Un errore bocciare il Salva-Milano. Per Scalpelli il destino di Sala si gioca a settembre

Sergio Scalpelli, ex assessore di Albertini: “Sull’urbanistica giunte in continuità da fine anni Novanta. Non vedo corruzione ma interpretazione estensiva delle norme. Si indaghi sui singoli casi ma non si fermi la città”

Servono investimenti e regole chiare, altrimenti Milano perde la sua corsa. A parlare è Sergio Scalpelli, già segretario della Casa della Cultura negli anni Ottanta, giornalista e consulente editoriale, ha diretto Critica Sociale, il settimanale Tempi, Apbiscom, amministratore unico de Il Foglio nei primi anni dopo la sua fondazione, per poi passare alla comunicazione d’impresa come capo delle relazioni istituzionali di Fastweb per vent’anni. Ha alle spalle anche un’esperienza da dirigente politico: assessore a Giovani e Sport nella giunta di Gabriele Albertini (1997-2001).

Lei vive a Milano. Se si guarda intorno, cosa vede?

Una città che si è sviluppata per un insieme di azioni basate sulle decisioni amministrative degli ultimi vent’anni. All’origine del “modello Milano” ci sono scelte risalenti alla fine degli anni Novanta e all’inizio dei Duemila, quando sindaco era Albertini e governatore Roberto Formigoni. Le leggi urbanistiche e la capacità di accelerare iniziative prima bloccate hanno fatto scoccare la scintilla della crescita della città.

C’è stata continuità tra giunte di diverso colore politico?

Assolutamente sì. Con tutte: da Albertini a Letizia Moratti a Giuliano Pisapia fino a Beppe Sala. Sui fondamentali – politica urbanistica, infrastrutture e trasporti – si è andati avanti senza smontare né fermare i processi precedenti. Credo sia un caso unico in Italia. Ed è stato fondamentale per la crescita esponenziale di Milano.

Una crescita però con molte ombre, secondo i pm.

Oggi vedo il rischio – anche se lo vedo meno rispetto ai primi giorni in cui l’inchiesta era “sparata” su tutti i giornali – che a causa di alcune indagini su fatti singoli venga emesso un giudizio generale contro Milano. Intanto, non ha senso paragonarla a megalopoli come Londra o Parigi: non ha 7 milioni di abitanti ma meno di uno e mezzo, casomai come Francoforte, Barcellona, Lione o Monaco di Baviera. La sua estensione territoriale è un quinto di Roma.

Il tema della “gentrificazione” esiste in tutte queste città: studenti che protestano nelle tende per l’assenza di studentati, giovani coppie e famiglie con figli piccoli che non reggono gli affitti. Il caro-case è un problema politico o giudiziario?

Il vero tema è proprio questo riallineamento. La crescita finanziata dagli enormi investimenti dei fondi internazionali ha ridisegnato la vita della città ma ha portato con sé, come sempre accade nelle trasformazioni importanti, degli effetti collaterali: la dinamica del mercato ha rilanciato zone in cui si sono concentrati i ceti medio-alti. Ma per dare risposta agli affitti medio-bassi Milano non avrebbe dovuto perdere il treno della città metropolitana: servirebbe un sistema dei trasporti ancora migliore che collegasse la città con i paesi dell’hinterland – fino a 3,5 milioni di persone – consentendo a tutti di fruire davvero di Milano.

Secondo lei esiste un “sistema Milano”, come ipotizzato dalle Procure, cresciuto nell’ombra in parallelo al “modello Milano”?

No, io sono schieratissimo sul “modello Milano”. Sostengo con forza l’autonomia della magistratura: i pm indaghino a fondo e sanzionino i casi di mancato rispetto delle regole, ma non possono dare giudizi su Milano. L’inchiesta non tocca le grandi riqualificazioni, da CityLife agli scali ferroviari, ma singoli interventi su cui ci sono già pronunce divergenti del Tar o della Cassazione. Se invece il circo mediatico-giudiziario emette un giudizio anticipato sul modello di sviluppo, rischiamo che la città si fermi. E’ evidente che c’è un disallineamento tra innovazione urbana e qualità di vita sociale: si è allargata la forbice. Mantenere i grandi investimenti però resta cruciale per ridurre le diseguaglianze.

Le regole urbanistiche italiane – stratificate nel tempo, farraginose, difficili da interpretare – tutelano il paesaggio o bloccano la modernizzazione dell’edilizia?

Il punto di caduta di questo dilemma è politico e si chiama decreto salva-Milano. In quell’occasione il Parlamento avrebbe dovuto fare il suo mestiere perché all’origine della vicenda c’è non la corruzione, a mio avviso, bensì l’interpretazione della legge urbanistica regionale e delle norme nazionali che a Milano è stata estensiva e altrove più restrittiva. Il Parlamento avrebbe dovuto fissare un orizzonte. Non lo ha fatto perché il Pd non ha retto il sospetto di “fare un favore ai cementificatori”, mentre il centrodestra si è reso conto, almeno fino a un certo punto, che in gioco c’era il futuro oltre che il presente. Ma è stato un grave errore non fornire una chiave di lettura precisa.

Ha ragione chi accusa Sala, in quanto sindaco di sinistra, di un deficit di politica nell’aver trascurato di dare risposte al ceto medio, o è un’ipocrisia?

Non mi sento di dare responsabilità particolari a Sala. C’è stato un deficit di politica ma dei partiti della sua maggioranza: loro hanno intuito che bisognava mettere mano all’altro corno della vicenda – la questione sociale – ma non vi hanno dato seguito. Penso al tema enorme, che coinvolge anche la Regione, del riassetto delle case popolari.

Per il momento c’è stata una tregua tra Sala e i partiti che lo sostengono. Secondo lei il sindaco riuscirà a finire la legislatura o entrambi i poli in realtà si stanno preparando per le elezioni anticipate?

La data cruciale arriverà a settembre, al momento dell’approvazione o meno in consiglio comunale della delibera per la vendita di San Siro. Se il documento passa con i voti di una parte soltanto della sua maggioranza – magari Pd e non Avs né Lista Sala – più alcuni dell’opposizione – da Lega e Fi – ci sarà uno strappo. A quel punto Sala, che ha carattere, dovrà decidere se proseguire in qualche modo con la maggioranza dissolta o fare altre considerazioni.

Resa dei conti rinviata a settembre, insomma?

Il Pd ha posto il rinvio del voto sulla delibera come condizione per andare avanti. La partita è delicata: a novembre entrerà in vigore un vincolo architettonico delle Belle Arti che di fatto renderà lo stadio invendibile. Quindi, a settembre si vedrà.

Foto:LaPresse

Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide