Al Cairo la “Città dei Morti” non è mai stata così viva. Intanto Zaki è stato liberato ma non ancora scagionato

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Nell’autunno del 1869, non ancora ventiquattrenne, José Maria Eça de Queiroz, che diventerà una delle voci più importanti della letteratura lusitana, prende il mare dalla capitale Lisbona, diretto in Egitto e precisamente a Suez, dove si sta per inaugurare il Canale, progettato nel 1849 da Luigi Negrelli ma realizzato dal francese Ferdinand de Lesseps per la prematura scomparsa dell’ingegnere trentino, di cultura italiana ma di cittadinanza austriaca.

Eça giunge a Suez dopo essere passato per Cadice, Malta, Alessandria d’Egitto, la Valle del Nilo, le rovine di Menfi, Ghiza, Porto Said, il Sahara; tappe di cui con una prosa lussureggiante, ma che già preannuncia il grande scrittore realista, offre un resoconto di viaggio che sembra un moderno réportage, destinato ai lettori del Diário de Notícias, un giornale da poco fondato e che ancora oggi resiste come testata più longeva tra i quotidiani portoghesi.

Confesso che pur avendo una certa familiarità con l’opera di Eça, non avevo mai letto questi articoli sul Vicino Oriente.

Sotto il titolo di Egitto. Appunti di viaggio, sono appena stati pubblicati da Tuga, editrice romana specializzata in argomenti portoghesi, a cura di Federico Giannattasio.

Il resoconto di Eça, sebbene con profondità e obiettività storiografica, non può sfuggire allo spirito del tempo. Che, dati i luoghi e le circostanze, spesso assume carattere di esotismo. Quello che in misura preponderante si ritroverà, per fare un esempio a noi particolarmente vicino, nella verdiana Aida, l’opera con cui il khedivè avrebbe voluto arricchire i fasti dell’inaugurazione del Canale ma che in Egitto finirà per essere rappresentata solo due anni più tardi e senza la presenza del grande Maestro, di stirpe terragnola e poco incline ad affrontare la marittima trasferta.

Questi Appunti egiziani sono dunque ricchi tanto di notazioni socio- antropologiche, testimonianze dirette e giudizi critici, quanto di racconti che solleticano nel lettore le corde dello strano, dell’inaudito, dell’originale. In un susseguirsi di dervisci danzanti, fumatori di oppio, bazar, dromedari, bagni turchi, caravanserragli, pascià e vestigia di Cleopatra o alessandrine.

Tra le mirabilia registrate dal nostro viaggiatore colpisce la visita a un cimitero islamico nella Cittadella del Cairo. Con i sacelli istoriati da scritte che sembrano ornamenti, cripte, stele, mausolei mamelucchi, tombe di grandi ulema passati alla storia per la loro saggezza e santità. E qui mi è sgorgato un ricordo di qualche decennio fa, che risale al tempo, circa 40 anni, in cui ero stato uno dei corrispondenti dell’Ansa dal Cairo.

In arabo si chiama al-Qarafa, ma tutti la conoscono con la denominazione poco invitante di Città dei morti. Risalente, almeno nei nuclei originari, ai primordi dell’era islamica, è un insieme di cimiteri che quasi senza soluzione di continuità formano una unica immensa necropoli, integrata nella Cittadella, la parte più antica del Cairo, fondata e fatta fortificare dal Saladino nel XII secolo.

Oggi la metropoli egiziana supera i 20 milioni di abitanti, molti dei quali però preferiscono vivere in uno degli sterminati sobborghi/dormitorio che stringono da ogni lato la parte moderna e più elegante della capitale, lasciando la medioevale Cittadella in balia dei turisti, sempre meno numerosi, che si avventurino nei suoi vicoli e angiporti.

Ma mentre per la gente del luogo il turista o comunque lo straniero ha una istantanea, inequivocabile visibilità che non potrebbe sfuggire ad alcuno, esiste un sottomondo umano che i censimenti non registrano ma che viene valutato in un milione e forse più di individui semi invisibili, se non ai loro simili. Sono persone, nuclei familiari, che animano di vita la Città dei morti. In cui, molti da generazioni, abitano, si muovono, lavorano, si riproducono e, con inoppugnabile, definitiva coerenza, muoiono.

Il nome arabo, Qarafa, è solo cairota ed è peculiare di questo mondo al contrario. Indica le varie aree di sepoltura collegate tra di loro che formano il gigantesco complesso cimiteriale della capitale dove risiedono le persone. Nessun altro cimitero né egiziano né di altri paesi arabi si chiama così. Ma non si deve immaginare un mondo ctonio, popolato da figure sinistre che non si sa se provengano dagli inferi o se stiano per andarci. Nessuno scenario da ottocentesco feuilleton, sul genere dei parigini misteri descritti da Eugène Sue e ripresi da non pochi suoi epigoni.

Forse il vero mistero di Qarafa è come una massa così imponente di persone siano riuscite ad autoregolamentarsi senza il sostegno (e l’imperio) di istituzioni che si sogliono definire “autorità”. Ciò, peraltro, in un paese dove è cospicua, per usare un eufemismo, una presenza statuale e autoritaria.

Del resto si sa che nella Città dei morti si aggirano, vivissimi e occhiuti quanto mai, decine e forse centinaia di agenti e informatori, ai quali interessa esclusivamente che quel luogo non diventi base operativa o covo di attivisti e obillatori appartenenti a organizzazioni che sono genericamente definite “terroristiche” e che mirerebbero a far dare alla grande nazione araba una svolta islamica fondamentalista.

Quando io, giovane giornalista, vivevo al Cairo, ricordo di essere stato nella Città dei morti un paio di volte. Una per vedere personalmente una realtà che mi era stata descritta da collaboratori locali e un’altra per portarci qualcuno in visita.

Allora, effettivamente, il khawaga, come nel gutturale arabo egiziano si designa qualsiasi straniero passabilmente abbiente, suscitava un certo interesse sia nella pletora di microcriminali che speravano di sorprenderlo nel dedalo di tombe per un raggiro o uno scippo, sia negli spacciatori che puntavano a vendergli a prezzi maggiorati la “roba” di cui moltissimi locali facevano (come fanno tuttora) uso; all’epoca quasi esclusivamente hascisc, oggi non saprei.

Attualmente, con la popolazione del Cairo quasi triplicata in quattro decenni, la Città dei morti è diventata una sorta di megalopoli mista alla necropoli che è sempre stata. In parecchi, non si sa come, sono riusciti ad avere un approvvigionamento idrico; altri, essendo la legna o il carbone merce sempre più rara, trovano il danaro per comprare le bombole di gas liquido per cucinare.

Molti, se non tutti, hanno allacci più o meno clandestini, alla rete elettrica. A parte i guaritori e i “mediconi”, che non si sono mai estinti nelle società arabe “tradizionali”, esiste anche qualche ambulatorio per le prime urgenze. Di recente sono spuntati anche alcune scuole primarie (non si sa quanto frequentate) e un ufficio postale. Non si contano le bottegucce e gli ambulanti che vendono generi alimentari. Purtroppo manca una rete fognaria, ma esistono una sorta di fosse biologiche rudimentali, che un tempo in occidente si usava chiamare “pozzi neri”. Del tutto inesistenti, et pour cause, le agenzie di pompe funebri.

Siccome ricordi e accostamenti non sempre seguono una trama strettamente logica, ripensare alla Città dei morti, come era e come è oggi, ha fatto affiorare un altro accostamento tra Oriente e Occidente; che sebbene un secolo e mezzo fa, quando Eça de Queiroz scriveva le sue note di viaggio, potevano apparire agli antipodi, riuscivano a non essere antitetici.

Al contrario. I funzionari dell’Impero ottomano, che aveva giurisdizione su gran parte delle nazioni arabe e/o islamiche, facevano a gara a chi parlava francese col più parigino degli accenti o l’inglese più forbito. Dal canto loro arabisti, antiquari e scienziati europei (e in misura assai minore, ma non trascurabile, anche americani) restavano imbevuti di quella cultura che, decenni dopo, avrebbe dato vita a una figura come Lawrence d’Arabia, meno rara di quanto oggi si possa pensare.

Per restare entro la sfera geopolitica egiziana, oltre a Eça, viene fatto di pensare ai Grand Tour orientali di autori come Chateaubriand, Flaubert, Thackeray, Mark Twain o anche il giornalista e narratore italiano Ferdinando Petruccelli della Gattina, dalla cui opera, secondo alcuni critici, lo scrittore portoghese avrebbe tratto non poca ispirazione.

Immaginando quei tempi, e riandando al periodo meno remoto ma pur sempre lontano da me vissuto al Cairo, è quasi automatico il paragone con l’attuale dirigenza egiziana. Un regime che dopo il triste epilogo della Primavera araba si mantiene in sella in forza di una durezza senza pari e della convenienza che suscita nel principale protagonista della politica internazionale, gli Stati Uniti, preoccupati che la propria sfera d’influenza nella regione possa ridursi a vantaggio di Cina e Russia.

Chissà, forse il grande e oggi ai più quasi dimenticato Petruccelli storie come quelle del povero Giulio Regeni o dell’egiziano Patrick Zaki non le avrebbe scritte. O invece, in un empito di ottimismo venato di dolore e preoccupazione, avrebbe raccontato dell’ultimo sviluppo del caso Zaki, il ragazzo egiziano “adottato” dall’Italia intera, appena scarcerato a Mansura, nel delta del Nilo, dopo due anni di una assurda detenzione. Scarcerato, ma non ancora scagionato e chissà se lo sarà alla ripresa del processo, con il nuovo anno. Ma anche se la preoccupazione sarà fugata e Patrick sarà finalmente libero di tornare a Bologna, dove studia, resterà il dolore per Giulio, il ragazzo italiano, al quale difficilmente sarà riconosciuto anche il diritto a una giustizia postuma.

*Giornalista, lusitanista alla Sapienza e appassionato di musica classica e popolare, anche come cantante.

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