Andy Burnham è il settimo Primo Ministro del Regno Unito in dieci anni. Non c’è più motivo, nota sarcasticamente Nigel Farage, di “ridere degli italiani”. Se vogliamo dare una data d’inizio all’instabilità dei governi britannici e al turnover talvolta anche frenetico, dobbiamo risalire alla Brexit e a David Cameron che, spinto in un vicolo cieco proprio da Farage, allora leader dell’UK Independence Party (UKIP), indisse quel referendum che, con una maggioranza del 52%, avrebbe portato il Regno Unito fuori dall’UE. Alla distanza, si potrebbe considerare che Cameron fece bene a dimettersi, nel 2016, lasciando ad altri le enormi difficoltà del Withdrawal agreement. Farage, il vincitore, colui che aveva fatto una campagna estremamente aggressiva contro i circa quattro milioni di europei (polacchi, rumeni, italiani, greci, ai primi posti) migrati in pochi anni in UK grazie alla libera circolazione, “predatori” di benefits e sanità britannici e che, proprio perché migravano, erano la prova tangibile che l’UE faceva acqua, parimenti usciva di scena, sciogliendo l’UKIP.
Furono tempi durissimi. L’Unione Europea sembrava scatenata contro il Regno Unito. La Francia pareva essersi ricordata che la Guerra dei Cento Anni non si era conclusa con un tavolo di pace, che la Scozia era stata francese e sollecitava il PM scozzese, Nicola Sturgeon, alla secessione prospettando fiumi di denaro europeo di sostegno. Per di più metteva il dito su una piaga ancora viva, sollecitando gli irlandesi dell’Ulster a separarsi da Londra e cioè, in pratica, a riaprire una guerra civile che definire atroce è un eufemismo (e di cui da noi si è sempre preferito sapere poco) conclusasi con il Good Friday Agreement (10 Aprile 1998), uno dei più coraggiosi accordi che fu mai firmato per volontà della popolazione tutta, unita nel piangere i reciprochi morti (troppi), perdonare i reciproci massacri e creare un futuro di pace per le nuove generazioni. Tutta questa acredine e volontà di nuocere, da parte di Bruxelles, nel Regno Unito venivano vissute male, ci si sentiva puniti, e anche i Remainers iniziavano a ritenersi parte di una ingiusta persecuzione.
Theresa May (unica donna Primo Ministro dopo Margareth Tatcher), subentrata a Cameron, si trovò a gestire la patata bollente della Brexit contro un’Europa ostruzionista e un’opinione pubblica che sempre più diventava eurofobica. A lei dobbiamo la storica frase che diede il brivido agli europei migrati sul suolo britannico “It will no longer be the case that EU nationals, regardless of the skills or experience they have to offer, can jump the queue” e che fece comprendere quanto la musica fosse pesantemente cambiata. Per continuare a risiedere e lavorare in UK bisognava ottenere il ILR/Settle Status e se le domande (allora a sessanta sterline a persona) venivano respinte bisognava ripresentarle, sempre a pagamento, e la carta di deportazione poteva arrivare anche a chi, europeo con coniuge britannico e figli britannici, non passava il test.
Le lettere di deportazione forzata nel solo 2018 superarono il centinaio e dilagava il panico mentre gli uffici governativi obbligavano a ripetere le domande per guadagnarsi il diritto (di cui si era stati titolari fino al giorno prima) di continuare a risiedere e lavorare in UK. Molti, in particolare i francesi, gettavano la spugna e tornavano in Patria.
Un marito inferocito, una ragazzina in lacrime e oltre trentamila firme di cittadini solidali diedero una svolta a quella che sembrava stesse degenerando in persecuzione. Questa volta si era andati troppo oltre. Il coniuge, Simon Merry, non solo era britannico come la figlia, ma era anche un membro del Parlamento locale e deciso a scatenare un inferno di cause e richieste di danni se si fosse anche solo tentato di deportargli la moglie. Il governo riconobbe che si trattava di uno sfortunato errore e porse le scuse, e furono anche invitati i pubblici ufficio a essere più cauti. Nel 2019 le domande per il ILR diventarono gratuite, l’iter sempre complesso, la mole di documenti sempre corposa, ma la sensazione generale tra gli europei migrati era di non essere più oggetto di ritorsioni selvagge, anche se gli accordi UE/UK languivano e Theresa May passava da un fallimento all’altro.
Le guerre, tuttavia, per i governi in difficoltà possono essere una risorsa. Saltando a piè pari il Parlamento, May prese al volo la decisione di affiancare la Francia e gli USA di Trump per attaccare la Siria di Bashar Al-Assad anche se, dopo le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, alle armi di distruzione di massa di Al-Assad non ci credeva quasi nessuno. Amber Rudd, segretario di Stato, a questo punto si dimetteva, mentre l’UE (un po’ ammansita la Francia grazie ai bombardamenti comuni sui civili siriani) incominciava ad accettare di discutere del divorzio dal Regno Unito con una formula consensuale invece che per colpa.
Le richieste europee, tuttavia, che facevano sentire i britannici spremuti come limoni, erano ritenute inaccettabili dalla popolazione e, dopo ulteriori svariati tentativi, nel luglio 2019 May si dimetteva senza un nulla di fatto. Le succedeva il brillante Boris Johnson. Chissà mai che con i suoi modi tra il serio e il goliardico non gli fosse possibile fare breccia sul giovane Emmanuel Macron e la saggia Angela Merkel. Pochi mesi dopo esplodeva la pandemia. Questa emergenza che accomunava tutti avrebbe potuto avvicinare l’Isola al Continente, ma bisognava gestire popolazioni molto diverse nell’assoggettarsi a obblighi di vaccino.
La Brexit, a questo punto, veniva messa in pratica, le regole applicate erano diverse e la situazione anziché trovare punti di contatto si inaspriva. Oxford metteva a disposizione il primo vaccino AstraZeneca contro il Covid 19, eliminato poi in UE in favore di Pfizer, mentre la Francia di nuovo sulle barricate bloccava l’ingresso ai britannici durante la variante Omicron. Il Regno Unito dal suo canto reciprocava impedendo l’accesso a tutti i francesi a causa di una ripresa dell’infezione nell’Isola di Réunion che è dall’altra parte del globo ed era già sorvegliata speciale dalla Francia.
Intanto anche con Johnson il Withdrawal agreement stentava ad andare avanti e il malcontento imperversava mentre patate, cipolle, carote e cavoli erano gli ortaggi che spiccavano nei supermercati dagli scaffali per lo più vuoti. Un’altra opportunità, tuttavia, si affacciava all’orizzonte molto più promettente dei bombardamenti sulla Siria: la Russia dopo otto anni in attesa che gli accordi di Minsk fossero rispettati sfondava i confini ucraini nel Donbass. Ciò dava a Londra la possibilità di rientrare nell’UE dalla finestra, dopo esserci uscita dalla porta via Brexit.
La pandemia da un giorno all’altro era dichiarata conclusa, tra strette di mano, il nemico comune (la Russia) era individuato, uno scandalo ad hoc eliminava Sturgeon dalla scena, la secessione scozzese era dimenticata, il Nord Irlanda era lasciato finalmente in pace con il doppio passaporto (britannico e europeo) per tutti i cittadini e le merci ricominciavano a fluire perché il confine tra UE e UK forse era da qualche parte in mare tra Irlanda e UK, ma non si sottilizzava più di tanto. A Johnson e a Biden si devono gli accordi saltati di Istambul del 2022 tra Ucraina e Russia con conseguente crollo dell’economia europea e centinaia di migliaia di morti e feriti tra soldati ucraini, russi e civili russofoni del Donbass (è infatti nel Donbass abitato da russofoni e non in altre parti del grande territorio ucraino che si è svolta la guerra per i primi tre anni).
I britannici come gli statunitensi, tuttavia, le bugie da parte dei propri governanti proprio non le sopportano. Le festicciole di Boris Johnson in Downing Street in violazione delle strette regole contro gli assembramenti che governavano durante la pandemia esplodevano in scandalo e facevano cadere la testa del festaiolo PM nel settembre del 2022. Gli succedeva Liz Truss. Il suo mandato fu così veloce che quasi non ci si accorse della sua presenza. Quarantanove giorni in periodo ancora estivo (settembre-ottobre 2022) e funestato dalla morte dell’amatissima regina Elisabetta II che mise in pausa per circa due settimane anche l’attività del Parlamento.
Truss tentò di proporre un mini-budget che fu attaccato da ogni parte e lei se ne andò, veloce come era arrivata. Ed ecco alla ribalta Rishi Sunak, il primo Premier di origini asiatiche. Subito criticato per via della troppo ricca moglie (si diceva che il suo patrimonio superasse quello della Corona), ereditava la guerra d’Ucraina cui si aggiungeva nel 2023 il Medio Oriente in fiamme. Il doppio standard adottato nelle due guerre urtava profondamente i britannici e le comunità islamiche manifestavano il proprio fermento contro gli stermini israeliani che massacravano anche i palestinesi della Cisgiordania che nulla avevano a che fare con Hamas e la strage del 7 ottobre 2023.
A sorpresa Sunak, troppo sotto pressione, indisse le elezioni anticipate nel luglio 2024, ben sapendo che dopo quattrodici anni al governo e lo sfaldamento progressivo dello Stato sociale (in particolare del National Health Service, fiore all’occhiello britannico), i conservatori avrebbero perso in favore dei laburisti. Infatti fu eletto Keir Starmer, sostenuto dalla comunità ebraica che era riuscita a fare eliminare Jeremy Corbyn, precedente leader del partito laburista, accusato di antisemitismo per avere tentato di avere contatti con Hamas al fine di valutare la possibilità di un pur minimo dialogo.
Starmer, coinvolto negli Epstein files tramite Peter Benjamin Mandelson, da lui nominato ambasciatore a Washington, dopo avere sostenuto al limite dell’impossibile Israele in tutte le sue invasioni (Libano, Siria, West Bank) e eccidi (Gaza), avere fatto arrestare migliaia di dimostranti con l’accusa di terrorismo (accusa ritenuta infondata dal tribunale), avere fatto muro contro la Russia e qualsivoglia passo diplomatico, ha dato le dimissioni il 20 luglio del 2026 senza avere portato agli UK niente altro che prospettive di economie di guerra e dopo avere firmato aumenti di budget da scaricare sul suo successore.
L’eredità che Starmer ha lasciato a Andy Burnham, da poco succedutogli come settimo Primo ministro in dieci anni, infatti, non è leggera, ma a ciò si aggiunge un inizio poco promettente. Le prime azioni di Burnham sono state di sostegno a tutte le guerre in corso, inclusa l’aggressione degli USA all’Iran. I britannici sono stanchi sia di guerre sia di primi ministri che vivono nella stratosfera.
Alla dichiarazione di Burnham che ha solennemente affermato che saranno rispettati gli impegni economici firmati per armarsi (3% del PIL), ha messo una pezza il Ministro della Difesa Wes Streeting, intervenendo personalmente durante il programma radiofonico Nick Ferrari at Breakfast del 30 luglio 2026, subissato di telefonate di ascoltatori preoccupati, affermando che la cifra del 3% del PIL sarà spesa solo se ci saranno i fondi e senza imporsi il limite del 2030. Sospiro di sollievo generale, per il momento.
Intanto, Nigel Farage, più agguerrito che mai, tuona contro il non eletto Burnham e chiede elezioni anticipate. Dopo avere atteso per quindici anni che i conservatori mollassero la presa è decisamente improbabile che i laburisti siano disposti a rinunciare a Downing Street, ora che ci sono nuovamente arrivati. I nostalgici guardano al passato e pensano a Churchill.
In questo possono stringere la mano dei francesi che, con un debito pubblico esploso negli ultimi anni, un Paese sempre più deindustrializzato, senza tetto che oramai piantano tende anche in faccia al Louvre, le banlieues in subbuglio, le bollette dell’elettricità che esplodono e le tasse che aumentano, guardano con sgomento alle prossime elezioni e pensano a De Gaulle.
Altri tempi.




