Craxi, il Midas e la fine del vecchio Psi

La sconfitta elettorale del giugno 1976 fece precipitare la crisi del Partito socialista e chiuse la stagione di Francesco De Martino, segnata dalla ricerca di un rapporto organico con il Pci. Nel giro di poche settimane, all’Hotel Midas, una nuova generazione impose il rinnovamento e Bettino Craxi venne eletto segretario

L’ estate del 1976 per il Partito Socialista Italiano fu caldissima e molto difficile. La batosta elettorale del 20 e 21 giugno portò il Psi a scendere sotto il 10% determinando la caduta del segretario Francesco de Martino, la cui linea era centrata sulla questione del rapporto con il Partito Comunista. Si pose quindi il problema di un radicale rinnovamento della proposta politica e poche settimane dopo, a metà luglio, all’ Hotel Midas venne eletta una nuova direzione ed un nuovo segretario, che si chiamava Bettino Craxi. Ma come si arrivò a questo risultato? E quali furono i protagonisti della svolta? Cominciamo dall’ inizio!

Chi era Francesco de Martino, il professore

Francesco de Martino (1908- 2002) fu professore universitario ed eminente storico del Diritto romano nonchè autore di una importante Storia economica di Roma antica, opera di grandissima fortuna tradotta in varie lingue in cui esponeva tra l’altro le sue idee sul carattere giuridico, e non necessariamente militare e ostile, dei rapporti internazionali di Roma. Iniziò come allievo di Enrico de Nicola, futuro capo provvisorio dello Stato dopo il referendum del 1946 ma soprattutto illustre studioso del diritto e dell’economia romana. De Martino insegnò storia del diritto romano nelle Università di Messina, Bari e poi alla “Federico II” di Napoli, dove si era anche laureato. Fu accademico dei Lincei ed autore di opere storiche fondamentali, come la Storia della costituzione romana in sei volumi, tra le maggiori trattazioni romanistiche del Novecento, lodata dal Nicholas Purcell che fu a sua volta romanista ad Oxford e grande studioso di storia sociale antica. Il Professore aderì al Partito d’Azione fin dal 1943; il PdA alle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946 ottenne un modesto 1,5 % arrivando a sciogliersi nel 1947, e quindi De Martino confluì nel Psi. Eletto parlamentare nel 1948 con il Fronte Popolare, fu direttore di Mondoperaio nel 1959, e poi vicesegretario con Nenni.

Le tre segreterie del Professore e l’ impegno prima per il centro sinistra, poi per gli equilibri più avanzati

Il 4 dicembre del 1963 nacque il primo governo di centro sinistra guidato da Aldo Moro, con i socialisti nella coalizione ed il patriarca socialista Pietro Nenni come vicepresidente. Questo governo di Centro-sinistra organico era sostenuto dalla Democrazia Cristiana, dal PSDI, dal PRI e come abbiamo visto dal PSI. Proprio nel 1963 De Martino fu eletto alla segreteria del PSI, rimanendovi fino al 1966. Il suo programma comprendeva l’apertura ai comunisti, la prospettiva di una ricomposizione delle fratture a sinistra, la collaborazione con la sinistra democristiana e anche con le punte più avanzate del mondo laico. Il Professore fu all’ altezza della situazione guidando il partito in mezzo a moltissime difficoltà. Il centro sinistra negli anni successivi produsse riforme virtuose come lo statuto dei lavoratori, l’istituzione delle regioni, la corte costituzionale e la legge sul referendum; l’ Italia stava finalmente cambiando.

Nel passaggio successivo, segnato prima dall’unificazione tra PSI e PSDI e poi dal suo fallimento, De Martino sarà co-segretario del PSU fino al 1968 assieme al socialista democratico Mario Tanassi. Le elezioni del 1968 segnarono il fallimento della riunificazione tanto che in alcune regioni del Centro-Nord i due partiti, presentandosi insieme, arrivarono alle percentuali del solo PSI nella precedente tornata del 1963, mentre in alcuni collegi questo risultato non fu neppure raggiunto. In sostanza il Psu andò poco lontano facendo perdere non solo voti, ma anche esponenti prestigiosi. Il pensiero va al grande industriale friulano Fermo Solari, anch’ egli prima azionista e poi socialista, già comandante partigiano e vice di Ferruccio Parri; Solari nel 1958 fu eletto contemporaneamente al Senato ed alla Camera e dopo aver generosamente sovvenzionato il PSI fin dal dopoguerra lasciò il partito in forte polemica con la prospettiva dell’unificazione.

Il pessimo risultato elettorale portò alla nuova scissione del 1969 con l’uscita dei socialdemocratici ed il ritorno alle due sigle separate, provocando la caduta del primo governo Rumor. Dopo la parentesi di Mauro Ferri (novembre 68 / maggio 69) De Martino verrà rieletto alla guida del Psi in un momento difficilissimo; oltre alle dure lotte sociali ambienti oscuri ed influenze esterne scatenarono la strategia della tensione con la strage di piazza Fontana nel 1969 a Milano, a cui seguì il tentato golpe Borghese tra il 7 e l’ 8 dicembre 1970. De Martino resterà segretario fino all’aprile 1970, passando poi le consegne a Giacomo Mancini; il professore, nel marzo 1971, fu quindi eletto – a maggioranza – presidente del partito dal comitato centrale ; in quell’occasione venne anche approvato un documento che andava verso una “convergenza” con il Pci.

De Martino candidato alla presidenza della Repubblica

A dicembre del 1971 il Parlamento doveva eleggere il nuovo capo dello Stato. Nei primi scrutini il Professore fu votato da tutta la sinistra, mentre il candidato democristiano Amintore Fanfani non riuscì a passare. Lo stallo si protrasse fino al 21° scrutinio, quando nell’ assemblea dei grandi elettori democristiani il centrista Giovanni Leone prevalse di strettissima misura su Aldo Moro, uomo ben più aperto al rinnovamento della democrazia italiana. Nonostante l’accordo tra la DC e i partiti di centro la candidatura Leone non decollava, tanto che al 22º scrutinio, per un solo voto (503, contro i 504 del quorum richiesto) egli non fu eletto. A questo punto De Martino si ritirò e le sinistre proposero come candidato Pietro Nenni, sperando di raccogliere i voti dei sostenitori di Moro spaccando la DC. Nenni colse un buon successo personale ma si fermò a 408 voti; il 24 dicembre, al 23º scrutinio, Leone con 518 voti su 1008 “grandi elettori” venne faticosamente eletto con l’appoggio determinante del Movimento Sociale Italiano. La difficile elezione di Leone non fu solo la più lunga della storia repubblicana, ma anche quella con i numeri più risicati e la sua presidenza finì nel 1978 con polemiche durissime.

Il 1972, la rielezione a segretario del Psi e lo spostamento a destra del nuovo Parlamento. Il governo Andreotti – Malagodi

Con le nuove elezioni il quadro politico si spostò nettamente a destra. Il Psiup (nato da una scissione a sinistra del Psi, che raccolse i contrari al centrosinistra) non superò la soglia di sbarramento e rimase fuori, mentre il Partito Liberale prese una sonora batosta crollando dal 5,8 al 3,7 %, con una parallela crescita a destra del Movimento Sociale. I socialisti si rifiutarono di partecipare alle trattative per un nuovo governo che comprendesse anche il Pli e quindi il presidente Leone incaricò Giulio Andreotti, che riuscì a mettere in piedi un governo di centro/ centrodestra. In pratica lo stesso schieramento, senza il Msi, che alla fine del 71 aveva eletto Leone al Quirinale.

Anche i repubblicani restarono fuori (appoggio esterno come il PSDI) e si arrivò quindi ad un governo di centrodestra Andreotti-Malagodi tra Dc e Pli, partito che fu ben ricompensato ottenendo quattro ministri con soli tre punti percentuali alle elezioni. Il rigoroso segretario liberale Giovanni Malagodi, già grande oppositore del centrosinistra, per rinnovare le schiere dei gran commis dello Stato diede via libera alle cosiddette pensioni d’oro che stiamo ancora pagando. Il governo infatti emanò i decreti attuativi della l. 24 maggio 1970 n. 366 “Norme a favore dei dipendenti civili dello Stato ed Enti pubblici ex combattenti ed assimilati”, che una volta approvato causò un fortissimo aumento dei costi previdenziali. L’esperienza fu di breve durata e terminò nel giugno del 1973 quando Andreotti si dimise; l’occasione fu data dal ritiro dell’appoggio esterno del PRI, ma il motivo vero era un altro. Il XII Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, con gli “accordi di Palazzo Giustiniani” tra Amintore Fanfani e Aldo Moro, aveva infatti approvato un documento che caldeggiava il ritorno alla maggioranza di centro-sinistra.

Nel 1972, ottantesimo compleanno del PSI, si tenne a Genova il 39° congresso e De Martino, già presidente del partito e leader della sua corrente Riscossa, fu rieletto segretario dall’alleanza tra la sinistra e gli autonomisti. In questo periodo il Professore iniziò l’ elaborazione della sua formula politica degli “equilibri più avanzati”, dedicata principalmente all’ unità delle sinistre ed al rapporto con il Pci. Nell’ufficio di segreteria arrivano i quarantenni e tra i nuovi vice c’era anche il giovane milanese Bettino Craxi, un fedelissimo di Nenni dal carattere battagliero. Al vertice del partito era stato collocato un “Ufficio Politico” composto dai maggiorenti come De Martino, Craxi, Mancini, Bertoldi e Lombardi, formalizzando il sistema delle correnti organizzate che si diceva di voler superare.

Il Pci e i socialisti. Dalla linea di Luigi Longo a quella del nuovo segretario Enrico Berlinguer

Nel PCI al Comitato Centrale del marzo 1971 si aprì un dibattito acceso sulla proposta di apertura a sinistra del PSI. Va ricordata la posizione di Umberto Terracini, classe 1895, socialista dal 1911 poi tra i fondatori del Pci nel 1921 con la scissione di Livorno, limpidissimo antifascista e nel dopoguerra Presidente dell’ Assemblea Costituente. Ebbene, secondo Terracini se “Il PSI riconosce che è inconcepibile una azione riformatrice che prescinda dal PCI. “Noi dobbiamo collocarci sul terreno da lui proposto.” Paolo Bufalini, uomo acuto ed uno dei massimi dirigenti del Pci che curò sia i rapporti internazionali del Pci che quelli con il Vaticano si espresse così “E’ venuto il momento di mettere da parte montature artificiose di divergenze esistenti tra le forze di sinistra che operano sia all’opposizione sia all’interno della maggioranza di governo. È indispensabile un rilancio della grande e insostituibile funzione dei due partiti storici della classe operaia e del ruolo che ha sempre avuto e può avere anche oggi la collaborazione tra essi.” Aldo Tortorella “E’ evidente che il documento del Comitato Centrale del PSI con la insistenza sugli equilibri più avanzati è una posizione importante”. E infine Luigi Longo, Segretario del Partito, nell’editoriale dell’Unità scrive: “Noi pensiamo che oggi nuovi passi avanti possono essere fatti fare all’unità d’azione. Se non è ancora possibile una nuova maggioranza, sono possibili però, come i fatti dimostrano, convergenze ed accordi. È solo in questo modo che si può operare per preparare la creazione di equilibri più avanzati, nella prospettiva di arrivare ad una maggioranza”.

Vi era quindi una comunanza di idee tra il PCI di Longo e il PSI di De Martino. Luigi Longo ( il comandante Gallo) fu un esponente di massima importanza del comunismo internazionale e nella sua concreta azione politica e parlamentare fu aperto verso la sinistra, il movimento del 68 ed il mondo laico senza intrattenere un rapporto preferenziale con la DC, come fece invece il suo successore Enrico Berlinguer. Ricorda De Martino nella sua intervista a Zavoli nel 1998: “La realtà italiana era quella che era ed occorreva trasformarla senza improvvisazioni o con iniziative avventate. Mi era chiaro che era necessaria una fase intermedia per creare la possibilità di una partecipazione dei comunisti al governo. La fine della delimitazione della maggioranza diede vite ad un nuovo processo: il PCI uscì dall’isolamento e in importanti Regioni (Emilia-Romagna, Toscana e Umbria) e in molti Comuni si cominciò a dar vita a Giunte PSI PCI. ( vedi A Cinquant’ anni dal Midase, di Sergio Simoni, ilsocialista.com, 30 luglio 1976)

Nel 1972 Enrico Berlinguer venne eletto segretario generale del Partito Comunista Italiano. Berlinguer era già membro della direzione dal IX congresso del partito (1960) quando, su richiesta dell’ allora segretario Luigi Longo, era stato nominato responsabile dell’organizzazione al posto di Giorgio Amendola. Nel 1962, al X congresso del Pci, Berlinguer aveva fatto un bel passo avanti diventando responsabile dell’ ufficio di segreteria del PCI e della sezione Esteri. Con la segreteria Berlinguer la linea politica del Pci sarebbe cambiata radicalmente ed il nuovo segretario avrebbe avuto occhi quasi solo per la DC.

Il compromesso storico, il referendum sul divorzio e la grande avanzata comunista. Il mutamento del quadro politico

Nei primi anni Settanta la destra eversiva ed i suoi ispiratori esercitavano un ruolo oscuro nelle vicende politiche del paese, ed il golpe cileno del settembre 1973, con l’assalto al palazzo della Moneda e la morte del presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende fu un grave segnale d’allarme per le forze democratiche. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer, consapevole che in Italia uno schieramento progressista non poteva governare con il solo 51%, tra settembre ed ottobre propose una nuova strategia in tre articoli pubblicati su Rinascita (Imperialismo e Coesistenza alla luce dei fatti cileni, 28 settembre 1973; Via democratica e violenza reazionaria, 5 ottobre 1973, e soprattutto Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, 12 ottobre 1973). La sua proposta prese le mosse proprio dal golpe cileno, proponendo la strategia del compromesso storico nella convinzione che in Italia il Pci poteva arrivare al governo solo attraverso l’incontro con il mondo cattolico ed una grande intesa con la Democrazia Cristiana. Non mancarono le critiche e le resistenze interne al partito, a cominciare dalla posizione dell’ ex segretario Luigi Longo che espresse da subito in un’intervista su Epoca del 4 novembre 1973 le sue riserve sul termine compromesso storico, suggerendo invece quello di blocco storico.

Va anche citata la posizione di Terracini che si espresse con chiarezza e decisione contro il compromesso storico già al XIV Congresso del PCI (Roma, marzo 1975) in cui fu l’unico dirigente di primo piano a contestare apertamente la linea berlingueriana, sostenendo che la Democrazia Cristiana continuava a rappresentare gli interessi delle classi dominanti e che un accordo stabile con la DC avrebbe indebolito il ruolo del PCI come partito della trasformazione, portandolo a perdere la propria autonomia politica e ideale. Non contento Terracini ribadì con decisione le proprie critiche nel Comitato Centrale del PCI tenutosi nell’ autunno 1976, dopo le elezioni politiche dello stesso anno che avevano dato inizio alla politica di solidarietà nazionale, Terracini criticò con decisione la nuova strategia, che secondo lui andava oltre una collaborazione tattica che rischiava di trasformarsi in un sostegno permanente alla DC. Queste tesi vennero poi ribadite in vari comizi ed occasioni pubbliche ed in una sua raccolta di scritti e discorsi ) Cinque no alla DC, 1978).

Il referendum sul divorzio e la sconfitta delle forze conservatrici

In Italia comunque il vento stava cambiando. Nel ’74 ci fu un segnale chiarissimo quando non passò il referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini sul divorzio, confermata con il 57 % dei voti; la responsabilità della sconfitta venne attribuita al segretario della DC Fanfani, che si era esposto moltissimo su posizioni decisamente contrarie al fronte laico. Fanfani verrà ritratto in una serie di caustiche vignette di Chiappori ma, soprattutto, di Forattini. Indimenticabile la sua “Tappo ti stappo”, uscita subito dopo il voto, con una bottiglia di spumante con l’etichetta NO, la data 1974 e un Fanfani turacciolo che vola via. Come ci ricorda Ugo Finetti ( La generazione del 56, Critica Sociale) Loris Fortuna, al momento della scissione del luglio 1969, preferì lasciare la corrente giolittiana (che partecipava alla “nuova maggioranza” nel partito socialista) e andare in minoranza a fianco di Nenni, che vedeva più intransigente e meno disposto a compromessi sul divorzio come De Martino il quale era influenzato dalla prudenza del Pci del compromesso storico, molto attento alle esigenze del mondo cattolico e democristiano.

Sull’onda del risultato del referendum del 1974 Nenni spostò la corrente autonomista a sinistra. Il segno più vistoso fu la presa di posizione di Pietro Nenni nella Direzione del giugno 1974 in cui lancia la politica dell’alternativa. Il sindaco Aldo Aniasi lo sottolineò intervenendo al Comitato Direttivo di Milano il 27 giugno: “Quando Nenni ha parlato dell’alternativa si rimase sorpresi, ma ora tutti ne parlano”. Fanfani, già in forte difficoltà, continuò a guidare la DC con l’opposizione delle correnti di sinistra ma fu sconfitto anche alle regionali del 1975 che videro una strepitosa vittoria della sinistra. E qui c’è un’altra vignetta famosissima di Forattini con Fanfani pattinatore sul ghiaccio, già piuttosto fasciato e malconcio, che ad occhi chiusi si avviava a precipitare in una buca con la scritta “elezioni regionali”. Il risultato delle amministrative fu rovinoso per la DC che toccò il suo minimo storico; Fanfani fu sfiduciato dal Consiglio Nazionale e nel luglio successivo fu eletto segretario Benigno Zaccagnini, la faccia pulita della DC.

La questione comunista. De Martino lancia la formula degli “equilibri più avanzati”, e il governo Moro-La Malfa cade

Nel cambio di fase politica il Professore rilanciò l’ idea degli «equilibri più avanzati», che potrebbe essere riassunta in questa sua frase: “Fino a quando, in Italia, c’è una divisione nel campo socialista o in quello della sinistra, non sarà possibile qualsiasi sviluppo, non dico di carattere socialista, ma anche di carattere semplicemente democratico. Quindi l’ispirazione è la ricerca dei modi capaci di determinare questa possibilità”. La tesi fu elaborata in un articolo di fondo sull’Avanti del 31 dicembre 1975, intitolato “Soluzioni nuove per una crisi grave” in cui il segretario socialista metteva in discussione la maggioranza, attaccava la DC sorda alle proposte dei socialisti e chiedeva un coinvolgimento del Pci nel programma di governo.

L’iniziativa, non concordata, lasciò a dir poco perplesso il presidente del Consiglio Aldo Moro; grande fu anche la preoccupazione del segretario comunista Berlinguer, che era ben lungi da opzioni politiche di alternativa ed anzi si adoperava in ogni modo per realizzare il compromesso storico con i democristiani. Solo pochi mesi dopo, nel marzo 1976, al 40° congresso del PSI fu approvata unanimemente e senza mozioni contrapposte la linea dell’alternativa socialista: una graduale transizione al socialismo, ma nel rispetto della democrazia e della libertà.

Francesco De Martino fu riconfermato in una prospettiva di unità delle sinistre attraverso la collaborazione con il Pci. Nenni fu eletto presidente. Il segretario aveva due vice su posizioni speculari: il lombardo Giovanni Mosca, a lui molto vicino nonché padre della prima giunta di centro sinistra d’Italia (Milano 1961, sindaco Cassinis) e l’autonomista Bettino Craxi, fedelissimo di Pietro Nenni. La composizione del Comitato Centrale fu stabilita dai capicorrente in proporzione al peso delle rispettive aree, senza votazione.

Elezioni del 1976, il Pci avanza e la DC tiene. Il Psi al minimo storico

La presa di posizione di De Martino sugli “equilibri più avanzati” portò alla crisi del IV governo Moro. Il PCI tenne un atteggiamento ambiguo: da un lato prese atto della fine del centro-sinistra e dall’altro contestò la decisione di aver fatto cadere il governo e su questa polemica condusse la campagna elettorale contro il PSI che gli apriva la strada! Si arrivò così alle nuove elezioni politiche anticipate del 20 e 21 giugno del 1976, le prime con il voto ai diciottenni. Come qualcuno ha scritto queste elezioni del 1976 furono vinte dal Pci (che alla Camera giunse al record del 34,4 % aumentando di 3.545.000 rispetto a quattro anni prima) ma non furono perse dalla DC, che a sua volta guadagnò 1 297 000 voti rispetto alla precedente tornata, rimanendo il primo partito. Chi aveva detto “Turatevi in naso ma votate DC” era stato ascoltato! E’ la celebre frase di Indro Montanelli pronunciata alla vigilia delle elezioni.

Lo scivolone socialista

In questa polarizzazione dei consensi ben diverso fu il risultato del Psi, che venne fortemente ridimensionato e dal 12 % delle regionali del 75 l’ anno successivo scivolò al 9,64 % alla Camera, attestandosi al Senato sul 10; numeri vicini a quelli del 1972. La botta fu forte, tanto che Giovanni Mosca, il vicesegretario demartiniano, si dimise subito dall’incarico. Evidentemente, nel momento in cui il Professore diceva che non sarebbe più andato al governo senza i comunisti, vaste fasce dell’ elettorato socialista preferirono votare direttamente il Pci che aveva una collocazione politico ideologico più decisa ed era visto come il perno di una alternativa alla DC, mentre il Psi appariva scialbo e privo di una sua vera identità politica.

Secondo la storica Simona Colarizi il Psi pareva aver “smarrito la propria funzione storica”, trasformandosi in un alleato minore del Pci senza riuscire a rappresentare un autonomo progetto riformista (S. Colarizi, Storia politica della Repubblica, Laterza, 2007). Come ha scritto Paul Ginsborg, storico inglese naturalizzato italiano, la crescita del PCI e la strategia del compromesso storico lasciavano ai socialisti uno spazio politico sempre più ristretto, rendendo inevitabile una riflessione sulla loro funzione nel sistema politico italiano (P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, 1989). I risultati videro anche un forte calo del PSDI (meno 1,76 % alla Camera e 2,25 al Senato) e una debacle sia della destra liberale che di quella missina; il Msi in particolare sia al Senato sia alla Camera perse più del 2,5 %. Sul fronte opposto entrarono in Parlamento il Partito Radicale, che allora poteva anche sembrare una formazione di estrema sinistra, e Democrazia Proletaria.

De Martino defenestrato al Midas. Bettino Craxi nuovo segretario

Dopo il pessimo risultato la vecchia guardia del Psi dovette fronteggiare la “rivolta dei quarantenni” che ponevano un urgente problema di linea politica, chiedendo conto di un grave errore: l’aver posto al centro della campagna elettorale la “questione comunista”, cioè il sostegno alla partecipazione del PCI al governo. Nel luglio 1976, a soli 4 mesi dal congresso, si arrivò alla storica riunione dell’Hotel Midas che porterà a novità importantissime. Tutto iniziò il pomeriggio del 12 con l’introduzione di Nenni e la relazione di De Martino. Il giorno dopo, 13 luglio 1976, il Comitato Centrale approvò all’unanimità un documento presentato da Enrico Manca, già pupillo del segretario, in cui si chiedeva al partito di “dare concreta operatività al superamento del sistema delle correnti organizzate”, slegando in tal modo i singoli esponenti dal gruppo di appartenenza.

Una volta approvato il documento i rappresentanti della sinistra che sedevano nella Direzione si dimisero allo scopo di promuovere il rinnovamento delle strutture del partito ed invitarono gli altri membri a fare lo stesso, cosa che avvenne puntualmente non appena De Martino lasciò la segreteria. Si poneva quindi il problema di eleggerne una nuova Direzione, che a norma di statuto avrebbe dovuto eleggere a sua volta il segretario nazionale. Il nuovo organismo fu votato a scrutinio segreto dal Comitato Centrale e nella notte tra il 15 e il 16 luglio vennero eletti 31 membri, tra cui 18 parlamentari di vario orientamento; la maggioranza relativa era rappresentata da 13 ex demartiniani, ed oltre a loro si contavano 7 manciniani, 6 lombardiani e 3 autonomisti. De Martino decise di rimanere fuori. E lanciò, deluso verso i rampanti vincitori del nuovo corso socialista l’accusa di praticare “un empirismo senza principi”.

A questo punto mancava solo il nuovo segretario. In quel momento i tre candidati forti erano Antonio Giolitti, Enrico Manca e Bettino Craxi.In un’intervista del 1992 Giolitti si espresse così: “Ricordo ancora bene i titoli dei giornali: “Duello Craxi-Giolitti” . Ma non fu così. Almeno, io non l’ho vissuta in questo modo. Sapevo che Craxi era il segretario in pectore. Ma circolavano anche altre ipotesi, come quella di Giacomo Mancini. Tutto si svolgeva nei corridoi. Fu lì che incontrai Craxi e gli chiesi: “Quando parli?” Lui mi rispose a brutto muso: “Perché? C’è bisogno che parli?”.. Alla fine del mio intervento, Riccardo Lombardi venne a dirmi che s’era commosso. Ma aveva affidato tutto a Claudio Signorile e lui tirava la volata per Craxi”. ( A. Giolitti, VI RACCONTO CHE COS’ É IL CRAXISMO, Repubblica, 20 dicembre 1992)

Enrico Manca, deputato dal 1972, era stato vicinissimo a De Martino e questo rendeva impossibile la sua ascesa alla segreteria, per cui fu momentaneamente congelato. Manca dovette avere pazienza ma ebbe comunque un ruolo incisivo negli anni successivi, prima come oppositore di Craxi e poi come suo alleato, e quindi come presidente della Rai. Secondo Paolo Guzzanti ( Cosa è successo nel 1976: l’ inizio della sfida feroce tra Craxi e Scalfari, Il Riformista 30 luglio 2021) i voti determinanti per l’abbattimento di De Martino e l’incoronazione di Bettino Craxi vennero da Giacomo Mancini, il segretario socialista calabrese amico dei radicali che nel 1972 era stato defenestrato da De Martino al congresso di Genova e quindi per lui era arrivata l’ora di pareggiare i conti. Molti demartiniani passarono con Craxi che fece una rivoluzione libertaria portando ad esempio Paolo Flores D’Arcais, futuro direttore di Micromega e suo acerrimo nemico, a guidare la sezione cultura del partito. Ma il vero sconfitto della rivolta interna che incoronò Craxi fu Eugenio Scalfari, che aveva tentato fino all’ultimo di far vincere il suo amico Antonio Giolitti. Da quel momento in poi fra Craxi e Scalfari fu guerra aperta e senza esclusione di colpi, mentre contro Craxi si schieravano quasi tutti i maggiorenti degli altri partiti: per primo Berlinguer che aveva inaugurato la “questione morale” come nuovo motore ideale del partito, essendosi “esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. La trionfale campagna elettorale del Pci del 1976 si svolse intorno a questo slogan: “Noi abbiamo le mani pulite…”.

L’ascesa di Craxi non fu il risultato di una battaglia di corrente, ma di un accordo strategico tra la componente autonomista guidata da lui stesso insieme a Martelli, Intini e Finetti, e il gruppo dei giovani lombardi che contava figure come Claudio Signorile e Gianni De Michelis, guidati da Rino Formica. E così il 16 luglio 1976 Bettino Craxi fu eletto segretario nazionale del Psi con 23 voti a favore e 8 astenuti.

Va ricordato un articolo di Fausto de Luca su Repubblica del 16 luglio 1976, così intitolato: Il tedesco del Psi che non ama il Pci. Un breve estratto: “Di Bettino Craxi, 43 anni, che oggi dovrebbe essere eletto segretario del partito socialista, dicono a Milano che è «il tedesco del Psi»: per il suo gusto dell’efficienza nel lavoro, ma anche per una certa durezza di temperamento mal celata dall’aspetto soave e rotondo, dalla cura delle relazioni esterne, da un fare avvolgente che ha qualche affinità con i modi di Giacomo Mancini, suo «grande elettore» nella complicata vicenda del Comitato centrale. Ma di tedesco c’è in lui soprattutto l’ammirazione per socialdemocrazia tedesca di Willy Brandt oltre che per quella svedese di Olaf Palme, che nella sua stima prevalgono nettamente sul socialismo di François Mitterrand. «Professional» della politica, Bettino Craxi ha costruito la sua carriera all’ombra di Pietro Nenni, estremizzandone la spinta all’autonomia del Psi rispetto al Pci… “. In due parole il compendio di un personaggio e di un programma politico. Fu un cambiamento di epoca per il Psi, con l’inizio della fine della vecchia guardia.

Nel frattempo, subito dopo l’elezione, Riccardo Lombardi si limitò a dire che l’elezione di Craxi era stato il fatto più negativo del recente Comitato centrale, ma ciò non lo preoccupava visti i poteri estremamente limitati del nuovo segretario. Infatti nella segreteria, nominata su proposta dello stesso Craxi, la sinistra nelle sue varie anime era maggioritaria: da una parte due ex demartiniani come Enrico Manca e Salvatore Lauricella, dall’altra Claudio Signorile esponente lombardiano. Solo Antonio Landolfi era autonomista, amico di Craxi e molto vicino a Giacomo Mancini.Craxi era consapevole della sua debolezza, ma soprattutto di quella del partito. Usava dire che “Il partito socialista è molto malato, è malato nel sangue. La battaglia col Pci non la possiamo vincere con le armi, ma solo con le idee, e non so se sarà possibile”.

Leggere il Midas. L’ analisi di Giuseppe Tamburrano e quella di Ugo Finetti, autonomista storico e sostenitore di Craxi

Va fatta una premessa. Craxi lesse la sconfitta socialista del 1976 come il fallimento della tradizionale politica dell’unità della sinistra, che comportava di fatto la subalternità dei socialisti al Pci. Il PSI, secondo il nuovo segretario, avrebbe dovuto recuperare una piena autonomia culturale e politica, ispirandosi ai partiti socialisti e socialdemocratici europei. Come ha scritto Giuseppe Tamburrano, la svolta del Midas rappresentò “l’atto di nascita del nuovo socialismo italiano”, fondato sull’autonomia dal PCI, sul riformismo europeo e sulla valorizzazione del ruolo di governo del PSI (G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Laterza, 1990).

Secondo Ugo Finetti ( La generazione del 56, Critica Sociale) il Midas ha un precedente, cioè la Conferenza di organizzazione del Psi che si svolge nel febbraio 1975 a Firenze promossa e gestita da Rino Formica responsabile dell’organizzazione del Partito. ” La relazione di Formica sostiene la necessità di un rinnovamento interno a cominciare dalla denuncia della “sottovalutazione del valore politico dell’impegno intellettuale e culturale […] che ha condotto ad una separazione netta, nel partito, tra politici e intellettuali”. Tra citazioni di Francesco De Sanctis (“Manca la fibra perché manca la fede, manca la fede perché manca la cultura”) si sviluppa un dibattito in cui gli interventi di Claudio Signorile e Fabrizio Cicchitto si intrecciano con quelli di Bettino Craxi e Lelio Lagorio che hanno come base comune il rilancio dell’identità storica e politica del partito.

Al Midas, dopo la sconfitta della politica dei “nuovi equilibri” ovvero “al governo con la Dc solo con l’assenso del Pci”, decolla una rinnovata autonomia socialista che ha come priorità la valorizzazione del proprio patrimonio storico e culturale di cui è testimonianza il ruolo di “Mondo Operaio”. Su questa scìa si promuove il “nuovo corso”: il ritorno di una guida socialista nel vertice sindacale con l’elezione di Giorgio Benevenuto a segretario della Uil al posto del repubblicano Vanni, un generale rinnovamento dei vertici delle federazioni provinciali operato da Gianni De Michelis, nuovo responsabile dell’organizzazione, e un riposizionamento finanziario non più dipendente dalla Dc con Rino Formica, nuovo responsabile amministrazione.”

Il “sentiero stretto” della linea politica di Craxi tra Dc e Pci. L’ Alternativa dei socialisti ed il Vangelo Socialista

Le difficoltà del PSI avevano radici profonde e vie di uscita difficili. Mentre la crescita del Pci pareva inarrestabile il nuovo segretario Craxi aveva davanti a sé un sentiero strettissimo da percorrere, che richiedeva l’elaborazione di una proposta politica nuova. Cercando l’intesa con la sinistra interna, in cui si andavano affermando come nuovi leader Claudio Signorile e Gianni De Michelis, il segretario propose la cosiddetta “Alternativa dei socialisti”, i cui contenuti furono compiutamente illustrati in un famoso libro da lui scritto e pubblicato nel 1978, ancor oggi attualissimo. La prefazione, sempre a firma Craxi, poneva l’accento sul cambiamento dei tempi sostenendo con decisione che nessuno poteva sapere cosa avrebbe scritto e pensato lo stesso Marx nel 1978, davanti ad un mondo così diverso.L’Alternativa socialista come programma intendeva affermare con decisione la soggettività del PSI rendendolo un partito non subalterno a quello comunista, rispetto al quale venivano rimarcate tutte le differenze ideologiche; un ulteriore obiettivo era la rottura del bipolarismo tra DC e PCI, inserendosi come terza forza in lizza. Al congresso di Torino del 1978, una volta rieletto segretario, Craxi confermò la sua critica all’eurocomunismo ed al compromesso storico berlingueriano proponendo in termini nuovi l’alternativa di sinistra a guida socialista, da realizzarsi in primis con il riequilibrio elettorale a sinistra e con la crescita dei consensi di un PSI a vocazione occidentale.

Davanti a questo deciso cambio di linea politica De Martino iniziò a parlare con chiarezza di mutazione genetica, opponendosi alla linea del segretario. In questa sede va anche ricordato Luciano Pellicani, docente e filosofo avvicinatosi al Psi intorno al 1976, ed il Vangelo Socialista pubblicato dall’ Espresso il 27 agosto 1978. Si tratta di un un articolato saggio storico e politico introdotto da Paolo Mieli ed a firma di Bettino Craxi, segretario del Psi, con l’ampia collaborazione di Pellicani che aveva già sviluppato quelle tesi in una raccolta di scritti in onore di Willy Brandt. Il Vangelo Socialista fu scritto in risposta ad un precedente articolo di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, sul tema del leninismo.

Il saggio, nella sua complessità, descriveva prima le profonde differenze tra i movimenti di opposizione all’ancien regime che avevano animato la Rivoluzione Francese per poi richiamarsi alle tesi di Pierre-Joseph Proudhon, pensatore libertario che paventava lo stato moloch e – soprattutto – considerava il socialismo umanitario come il naturale superamento storico del liberalismo. Prudhon reputava invece il comunismo “un’assurdità antidiluviana”, che, prevalendo, avrebbe asiatizzato la società europea. Il chiaro e preciso riferimento a Proudhon era inaccettabile per i comunisti, dato che Marx lo aveva bastonato nel suo saggio Miseria della Filosofia. Marx aveva scritto che «Proudhon vuole essere la sintesi. Ed è invece un errore composto.

Eugenio Scalfari, ex deputato indipendente eletto nelle liste socialiste (1968 – 1972) e poi fondatore e direttore de La Repubblica, scrisse che “L’articolo sull’Espresso segna una data storica nella vita del Partito socialista italiano” precisando che “La posizione di Craxi politicamente significa questo: 1) l’unità della sinistra in Italia è rotta per sempre; 2) senza bisogno di congressi e di comitati centrali, con un semplice tratto di penna, il segretario del PSI ha cancellato cent’anni di storia del suo partito, ha rivoluzionato la topografia degli schieramenti politici italiani e ha di fatto fondato un grande partito liberal-socialista”.

In pochi anni nel PSI la sinistra interna si sfilaccerà con l’avvicinamento di Gianni de Michelis alle posizioni di Craxi e con le polemiche dimissioni di Riccardo Lombardi dalla presidenza del partito, mentre quasi solo De Martino continuerà a sostenere le ragioni di un rapporto privilegiato con il PCI. Il Psi, che si era reso autonomo da sudditanze culturali, in termini di schieramenti fu alleato con la DC del preambolo, cioè quella contraria ad ogni altro esperimento di governo con il PCI, seguendo nel 1980 gli orientamenti della segreteria di Flaminio Piccoli e del vice Donat Cattin, con l’opposizione dell’ Area Zac e di Andreotti. Dopo la parentesi antagonista di De Mita, Il PSI collaborerà con la nuova fase centrista di Andreotti – che aveva mutato avviso – e di Forlani. In questa fase di collaborazione-competizione con la DC ( in calo di consensi elettorali) il rinnovato Partito Socialista vivrà una stagione di forte crescita e , come sappiamo, Bettino Craxi nel 1983 diventerà presidente del consiglio dando vita al governo più longevo della prima repubblica, durato fino al 1° agosto 1986.

Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide