costituzione che imporrebbe a chi detenga funzioni pubbliche, l’obbligo di adempierle con disciplina e onore. E con questo standing si avventurano in pareri sul coinvolgimento del nostro Paese nelle dinamiche internazionali, sul bilancio della Difesa, sulla necessità di rivedere lo strumento militare, sul rispetto degli accordi internazionali e così via.
La cosa che più sorprende e stizzisce è che si sia perso persino il ritegno, il pudore di occultare la propria inadeguatezza, anzi spesso, la si ostenta in dibattiti in cui non si va oltre slogan ripetitivi e banali che qualcuno confeziona e mette in circolazione e che vengono ripetuti allo sfinimento in ogni occasione. Non si pretende naturalmente che un parlamentare sappia quanti motori ha l’F35, ma che conosca almeno i fondamentali delle organizzazioni internazionali quali la Nato, le Nazioni Unite o L’Europa, la struttura e l’organizzazione delle Forze Armate, le leggi che regolano l’uso e l’esportazione dei sistemi d’arma e così via. Invece, quando si trattò di decidere se sostenere l’Ucraina invasa con la fornitura di armamento, il capo di un partito trovò l’Uovo di Colombo suggerendo di autorizzare solo l’armamento di difesa. Un genio.
Anche andando più indietro nel tempo lo scenario non cambia. Un altro segretario di partito si ostinò nel non fare inserire tra i sistemi di dislocare in Afghanistan al seguito del nostro contingente i droni Predator; disse che con quel nome, Predator, non gli si poteva far credere che fossero mezzi di pace! E così i droni furono depennati dalla lista allegata alla legge di rinnovo delle missioni multinazionali con il risultato che il nostro contingente dovette fare a meno di un prezioso aiuto volto a scoprire precocemente le insidie di quel complesso scenario.
Come è evidente, il gap da superare per immettere nel sentire pubblico un’accettabile cultura della difesa è piuttosto ampio e il destinatario di un possibile acculturamento piuttosto ostico. Con l’aggravante, a carico questa volta del mondo della difesa e delle istituzioni preposte o coinvolte, che non si è riusciti a cogliere, almeno finora, la disponibilità all’ascolto del cittadino e quindi dei media e della politica ansiosi di essere correttamente informati su quanto sta succedendo nel mondo.
Senza il minimo accenno a una qualsiasi reazione, il mondo della Difesa ha acconsentito a ché la scena mediatica fosse scalata e presidiata da esperti improvvisati, da professori universitari nati come funghi nel panorama della sicurezza e divenuti i nuovi profeti del mondo che ci attende. In definitiva, in un momento di drammatica svolta, ci troviamo a scontare una condizione di radicata incultura su questioni che, ad un tratto, si sono rivelate decisive per il nostro futuro, e anziché acquisire consapevolezza della fragilità e della inadeguatezza con cui siamo costretti ad affrontare le sfide, ci ostiniamo a non promuovere un’inversione di tendenza con cui limitare i danni ormai certi.




