La mancata disponibilità dell’Università di Bologna a collaborare con l’Esercito Italiano per attivare un corso di laurea in Filosofia a favore dell’Accademia Militare di Modena è un fatto per certi versi sorprendente, alla luce dei positivi rapporti che da più di trent’anni numerose università italiane, tra le quali la stessa UNIBO, hanno con gli Istituti di formazione delle Forze Armate. Oggi, centinaia di Allievi Ufficiali e Allievi Marescialli frequentano corsi di laurea fianco a fianco dei loro coetanei, sia che si tratti di corsi a connotazione civile sia nei casi di corsi attagliati alla formazione politico-strategica dei cadetti, ma che sono da sempre aperti e frequentati anche da studenti non militari. Lo stesso Rettore di Bologna, per smussare le spigolosità dell’accaduto, giustamente denunciato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha parlato di “mancata deliberazione” da parte del competente Dipartimento, cioè non è un sì ma neanche un no definitivo, e affermato la disponibilità dell’Ateneo ad ulteriori interlocuzioni con l’Esercito.
Non ci sarebbe, quindi, un pregiudizio e resta l’apertura a proseguire nella collaborazione. Il mondo accademico è una realtà che, pur ospitando per definizione pensieri e punti di vista diversi, è da sempre aperto al confronto e all’arricchimento reciproco e che, specie nel settore della ricerca, ha sempre cooperato con il mondo militare. Perchè, allora, si è verificata questa empasse? Semplicemente perchè il ritorno della guerra tra Stati sovrani nella nostra Europa ha riportato in vita vecchi mostri, mai scomparsi ma solo sopiti, che svolgevano la loro azione disgregratice durante la Guerra Fredda. Mostri che hanno trovato terreno fertile perchè l’apertura al mondo militare è rimasta confinata, per l’appunto, nel mondo accademico e non ha mai coinvolto le opinioni pubbliche.
Queste, anzi, con la sospensione del servizio militare obbligatorio si sono ancor meno interessate delle questioni di difesa, che sono l’unica ragion d’essere delle Forze Armate. In questi trenta anni intercorsi tra la fine dell’Unione sovietica e l’invasione dell’Ucraina, si è preferito ignorare il tema difesa e Forze Armate e annacquare il tutto con l’abuso della parola Pace (missioni di Pace, Peacekeepers, e così via) e cancellando i termini bellicistici (non più Scuola di guerra, niente mezzi da combattimento, sistemi dual use, eccetera). Si è persa l’occasione di un vero dibattito pubblico su un tema che è fondamentale in ogni Stato, compresi quelli di lunga tradizione neutralista come la vicina Svizzera.
Per la politica, la vera colpevole di questo stato di cose, è stato più facile archiviare il tema, usare il bilancio del ministero della Difesa come bancomat e pronunciare battute infelici. Chi non ricorda la famosa: “I soldati passano il loro tempo a giocare a carte in caserma” di un Presidente del Consiglio che non aveva neanche fatto il militare di leva? Ed è sempre la politica che, con il ritorno della guerra tra Stati in Europa, ha deciso di sfruttare le giustificate paure dei cittadini ai fini del consenso facile, scatenando polemiche strumentali sulle spese militari, sulle industrie delle armi e sulla asserita militarizzazione della società, facendo ripartire vecchi e nuovi slogan. I meno giovani ricorderanno, magari per avervi partecipato, le imponenti manifestazioni contro gli Euromissili degli anni Ottanta. Per il mondo militare è stato un brutto risveglio, specie perché avvenuto subito dopo il periodo di grande vicinanza tra popolo e Forze Armate del COVID-19.
Il rifiuto di UNIBO è figlio di questo momento storico e della impreparazione dell’opinione pubblica a confrontarsi con problemi complessi. Una miscela che mette insieme, specie tra i giovani, buona fede e militanza, timori e ignoranza. Il mondo militare viene visto, nuovamente e ingiustamente, come causa della guerra e spingendolo fuori dai luoghi che frequentiamo si spera, ingenuamente, di allontanare la guerra da noi.




