Bipartitismo sotto l’egida di Giorgia Meloni?

Con qualche chiarimento di un liberale storico sui rapporti tra liberali e conservatori

I – Nell’importante saggio di Mario Nanni, intitolato La ‘solitudine’ di Giorgia, sembra affiorare il desiderio, di più: la necessità, che, a parte le apparenti implicazioni negative del titolo, la presidente Meloni abbia invece davanti a sé il compito, storico direi, di fondare “un rassemblement che raccolga tutti i moderati e conservatori, oltre alla quota di nostalgici il cui peso zavorra ancora l’identità stessa del partito e perciò potrebbe essere utile, magari dopo le elezioni europee, una Costituente dei liberal-conservatori, che assumesse in sé il meglio della dottrina liberale dei diritti coniugandola con l’anima sociale che è stata sempre un connotato della Destra”.

Quindi, mi pare di capire, la solitudine consisterebbe nel fatto che soltanto la Meloni, gravata del peso di governare affidatole da un consenso elettorale meno del partito che suo personale, avvertirebbe di poter e dover andare oltre Fratelli d’Italia fino a diluirne i caratteri identitari in un vasto raggruppamento di forze e tendenze politiche omogenee o affini, dotandolo di una “carta costituzionale” approvata da una “costituente politica” convocata ad hoc dopo il rinnovo del Parlamento europeo.

I caratteri dell’auspicato rassemblement (auspicato da Meloni, forse; auspicabile da Nanni, sicuro) sarebbero tuttavia tali da ingenerare, suppongo, perplessità e persino sconcerto in troppe parti dell’aggregato, che in Italia sono tradizionalmente gelose di vere o presunte identità proprie, irreconciliabili con le altrui.

È superfluo rilevare a riguardo che la legislazione elettorale proporzionalistica, risalente al 1919, voluta dai socialisti e dai popolari di allora, ha impiantato nel contesto italiano la frammentazione politica e legittimato il fiorire delle celebrità di campanile, divenute negli ultimi tempi celebrità di talkshow e capi di porzioncine elettorali pretenziosamente intestate all’ Italia. La frammentazione indotta dai particolarismi risulta curabile soltanto dal metodo maggioritario con collegi uninominali, magari applicando al secondo turno il ballottaggio tra i primi tre (c.d.variante Sartori), anziché due, classificati al primo turno.

Ma questo metodo, benché attenuato dal mattarellum, è stato tuttavia abbandonato adottando metodi che variamente mettono nelle mani dei segretari di partito la nomina dei parlamentari. Ho sempre qualificato il sistema, che ne risulta, con la definizione di “oligarchia temperata dal voto”, espressione veritiera ma urticante e quindi sgradita agli pseudo costituzionalisti e ancor più all’establishment politico, a motivo che per gli uni e per l’altro implica il disconoscimento della Costituzione democratica perché antifascista e la riaffermazione della Costituzione antifascista perché democratica. E debbo aggiungere che, dopo la sconsiderata amputazione di un terzo dei parlamentari, la natura oligarchica del sistema è cresciuta al limite dell’accettabilità secondo i canoni del Governo rappresentativo rettamente inteso.

Il metodo elettorale maggioritario, seppure non determini ipso facto due partiti che raggruppino le prevalenti tendenze politiche del Paese, induce tuttavia a polarizzarle in due o tre formazioni. Dipenderà poi dalla maggiore o minore affinità ideologica e programmatica delle forze polarizzate se somiglieranno a contingenti cartelli elettorali oppure a stabili raggruppamenti politici. Ammettendo il successo dell’ipotizzata “Costituente dei liberal-conservatori” (“dottrina liberale + anima sociale”), nondimeno resterebbe che la conseguita unità di costoro sarebbe esposta al rischio di pressoché immediata disgregazione se non comprovata da elezioni parlamentari effettuate rigorosamente con il metodo maggioritario sopra suggerito.

Se il costituito partito liberalconservatore proponesse invece o dovesse accettare il metodo proporzionale, avrebbe riattivato le forze centrifughe, sprigionate naturalmente dalla concorrenza tra candidati nelle liste, a detrimento delle forze centripete che finirebbero per avere la peggio, mettendo così a rischio l’unificazione appena conseguita. Quindi, perché l’auspicato successo della “Costituente dei liberal-conservatori” abbia a verificarsi in senso pieno e solido, necessiterebbe il pronunciamento netto in favore del metodo maggioritario come imprescindibile corollario logico dei postulati ideologici e politici accettati. Detto altrimenti, la “costituente” dovrebbe amalgamare i gruppi dirigenti, i contenuti politici, il metodo elettorale, se volesse conseguire il risultato complessivo in conformità all’intento apparentemente dichiarato e perseguito.

II – A questo punto, due notevoli ostacoli sembrano frapporsi alla riuscita dell’impresa: la riforma costituzionale del premierato a la façon de madame Meloni e la conciliabilità della “dottrina liberale dei diritti” con “l’anima sociale della Destra”.

Quanto al primo ostacolo, il premierato in discussione al Senato, qualunque ne sarà il definitivo esito secondo le precise disposizioni adottate ed eventualmente ratificate dal referendum, è costituito (in essenza: la madre di tutte le riforme!) dall’elezione diretta del presidente del Consiglio contestuale all’elezione delle Camere. Ciò ne fa un unicum nel panorama costituzionale delle democrazie parlamentari ma soprattutto istituisce un bicefalismo di fatto al vertice dello Stato. Bicefalismo che immancabilmente sfocerà in attriti e conflitti tra “sovranità popolare”, che esprime il premier, e “sovranità parlamentare”, che esprime il presidente della Repubblica, aggravati dal potere di scioglimento delle Camere assegnato formalmente all’uno e di fatto all’altro. A parte l’incomprensibile stramberia della fiducia parlamentare al premier eletto direttamente dal popolo!

Già l’assetto visibile della riforma in fieri, che non potrà essere giammai migliorata senza snaturarne il nucleo irrinunciabile dal proponente (nientemeno il capo di governo in carica, che ne sarebbe il primo beneficiario!), risulta incompatibile con la dottrina dei checks and balances, dei controlli e bilanciamenti che rappresentano l’essenza costituzionale liberale delle istituzioni rappresentative.

Quanto al secondo ostacolo, la conciliabilità ideale e politica delle forze di centrodestra, per intenderci, in un conservatorismo dai tratti liberali e sociali richiede notevoli sforzi mentali e adattamenti fattuali a scapito della teoria e della pratica conformi. Per pura coincidenza, nell’ultimo numero di “Nuova Storia contemporanea”, 3/2023, Giuseppe Bedeschi, Roberto Michels, Marcello Pera, Francesco Perfetti mettono a fuoco idee e volti del conservatorismo, mentre chi scrive tratta di liberalismo, notando la curiosità che il sostantivo “Illiberalismo” (il titolo del saggio) era ignoto al vocabolario italiano, il quale conosceva soltanto l’aggettivo “illiberale”, e non senza perché.

Il rapporto tra conservatorismo e liberalismo rappresenta un’annosa e irrisolta questione, condizionata dai fatti storici e dalle inclinazioni personali. Mentre il liberalismo classico afferisce ad una conoscenza strutturata, prescinde dalle contingenze, affonda le radici nell’origine della società, costituisce la gnoseologia dell’evoluzione umana, il conservatorismo può significare “la tendenza a mantenere lo status quo, qualunque esso sia” oppure una particolare concezione della vita come “l’amore di autorità o di disciplina o l’attaccamento a certe tradizioni” (Michels). Per quanto annacquata, sfigurata, distorta, vilipesa, tradita, la “libertà dei liberali”, come non mi stanco di chiamarla, è perfettamente riconoscibile e comunemente adoperata dagli storici, dai politici, dalla gente per qualificare in positivo i sistemi politici e sociali.

Al contrario, il conservatorismo serve a definire le persone e gli atteggiamenti, non gli ordinamenti e le istituzioni. Politicamente e storicamente, il conservatorismo fu l’antagonista del liberalismo, finché il socialismo divenne l’avversario, e il nemico, comune. Nondimeno, conservatorismo e liberalismo non sono la stessa cosa. Per comprendere a fondo la posizione e la differenza tra conservatorismo, socialismo, liberalismo, non conosco nulla di esplicativo quanto le conclusioni di “La società libera”, il capolavoro di Friedrich von Hayek, intitolate “Perché non sono un conservatore”.

Hayek

Per sintetizzarle, le ho chiamate “il diagramma di Hayek”. La loro lunga citazione è indispensabile: “Il quadro che generalmente si fa delle relative posizioni dei tre partiti serve più ad offuscare che a chiarire i loro veri rapporti. Le loro sono usualmente rappresentate come posizioni diverse, su una linea in cui i socialisti sono a sinistra, i conservatori a destra ed i liberali in qualche punto del centro. Niente potrebbe essere più ingannevole. Se vogliamo un diagramma, sarebbe più appropriato disporli in triangolo. Mettendo i conservatori in un angolo, con i socialisti che tirano verso il secondo angolo e i liberali verso il terzo. Ma, poiché i socialisti sono riusciti per molto tempo a tirare più forte, i conservatori hanno avuto la tendenza a seguire la direzione socialista piuttosto che quella liberale e, a intervalli appropriati, hanno adottato le idee rese rispettabili dalla propaganda radicale. Sono stati sempre i conservatori a scendere a compromessi col socialismo e a rubarne le novità. I conservatori, fautori della ‘via di mezzo’ e privi di un loro obiettivo, sono stati guidati dalla convinzione che la verità sia fra due estremi, con il risultato che, ogni qualvolta un movimento appariva più estremista, spostavano la loro posizione” (Hayek, 2011, pag.661).

III – Il prospettato rassemblement, alla luce del “diagramma di Hayek”, pone dunque il problema della fattibilità non solo, ma pure della direzione di movimento. Infatti, se vi prevalessero le correnti liberali andrebbe in una direzione; se, invece, fossero le correnti conservatrici a prevalere, prenderebbe un indirizzo diverso oppure si limiterebbe a frenare semplicemente. Tuttavia, dove il bipolarismo è stato consolidato dalla storia, accettato e praticato, i due partiti possono essere assimilati, come è stato detto a proposito dei Repubblicani e dei Democratici degli Stati Uniti, a “due bottiglie vuote con etichette differenti” per significare che i loro contenuti sono individuabili solo nelle linee essenziali, e grosso modo, le quali tuttavia sono cangianti storicamente al punto che inconfondibili princìpi di politica estera, quali per esempio l’isolazionismo e l’interventismo, ora caratterizzano l’uno, ora l’altro partito.

Resta che “la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercè l’opposizione, si attua graduandolo, il progresso” (Benedetto Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti), viene propiziata decisivamente dall’elezione del Parlamento mediante il collegio uninominale maggioritario. Invece, allo stato della discussione parlamentare, risulta completamente all’oscuro il metodo elettorale del premierato a la façon de madame Meloni, da stabilire addirittura dopo l’approvazione della riforma costituzionale, così mettendo improvvidamente il carro davanti ai buoi. Del resto, pare improbabile persino la reintroduzione del sistema maggioritario imperfetto realizzato dal mattarellum, che fu il frutto politico e istituzionale dell’eccezionale temperie 1992-94.

A parte le problematicità e le riserve accennate, se tal genere di rassemblement del centrodestra venisse realizzato, forse innescherebbe analoghe forze centripete anche nel centrosinistra, largo o meno che sia quel campo politico. Anziché affidarsi ad un “federatore” per prevalere nelle urne sul centrodestra, potrebbe voler vincere imitando l’avversario.

 

Pietro Di Muccio de Quattro

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