Obiettivo referendum: non si vince, ma (ci) si conta

L’asticella di Elly Schlein: portare al seggio più elettori del centrodestra alle politiche 2022. E aprire la campagna d’autunno per le Regionali. Ecco a cosa serve davvero il referendum

Se il quorum è un miraggio perché insistere? E’ la domanda più logica da farsi a proposito del referendum previsto domenica e lunedì prossimi – cinque quesiti su lavoro, sicurezza nei cantieri, cittadinanza – ma è anche la più sbagliata. Perché la partita dell’affermazione dei quesiti – alcuni complessi, altri tecnici, l’ultimo che dimezza da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale dello straniero per diventare italiano, importante ma non popolarissimo in questo periodo storico – è l’ultima che si gioca nel campo dei promotori.

Schlein vuole completare la “derenzizzazione” del Pd

Maurizio Landini, segretario della Cgil, punta a riportare il suo sindacato al centro della ribalta e il lavoro al centro dell’azione politica dell’opposizione, e magari anche della maggioranza: non si sa mai, Giorgia Meloni potrebbe convincersi ad avviare finalmente un’interlocuzione seria con le parti sociali, o magari a ragionare su una legge sulla rappresentanza sindacale che metta un freno alle mini-sigle ribalde e alla giungla di contratti pirata. Elly Schlein, che è uscita a suo tempo dal Pd in polemica con il Jobs Act, procede come un caterpillar verso i suoi obiettivi: continuare a dimostrare che con lei al Nazareno il partito ha cambiato rotta, verso sinistra ovviamente, “de-renzianizzandolo” dalla più indigesta delle riforme, e contemporaneamente mostrare che i Dem non sono più “quelli della Ztl” bensì hanno come (lodevole) centro d’interesse la lotta al precariato e alle morti bianche.
Non a caso un gruppo di “riformisti” irriducibili – Giorgio Gori, Marianna Madia, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi, Pina picierno, Lia Quartapelle – ha fatto sapere che ricorrerà all’astensionismo selettivo: non ritirerà le schede sul jobs act. Giuseppe Conte, che sul carro del referendum è salito per ultimo, si è impegnato sui primi 4 quesiti mentre ha lasciato libertà di voto sulla cittadinanza – tema spinoso per una parte degli elettori Cinquestelle – pur annunciando il personale voto a favore. Ma l’Avvocato del Popolo nel tempo si è rivelato un maestro nelle giravolte, e dunque l’importante è esserci: magari per poterlo rivendicare in futuro, nell’eterno duello a sinistra per chi nel 2027 si candiderà come sfidante di Meloni.

Il “sogno selvaggio” del Pd, il 40 per cento di affuenza

Tutto a posto, dunque? Non proprio: l’incognita, come sempre è l’affluenza, e i precedenti non lasciano dormire sonni tranquilli. L’ultima consultazione popolare – quella sulla giustizia del 2022 promossa da Radicali e Lega – si è fermata al 20% dei votanti, battendo ogni record negativo. Al Pd hanno un sogno selvaggio – il 40% – e un’asticella: 12 milioni e mezzo di votanti, quelli che nel 2022 hanno portato a Palazzo Chigi l’attuale premier e la sua compagine. Se i seggi catalizzassero quella cifra, l’opposizione potrebbe dire che l’attuale maggioranza di centrodestra non è più tale nel Paese.
Argomento teorico si potrebbe ribattere, e per certi versi arzigogolato – chi può dire che i voti per il referendum e per le politiche si sovrappongano perfettamente? – ma sempre spendibile in campagna elettorale. E, per la cronaca, in autunno si voterà in 6 regioni: oltre alla Val d’Aosta, Veneto, Toscana, Puglia, Campania, Marche. Tolto lo “Zaiastan” impossibile da conquistare salvo suicidio politico del centrodestra, Schlein punta a tenersi le sue e strappare l’ultima al fratello d’Italia Francesco Acquaroli. E nella pugna, ogni argomento fa brodo: compreso quello dell’affluenza referendaria. Anche perché, quando si tratterà di scegliere i candidati, il leader pentastellato non farà certo sconti. Contarsi, allora, l’8 e 9 giugno è (quasi) più importante che vincere.

Federica Fantozzi

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