Medio Oriente, un volto che cambia

Pubblichiamo oggi il primo di due articoli (il secondo, giovedì) che analizzano in modo dettagliato i mutamenti in Medio Oriente e la situazione nei territori palestinesi. Li firma un esperto di politica estera, già corrispondente dell’Ansa da Israele

Quest’anno marca il trentesimo anniversario della firma degli accordi di Oslo, che stabilivano il quadro di un negoziato di pace tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Tante le speranze che nacquero in quel lontano 1993, tanto più gravi, amare e pericolose le successive delusioni. La soluzione della questione palestinese, si era soliti affermare, è la chiave per la stabilità nella regione. Ma è davvero così? In un Medio Oriente che sta cambiando, a guidare la linea di condotta dei diversi attori regionali è la fredda e mutevole logica degli interessi. È una realtà di cui i leader palestinesi e israeliani devono tener conto nel decidere le rispettive strategie politiche. I famosi tre no a Israele: al riconoscimento, a negoziati e alla pace, pronunciati nel 1967 dagli stati arabi dopo la vittoria israeliana nella “guerra dei sei giorni”, sono, con alcune eccezioni, un ricordo del passato.

Alla fine del ventesimo secolo lo scenario del Medio Oriente, agli occhi di un osservatore superficiale, non lasciava prevedere troppe sorprese, semmai una ripetizione di cose già viste o di eventi non tali da scompigliare tutte le carte della regione. In quell’anno, gli Stati Uniti apparivano come l’unica vera superpotenza presente nella regione. La Russia era troppo immersa nei suoi problemi interni, dopo la dissoluzione dell’Urss, per recuperare posizioni perdute e tornare a imporsi come protagonista in concorrenza con gli Stati Uniti. La presenza della Cina non era ancora avvertita. Gli stati arabi, monarchie e dittature presidenziali a vita, si ritrovavano nella Lega Araba, foro nel quale bisticciare o trovare un’intesa sulle questioni in agenda. Quella su cui era più facile accordarsi era di una solidarietà, a parole, con la causa palestinese.

In questo quadro, l’invasione americana dell’Afghanistan – dopo l’attacco di un manipolo di terroristi islamici di Al Qaida alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001 – e poi dell’Iraq, nel 2003, hanno ricordato nella memoria collettiva araba le invasioni crociate, offrendo facili pretesti per sollevare passioni religiose e nazionalistiche in chiave antioccidentale. Tensioni preesistenti si sono inasprite, riattizzando il conflitto religioso, vecchio di 1400 anni, tra musulmani sunniti (85% del mondo arabo) e sciiti (92% in Iran), come è emerso con particolare evidenza in Iraq. In questo stato, il crollo del sanguinario regime sunnita di Saddam Hussein ha spianato la strada all’Iran che, da quando il potere è passato nelle mani della maggioranza sciita, ha assunto un peso decisivo nella vita dello stato e nella sua condotta politica. “Nessun altro singolo evento – afferma l’accademico iracheno Fanar Haddad – ha servito gli interessi dell’Iran più dell’invasione del 2003”.

La caduta del precedente regime iracheno significò però anche la scomparsa di un potente baluardo alle ambizioni iraniane nella regione. Uno sguardo alla carta geografica del Medio Oriente mostra chiaramente che oggi le aree sotto diretta influenza iraniana si sono estese a ovest fino al Mediterraneo. In Siria, approfittando della guerra civile, l’Iran appoggia militarmente il regime del presidente Bashar Assad, membro della minoranza alawita. Assad si trova ora nella scomoda situazione di chi è costretto a dipendere dall’interessato e soffocante sostegno dell’Iran, oltre a quello non meno interessato di Mosca. In Libano, sfruttando le debolezze interne e le rivalità tra sunniti, sciiti e cristiani maroniti, esplose già nel 1975 con una guerra fratricida, l’Iran è divenuto la potenza dominante. Grazie agli Hezbollah, milizia sciita di sua creazione, che ha potentemente armato, dispone di un docile strumento di intimidazione col quale può pure minacciare Israele. Quella che fu definita “la Svizzera del Medio Oriente”, fino a metà degli anni Settanta, è ora ridotta a uno stato nella miseria più profonda, dove non cade foglia senza il placet iraniano. A Sud, nello Yemen, l’Iran arma e sostieni i ribelli sciiti (Houthi), in funzione antisaudita.

 

 

 

Per i palestinesi, la caduta di Saddam Hussein ha significato la perdita di un fermo sostenitore, capace di minacciare direttamente Israele, come già aveva dimostrato nel 1991 con gli attacchi missilistici contro le città israeliane durante la guerra del Golfo. Al tempo stesso, però, hanno trovato un nuovo paladino a Teheran, dove il regime degli Ayatollah nega a Israele perfino il diritto all’esistenza. La potenza militare e tecnologica di Israele, fermamente legato agli Stati Uniti e all’Occidente, è percepita da Teheran come un ostacolo alle sue mire egemoniche. Per Israele il posto di un vecchio nemico è stato perciò preso da un altro, forse ancora più implacabile.

Gli stati arabi del Medio Oriente, soprattutto quelli più vicini all’Iran, sono costretti ora a fare i conti con due fattori principali: il primo, la minaccia emanante dall’Iran che mira ad assicurarsi il controllo delle acque del Golfo e degli strategicamente importanti accessi al Mar Rosso e all’ Oceano Indiano. Il secondo, il ripiegamento degli Stati Uniti dalla regione – malgrado la presenza di una grande base della marina militare nel Bahrein – e il conseguente timore dell’Arabia Saudita e degli emirati del Golfo che l’ombrello protettivo americano, sui avevano sempre contato, non sia più così affidabile. Alla credibilità di Washington non ha certo giovato il caotico ritiro delle truppe americane dall’ Afghanistan, due anni fa.

La prospettiva di un Iran in possesso di armi nucleari, entro tempi relativamente brevi, è percepita da Israele come una vera minaccia esistenziale; preoccupa pure la Turchia, ma spaventa soprattutto gli stati arabi della regione, alcuni dei quali si sentono adesso come i manzoniani vasi di coccio. Non sorprende perciò che l’Arabia Saudita stia ora negoziando col governo americano, oltre a maggiori garanzie di sicurezza, la costruzione di un reattore nucleare, dichiaratamente a fini civili, ma nessuno può escludere, in futuro, anche impieghi militari. Inoltre, segnala, a lenti passi, di essere perfino disposta a una normalizzazione delle relazioni con Israele, e già l’anno scorso ha aperto il suo spazio aereo ai sorvoli della compagnia di bandiera israeliana. Chiede, in cambio, a quanto si sa, di non ostacolare il suo programma nucleare (al quale Israele ancora si oppone) e concessioni a favore dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) in Cisgiordania.

Per addolcire la pillola ai palestinesi il governo saudita ha di recente accreditato presso l’Anp il suo ambasciatore in Giordania e ha annunciato la nomina di un console a Gerusalemme est, che per Israele è però parte inseparabile della sua capitale. Israele considera la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita un obiettivo di primaria importanza strategica, implicando in effetti la fine del conflitto con la maggioranza del mondo arabo, e per conseguirlo appare disposto anche ad aperture con i palestinesi, probabilmente più cosmetiche che reali. Il governo di Riad sta inoltre mostrando di non essere insensibile ai corteggiamenti di Mosca e di Pechino.

Secondo Riad Khawaji, direttore nel Dubai di un istituto di studi in materia di difesa e sicurezza: “ogni stato sta ora cercando di adottare politiche che proteggano i suoi interessi; nessuno vuole più agganciare il suo carro a quello degli Stati Uniti, perché nei rapporti con l’Iran sembra muoversi senza avere una direzione”.

Intanto, nel 2020, nella cornice dei cosiddetti “accordi di Abramo”, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, poi imitati dal Marocco, hanno normalizzato le relazioni con Israele, aprendovi ambasciate che si sono aggiunte a quelle già presenti a Tel Aviv di Egitto (1979) e Giordania (1994). Nel caso dei due primi due non sarebbe stato possibile senza il silenzioso assenso del fratello maggiore saudita. Alcuni dei progetti di cui si parla – a cui si è accennato nel recente G20 in India – appaiono davvero fantastici, come la creazione di una linea di treni ad alta velocità che partendo dagli Emirati, attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania, raggiungerebbe i porti israeliani, facilitando i traffici commerciali con l’Europa.

I palestinesi hanno invece visto nella normalizzazione un vero e proprio “tradimento” della loro causa. Non possono impedire le aperture degli stati arabi nei confronti di Israele ma possono essere elemento di disturbo. Per esempio, a Manama, ci sono state diverse manifestazioni contro Israele e di sostegno ai palestinesi, che la famiglia regnante, appartenente alla minoranza sunnita, ha attribuito a manovre dell’Iran (da cui il Bahrein dista 150 km.) all’interno della grande maggioranza sciita. Al tempo stesso, secondo sondaggi, nel 2020 circa il 40% dei cittadini bahreiniti ha espresso parere favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Un consenso che sembra però sia da allora scemato.

Non giova sicuramente a un clima politico favorevole la costituzione in Israele del nuovo governo di estrema destra. Il Kuwait, con ambedue gli occhi rivolti al vicino di casa iraniano, ha finora evitato aperture con lo Stato ebraico, almeno non alla luce del sole. Secondo un recente sondaggio, l’11% dei kuwaitiani vedono negli Stati Uniti un nemico; solo il 2-3% hanno indicato Russia e Cina. Al tempo stesso però il 34% vede negli Stati Uniti un partner essenziale per la difesa dello stato e il 31% per i suoi interessi economici. Un terzo accusano gli Usa di non fare abbastanza per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Solo il 14% dei kuwaitiani vedono in luce positiva la normalizzazione delle relazioni tra gli stati arabi e Israele. Un atteggiamento ambivalente che probabilmente rispecchia quelli della maggior parte del mondo arabo.

Questa politica di interessi è evidente anche nelle relazioni di Egitto e Giordania con Israele. A differenza degli emirati, che, dopo i patti di Abramo, hanno subito spalancato le porte a una serie di accordi commerciali ed economici, anche a investimenti nel high-tech israeliano e a un intenso flusso di turisti israeliani, la pace con l’Egitto e la Giordania è rimasta fredda, in certi periodi perfino glaciale, per l’ostilità dell’opinione pubblica e di vasti strati dell’establishment politico e intellettuale in questi due paesi. La condotta dei loro governi nei confronti dello Stato ebraico ha seguito e segue invece una logica pragmatica e utilitaristica. Israele, che considera di importanza strategica la stabilità in Giordania, con la quale condivide il confine più lungo, fornisce al suo assetato vicino acqua dai suoi impianti di desalinizzazione e gas dai suoi giacimenti marittimi. Inoltre, per lunga tradizione, i rispettivi servizi di sicurezza collaborano contro comuni minacce.

La monarchia giordana è particolarmente sensibile a quanto avviene nei territori palestinesi occupati per le possibili ripercussioni sulla sua stabilità interna, soprattutto nei momenti di forte tensione e di scontri tra palestinesi e truppe e coloni israeliani. E questo è sovente causa di aspre frizioni trai due governi. Secondo stime ufficiose, i cittadini giordani di origine palestinese sarebbero ora la maggioranza nel paese. Una stima che il governo di Amman evita però di confermare per non dare munizioni a chi sostiene, soprattutto in Israele, che la Giordania è già uno stato palestinese e non è perciò necessario crearne un altro.

La stessa linea di condotta ispira la politica dell’Egitto sin dalla conclusione del trattato di pace con Israele nel 1979. Ora sull’agenda del Cairo due soprattutto sono i problemi più assillanti: la reale minaccia di perdere un’importante quota delle acque del Nilo – a causa della grande diga che l’Etiopia sta completando alle sorgenti del fiume – e come nutrire una popolazione di 112 milioni di persone in costante crescita. Ripetuti tentativi, negli ultimi anni, di giungere a un’intesa con l’Etiopia non hanno avuto successo.

A evidenziare la drammaticità del problema basta un solo numero: meno del 5% del territorio egiziano è coltivabile e si trova lungo il Nilo. L’Egitto, come l’Iran, rivendica una storia plurimillenaria, con radici che risalgono all’epoca dei faraoni. Pur considerandosi ancora leader del mondo arabo, l’Egitto afferma anche un’identità africana. Non è chiaro quale delle due sia interessato a privilegiare nell’attuale contesto politico regionale.

Dopo essersi posto per decenni nel ruolo di principale difensore della causa palestinese, l’Egitto svolge ora soprattutto il ruolo di discreto e apprezzato mediatore ogni volta che le tensioni tra Hamas, il movimento islamico palestinese al potere nella striscia Gaza, e Israele arrivano a livelli pericolosi o degenerano in brevi scontri militari. I suoi diplomatici cercano di facilitare e incoraggiare la ripresa del dialogo tra Israele e Anp. Sul sostegno ai palestinesi, nel dibattito interno egiziano, una corrente afferma che non ci potrà essere una vera pace generale con Israele fino a quando continuerà la sua occupazione dei territori palestinesi; la seconda, invece, che gli interessi statali egiziani non possono divenire ostaggio della causa palestinese. Lontano dalla luce dei riflettori, Israele, stando a quanto è trapelato, aiuta l’esercito egiziano nella lotta contro i gruppi di terroristi islamici operanti nel Sinai, che potrebbero pure minacciare il suo confine. Davvero un mondo capovolto rispetto a quello in cui, ancora alla vigilia del conflitto del 1967, la retorica propagandistica di radio Cairo prometteva ai suoi ascoltatori in ebraico fiumi di sangue per le vie di Tel Aviv!

La scoperta di considerevoli giacimenti di gas, nella fascia di mare in cui Israele ha diritti economici esclusivi, contribuisce a rafforzare le relazioni con l’Egitto. Parte del gas, anche cipriota, affluisce negli impianti di liquefazione egiziani per essere poi convogliato in Europa. Operazione che giova alle casse degli stati interessati. I giacimenti di gas israeliano e cipriota (sono pressoché adiacenti) hanno assunto una maggiore importanza per il fabbisogno energetico dell’Europa dopo la rinuncia al gas proveniente dalla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. Ciò ha anche una valenza politica. L’ informale alleanza che lega da diversi anni Israele, Cipro e Grecia, posti davanti a una percepita minaccia turca nel Mediterraneo orientale, si è rafforzata dopo la scoperta dei giacimenti israeliani e ciprioti.

Qui entra in gioco anche la Turchia, sotto la guida autoritaria del presidente Recep Erdogan. Dopo aver tenuto per oltre dieci anni una linea apertamente ostile a Israele, usando nei confronti dei suoi governanti espressioni incompatibili col linguaggio diplomatico, ed essersi posto nelle vesti di risoluto difensore degli interessi palestinesi, Erdogan ha negli ultimi due anni cominciato a smorzare i toni nei confronti di Israele. Un anno e mezzo fa ha invitato e accolto ad Ankara con tutti gli onori il presidente israeliano Herzog, ha riportato le relazioni diplomatiche al livello di ambasciatori e ha allontanato dal paese esponenti islamici palestinesi che Israele accusa di fomentare il terrorismo. Una visita del premier Benyamin Netanyahu ad Ankara sembra ormai imminente. Non è che Erdogan sia stato improvvisamente illuminato, come San Paolo sulla via di Damasco; più semplicemente, la crisi economica interna, la necessità di non dover dipendere dalle forniture di gas dalla Russia e l’intento di fare della Turchia la conduttura principale di gas per l’Europa hanno costretto Ankara a rivedere la sua politica.

Perfino il Libano, afflitto da una devastante crisi economica, si è visto costretto, con l’assenso implicito degli Hezbollah, a concludere con Israele un accordo che fissa il confine marittimo e le rispettive aree di interessi economici esclusivi, condizione necessaria per permettere alle compagnie petrolifere straniere di cercare giacimenti di gas anche nel suo tratto di mare. Il governo libanese sostiene che l’intesa, mediata dagli Stati Uniti, non significa il riconoscimento di Israele.

Nella regione è entrato intanto da diversi anni un nuovo ambizioso attore, la Cina, la cui politica appare motivata principalmente dai suoi interessi economici. Primo tra tutti quello di assicurarsi le forniture di petrolio dal Medio Oriente, dove è il maggiore acquirente, soprattutto dall’Arabia Saudita e dall’Iran. A questo proposito, la Cina può vantarsi di un importante successo diplomatico essendo riuscita a convincere, il marzo scorso, Riad e Teheran a riallacciare le relazioni diplomatiche, rotte nel 2016. Molti dei maggiori appalti nella regione sono andati a imprese cinesi, come la costruzione della nuova capitale amministrativa in Egitto. La politica cinese evita di farsi coinvolgere nelle beghe della regione, cercando di restare amica di tutti e, a differenza degli Stati Uniti, nulla ha da dire sulle violazioni dei diritti umani nei paesi arabi. La sua presenza appare perciò benvista dai governi della regione.  Come ha osservato con un sospiro sconsolato un diplomatico saudita: “America e Cina sono nostri amici. Ma la prima è un amico così complicato”.

 

 

 

La politica di Beijing punta ad assicurare una forte presenza cinese nei punti più strategicamente importanti per i suoi traffici commerciali lungo la Via Marittima della Seta nel Golfo e nel Mar Rosso. Nei confronti dei palestinesi, Beijing, che pure mantiene amichevoli e proficue relazioni con Israele dal 1992, non si discosta da una posizione largamente condivisa dalla comunità internazionale, a favore di uno stato palestinese nei territori occupati con capitale a Gerusalemme est. Ma si attiene a una condotta di basso profilo sulla questione.

La cosiddetta “primavera araba”, scoppiata nel 2011 in Tunisia con l’autodafé di protesta di un venditore ambulante, esasperato dalle angherie del regime, ed estesasi in poco tempo a vaste aree del mondo arabo, fu molto impropriamente paragonata da alcuni ai moti rivoluzionari del 1848 in Europa. Dieci anni dopo, il bilancio è sconfortante. Vecchie dittature sono state sostituite da altre non meno spietate. La tragedia siriana è sotto gli occhi di tutti. Nessuna nuova democrazia è emersa. A riprova che la tentazione di facili analogie storiche è molto spesso ingannevole.

Una constatazione mi sembra possibile: a sopravvivere alle ondate di manifestazioni di popolo sono state le monarchie e gli emirati arabi e non stati che, copiando nelle forme ma non nella sostanza e nei valori, le democrazie occidentali, sono rimasti dittature a tutti gli effetti. Accanto ad altre ragioni, è forse perché le prime sembrano più affini alla storia e al carattere della regione? Il cambiamento climatico in atto colpisce duramente anche il Medio Oriente e il nord Africa dove la desertificazione di aree sempre più vaste prosegue implacabile. È un fatto di cui tutti i governi degli stati interessati, che non hanno mai dato prova di coscienza ecologica, saranno costretti a tener conto se non vorranno rischiare di trovarsi nuovamente alle prese con la collera di popolazioni in miseria e nell’impossibilità di assicurare un futuro vivibile alla loro prole.

Da tempo immemorabile il controllo dei media e dei canali di comunicazione con le masse è sempre stato esclusivamente nelle mani di tutti i governi della regione, Israele escluso, come essenziale strumento di propaganda e di censura delle opposizioni. Ma grazie a internet è un controllo che sta sfuggendo sempre più di mano. Nel cosiddetto Dark Web, al riparo degli sguardi governativi, si incontrano messaggi politici contro i regimi al potere. Internet è divenuto un foro a cui tutti possono accedere e parlarsi per lanciare messaggi antigovernativi, senza quasi rischiare di essere arrestati dai servizi di sicurezza. Grazie a internet israeliani e arabi possono parlarsi e scambiarsi idee. Giovani iraniani, ostili agli Ayatollah, cercano il dialogo con gli israeliani e vedono nella loro democrazia un modello a cui ispirarsi. In questo modo si superano barriere, si scavalcano pregiudizi e si apre un dialogo che potrebbe dare frutti insperati. Al tempo stesso è pure vero che su internet si possono trovare i messaggi più aberranti di incitamento all’odio razziale, religioso e alla sovversione. Difficile è valutarne l’impatto nella regione ma non sembra debba essere sottovalutato. È uno dei fattori da considerare, al fianco di tutte le altre ragioni geopolitiche e socioeconomiche, che contribuiscono al mutevole volto del Medio Oriente.

 

Giorgio Raccah – Giornalista e  Analista di politica estera. Già corrispondente dell’Ansa da Israele

 

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