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Verso le europee, presidente GFE: superare l’approccio inter governativo. Modificare i trattati e arrivare a una struttura di tipo federale

Il federalismo europeo è un sogno che non è mai tramontato. La presidente dei Giovani Federalisti Europei Sara Bertolli ha parlato dell’attualità di questo progetto e di quali difficoltà dovrà affrontare l’Ue per dare vita agli Stati Uniti d’Europa. Oggi il federalismo sembra davvero lontano come è possibile raggiungerlo? L’attuale Unione Europea sembra, a prima vista, molto lontana da un assetto federale, ma se poi andiamo a guardare bene molte competenze sovrane sono già state delegate all’Unione, una tra tutte la moneta unica. È anche vero però che un’unione monetaria senza un’unione fiscale è molto debole. Così come, se ci pensiamo, esiste una corte di giustizia a livello europeo (CGUE) che ha il potere di sanzionare gli Stati membri, e che quindi si pone al di sopra degli Stati. Oppure, ancora, esiste un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza, nonostante il voto su questa materia sia ancora ad unanimità all’interno del Consiglio e quindi tutte le decisioni in ambito PESC e PSDC sono sottoposte a decisioni puramente intergovernative. Ancora, come ultimo esempio, pensiamo alle elezioni europee: esiste già una competizione tra i partiti per ottenere il potere a livello europeo. Questo per dire che, in potenza, esistono già elementi federali, tuttavia è necessario che si superi l’approccio intergovernativo, modificando i trattati, per arrivare a una struttura compiuta propria di uno Stato federale. Quali sono gli esempi che possono ispirare un progetto simile a quello degli Stati Uniti d’Europa? Penso che ogni federazione abbia un percorso diverso perché ha una storia differente.Gli Stati Uniti d’America non possono rappresentare un esempio per ovvie ragioni, ossia la guerra civile, la Germania nemmeno perché i Land non hanno mai avuto la struttura di Stati nazionali, come quelli europei, e nemmeno la Svizzera per la stessa ragione tedesca. Quindi, sicuramente esistono delle

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Israele-Palestina, intervista a Claudia De Martino: Il conflitto era prevedibile

Il conflitto in corso in Medio Oriente si riscalda giorno dopo giorno e la paura di un allargamento della guerra anche alle regioni limitrofe spaventa in molti. Abbiamo parlato di cosa sta accadendo in questo momento con Claudia De Martino, analista esperta di Medio Oriente. L’operazione militare del 7 ottobre, sebbene rivendicata come una vittoria, potrebbe costituire un autogoal per la causa palestinese? Ad oggi i governi occidentali hanno espresso tutti supporto ad Israele… No, non credo possa rappresentare un “autogoal” per la causa palestinese, al contrario, credo che l’abbia rilanciata all’attenzione internazionale come non accadeva da almeno 30 anni, ovvero dagli Accordi di Oslo. Il  merito di Hamas non sarà infatti militare – non ha alcuna possibilità di rivaleggiare con Israele su quel terreno -, ma politico, perché la “questione palestinese” che sembrava ormai destinata a trascinarsi ancorata ad un presunto “status quo” nell’indifferenza generale di Israele, degli Stati arabi e della comunità internazionale, è tornata con prepotenza centrale nella politica internazionale, addirittura rischiando di infiammare tutta la regione Medio Oriente. Qualcosa che, prima del 7 ottobre, appariva semplicemente impossibile. E sì, i governi occidentali si sono schierati unanimemente con Tel Aviv, ma le loro opinioni pubbliche sono molto più divise a riguardo: si veda soltanto il caso emblematico della Francia, con il Governo che è arrivato a proibire le manifestazioni propalestinesi per ragioni di ordine pubblico, sapendo trattarsi di una questione altamente polarizzante e destabilizzante in politica interna, non estera. Qualcuno definisce l’attacco dello scorso 7 ottobre come una batosta. Come ha fatto l’intelligence israeliana a non prevedere una cosa del genere? Oppure si può parlare di bravura militare di Hamas? Si può parlare di entrambe, ma quello che colpisce è soprattutto il fallimento non solo dell’intelligence (dello Shin Bet, in questo caso: a dimostrazione del fatto che

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Come cambia la geopolitica nel 2023, da Prigozhin ai Brics. L’intervista con Elia Morelli (Unipi e Rivista Domino)

Nel 2023 si stanno delineando scenari che potrebbero cambiare la geopolitica in maniera radicale. Solo negli ultimi giorni l’aereo del fondatore della Wagner, Evgenij Prigozhin, si è schiantato mettendo fine alla vita di una delle persone che ha provato a mettere i bastoni tra le ruote al presidente russo Vladimir Putin. Nel mese di agosto un golpe di Stato in Niger ha creato ulteriore instabilità nella fascia del Sahel ed infine i Brics hanno ricevuto sei nuove adesioni. Di questi argomenti abbiamo parlato con Elia Morelli, ricercatore in Storia all’Università di Pisa ed analista geopolitico per la rivista Domino.       Cosa succederà alla Wagner dopo Prigozhin? Penso che dopo la marcia verso Mosca del 24 giugno Prigozhin era un morto che camminava. Indipendentemente dal suo obiettivo la marcia armata verso la Capitale per esautorare i vertici moscoviti significava mettere in dubbio il potere interno della Federazione Russa. I nemici erano il ministro della Difesa Shoigu e il Capo di Stato Maggiore Gerasimov. Di fatto il presidente Putin non poteva accettare una sfida così aperta in Russia, anche perché in questo momento si sta combattendo un conflitto percepito come guerra esistenziale dal Cremlino. La morte di Utkin e Prigozhin, indipendentemente da chi ha organizzato il tutto, è stato un modo per rafforzare la verticale del potere all’interno della Federazione Russa da parte dei notabili moscoviti. Sono state eliminate due figure particolarmente importanti ed ingombranti.       Cosa ne sarà del gruppo Wagner? Il gruppo Wagner dal 2015 in poi ha agito come longa manus degli interessi della Russia in molti scenari: dalla Siria all’Ucraina fino al continente africano. Abbiamo visto il ruolo giocato dai wagneriti nei colpi di Stato avvenuti in Guinea, Mali, Burkina Faso, il loro protagonismo nella Repubblica Centrafricana e il supporto esterno, almeno a livello

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Base Cento

Incidenti sul lavoro, Bonanni: s’intervenga sugli appalti, quella è una chiave. Intervista all’ex segretario della Cisl sui temi più urgenti dell’economia

La Cina ha speso 50 miliardi per un progetto leader nel fotovoltaico. La stessa cifra ha speso l’Italia per il reddito di cittadinanza. Mi chiedo quanto lavoro ha prodotto il progetto cinese e quanto il rdc. Sul nucleare si è fatto terrorismo. É trovato un giacimento di petrolio a Cipro, ma nel basso Ionio ce ne sono tanti. Però chi può trivellare ha le mani legate.

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