La Milano che vola – ormai da anni, sulla scia dell’Expo – si è risvegliata in un incubo, con le ali zavorrate di piombo. I prodromi c’erano già, qualche inchiesta anche, ma questo è uno tsunami: nel mirino i principali grattacieli della capitale morale d’Italia; accuse di abusi edilizi, tangenti e conflitti di interessi; occhi pubblici chiusi di fronte agli interessi privati. Gli indagati che da una ventina salgono a oltre settanta, compreso il sindaco Beppe Sala. Sei richieste di arresti tra cui l’assessore alla Rigenerazione Urbana (modo leggiadro e di sinistra per definire l’Urbanistica) Giancarlo Tancredi, l’ex presidente della commissione paesaggistica Giuseppe Marinoni, l’archistar Stefano Boeri, e il numero uno dei costruttori Manfredi Catella che con il suo gruppo Coima ha, scrive Piero Colaprico su Domani: “vetrocementificato, verticalizzato e marchiato la nuova città”.
Come è stato possibile, si chiedono tutti oggi? Nessuno l’ha vista arrivare – l’inchiesta, la tempesta – e i pochi più avveduti hanno comunque reagito con lenta goffaggine. Esempio: mettere il decreto Salva Milano già approvato alla Camera su un binario morto in Senato, disconoscerlo, renderlo tardivamente orfano. Come è potuto succedere? Ce lo chiederemo a lungo. Con i tempi della giustizia italiana, tanto vale mettersi comodi. E partire da alcune considerazioni.
Primo punto. La verità giudiziaria è lungi da venire. Siamo a quella della Procura – il Gip deve esprimersi. Le intercettazioni estrapolate a brandelli raccontano scene suscettibili di varie interpretazioni: Tizio ha sorriso, Caio aveva un tono ultimativo, Sempronio appariva subalterno. Troppo spesso a conversazioni grossolane o maleducate non sono corrisposti fatti delittuosi: se ci sono reati – mazzette, omissioni di controllo, firme indebite – andranno accertati e sanzionati con rigore. Ma bisognerebbe tenere la mente sgombra da suggestioni e ricostruzioni ancora da verificare. Sala ha respinto la tesi dei Pm: “Non mi riconosco in questa interpretazione”.
Secondo punto. Milano vive un boom economico senza precedenti, è l’unica città italiana alla pari delle megalopoli europee per affari e attrattiva, la Brexit ha spinto molta finanza nelle sue braccia. Come preconizzava Adriano Celentano, l’espansione porta con sé la cementificazione. A chi tocca gestirla? Alla politica, naturalmente. Lo sviluppo urbanistico di una grande città non può che passare per un piano regolatore serio, sistematico, complessivo. Il vuoto non esiste: se la politica – leggi qui il Comune ma più in generale il governo – è distratta, assente, superficiale, saranno gli imprenditori privati a prendere in mano la situazione e dettare i loro più rapidi tempi. Con il rischio che poi, se la politica continua a non decidere, arrivi la magistratura a occupare quello spazio.
Terzo punto. Le leggi e le procedure urbanistiche in Italia sono vecchie, farraginose, iper-burocratiche, stratificate da decenni le une sulle altre. Per sapere se è possibile abbattere un muro bisogna chiedere a geometri, architetti, ingegneri, genio civile con relative parcelle e tempistiche. C’è uno scontro di potere e un palleggio di responsabilità tra Comuni, Regioni, Sovrintendenze, ministeri. Con esiti gattopardeschi: da un lato è impossibile allargare uno sgabuzzino, dall’altro le villette abusive alle pendici dei vulcani o in zone sismiche restano lì in assenza di altre soluzioni e nessuno investe nell’edilizia popolare. Tutto scorre, a seconda delle opportunità e degli opportunismi. Lo sa bene Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che oggi invoca le dimissioni di Sala perché “blocca lo sviluppo di Milano” ma pochi mesi perorava il decreto Salva Milano: “Fosse per me, l’avremmo già approvato”.
Quarto punto. Giunta attuale e concetto di rigenerazione urbana sono di sinistra. Come si fa, allora, a prescindere dalla gentrificazione della città, dal caro affitti che scaccia le giovani coppie in periferia, dagli studenti che protestano accampati nelle tende nei parchi universitari, dai prezzi esorbitanti della vita glamour a City Life? Non è semplice tuttavia, come mostra l’impasse del governo (dei governi in tutto il mondo) nella lite sempre più feroce tra cittadini esasperati dall’overtourism e cittadini impoveriti che mettono a reddito l’appartamento ereditato trasformandolo in casa vacanze. Non ci sono soluzioni facili, ma non è a quello che serve la politica?
Conclusione. Beppe Sala, che si dice demoralizzato, traballa. Dopo un fulgido primo mandato che lo ha lanciato come potenziale “federatore del centrosinistra”, il secondo è più defilato, quasi sfuggente. Anche in termini di comunicazione, va ricordato, il vuoto non esiste. Il centrodestra vede un’occasione per invertire i sondaggi e riprendersi la città. Il centrosinistra lo sta lasciando solo: Giuseppe Conte perché, come già si era visto, non perde occasione di intestarsi la bandiera dell’”onestà, onestà”, Elly Schlein perché non lo ha mai amato, non lo considera uno dei suoi, e coccola più di ogni altra cosa il rapporto con l’alleato pentastellato. Sala pagherà senza dubbio il conto politico del vuoto decisionale. Ma potrebbe finire per pagare più di altri e al posto di altri: il prezzo di un mondo che sta cambiando parametri e di una politica troppo lenta per correre ai ripari.




