Puglia e Veneto: due regioni in cui non è ancora stata decisa la data del voto d’autunno e due esempi di come in politica ci si possa fare male da soli. Nella prima, il centrosinistra governa (bene) ininterrottamente da vent’anni, ha un candidato popolare e molto forte – Antonio Decaro – ma si è incartata per dinamiche interne al Pd tra personalismi, poltrone da spartire, un po’ di goffaggine comunicativa e l’eterno derby tra rinnovatori e cacicchi. Nel secondo, il centrodestra governa saldamente da trent’anni, per metà dei quali è rimasto in carica l’attuale governatore – Luca Zaia – che miete consensi e apprezzamenti, ma è già al terzo mandato e non può ricandidarsi per decisione della Consulta e per volontà politica di una parte della sua coalizione. In entrambi i casi il risultato è uno stallo incomprensibile per gli elettori e avvelenato per i protagonisti. Di più: una pochade, un feuilleton, una frantumazione della politica fra piccole ambizioni e correnti all’arrembaggio. Il pronostico è che la sinistra terrà la Puglia come la destra il Veneto, ma le scorie prodotte da tanto autolesionismo saranno lunghe da smaltire.
Vediamo i fatti. In Puglia dovrebbe correre per Pd-M5S-Avs l’ex sindaco Dem di Bari Antonio Decaro: 55enne, ora eurodeputato recordman di preferenze (500mila), di gran lunga il cavallo migliore su cui puntare. Senonché, Decaro ha posto pubblicamente le sue condizioni: la rinuncia di Michele Emiliano – governatore in carica, ex pm e a sua volta ex sindaco barese – e di Nichi Vendola ex governatore e oggi nome forte di Avs – a candidarsi nel consiglio regionale. La motivazione della richiesta è ragionevole: se si deve aprire una nuova stagione, meglio farlo in autonomia, senza rischiare condizionamenti o addirittura commissariamenti. Del resto, non ci sono precedenti di presidenti di Regione con predecessori così ingombranti seduti accanto. Sulle modalità invece si può discutere: non era meglio una telefonata, o un buon vecchio “caminetto” piuttosto che lavare i panni sporchi davanti a quelli che tra pochi mesi metteranno la scheda nelle urne?
La grana è per Elly Schlein, che eletta col grido di battaglia “bonificheremo il partito dai cacicchi e capibastone”, pare riuscita a convincere (e compensare) Emiliano al passo di lato. Decaro però insiste nel chiedere il ritiro anche di Vendola, secondo i maliziosi sobillato dall’ala bonacciniana che lo sogna futuro sfidante della segretaria. Obiettivo però, questo, più complicato: Nichi ha governato un decennio fa, e pur ricoprendo la carica di presidente di Sinistra Italiana, è distante dalla politica attiva. Inoltre, fa parte di un altro partito: a che titolo il Pd può pretenderne il dietrofront?
In Veneto, per il centrodestra sembrava chiusa e invece no. Serve più tempo. Giorgia Meloni probabilmente sa che scippare quella regione alla Lega – con Matteo Salvini sovraesposto e il suo partito lacerato tra i “lighisti” della vecchia scuola e le nuove “truppe” intrigate dal generale Vannacci – potrebbe far saltare il banco del governo. Ma fatica a persuadere i suoi sul territorio, che vedono solo i loro numeri quattro volte più alti degli alleati e la speculare penuria di governi locali – Marche, se Francesco Acquaroli terrà, Abruzzo e Lazio – e soffriggono. Zaia, da buon Doge di pasta post-democristiana, aspetta e spera: ha incassato il no meloniano al quarto mandato e pure ad una sua lista civica, è in rapporti gelidi con il suo segretario che non sa dove piazzarlo. Sindaco di Venezia? Ministro delle Infrastrutture con il Capitano di ritorno all’amato Viminale? Chissà. La questione va oltre i destini personali di Zaia – che pure alla scorsa tornata ha preso un fragoroso 76% di voti e non è l’ultimo venuto – ma chiama in causa la natura della Lega attuale: Salvini si è legato mani e piedi al salvagente Vannacci, nominandolo vice-segretario senza passare per il congresso, ma al prezzo di far infuriare il Nord che mal ne sopporta la prepotenza (vedi Toscana) e non vuole saperne di miliardi spesi per un fantasmagorico Ponte sullo Stretto di Messina.
In Puglia e in Veneto, insomma, la lotta sullo sfondo è per la sopravvivenza. E vincitori e vinti segneranno la rotta del Pd e della Lega verso le elezioni del 2027.




