Israele abbraccia gli ostaggi, con Hamas guerra a oltranza

Una corrispondenza da Tel Aviv sull’atmosfera che si vive in Israele. Una volta cessate le ostilità, il volto stesso del Paese potrebbe uscirne trasformato e molte certezze riviste.

MondoPolitica

Tel Aviv

Israele ha accolto con un abbraccio materno, con le lacrime agli occhi e con la gola soffocata dall’emozione i primi gruppi di ostaggi rilasciati da Hamas. Un momento di sollievo in un paese entrato in un conflitto la cui durata, per ora, appare difficile pronosticare.

Ciò detto, bisogna pure rilevare che la ferocia dell’attacco condotto da Hamas, l’enormità dell’offesa subita, lo shock e l’incredulità davanti alla facilità con cui poche migliaia di terroristi sono riusciti a sfondare dalla striscia di Gaza un confine ritenuto invalicabile, hanno avuto sulla popolazione un effetto che definire sconvolgente è dire poco. Una volta cessate le ostilità, il volto stesso di Israele potrebbe uscirne trasformato e molte certezze riviste. “Israele del dopo il 7 ottobre è diverso da quello che conoscevo prima”, ha scritto con sorpresa Tom Friedman, inviato del New York Times che ha vissuto diversi anni nel paese come corrispondente del suo giornale.

Appare evidente già adesso l’impatto psicologico sulla popolazione. Agli occhi di molti israeliani lo Stato non è stato capace di onorare il “contratto sociale” che lo obbliga a proteggere i suoi cittadini. È stata perciò colpita quella che appariva, agli occhi di molti, una certezza assoluta, la raison d’etre di Israele come unico rifugio sicuro di un ebreo davanti a un antisemitismo in forte ripresa in molte parti del mondo. Le scene orrende della strage, davvero da Grand Guignol, e la presa di un così grande numero di ostaggi, incluse donne, bambini, anziani, non hanno precedenti nei 75 anni di vita dello Stato ebraico.

Chi pensava, come il capo degli Hezbollah libanesi Hassan Nasrallah, che la società israeliana avesse “la stessa fragilità della rete di un ragno” e non avrebbe resistito a un forte urto è però rimasto deluso. La popolazione, anzi, davanti alla percezione di una minaccia mortale, si è ricompattata in un modo mai visto in altri drammatici momenti nella turbolenta storia dello stato. Ma è la sensazione di sicurezza che molti sembrano aver perso, come indica la corsa all’acquisto di armi di difesa personale.

Al tempo stesso, un Paese che, fino alla vigilia dell’attacco, appariva profondamente lacerata dalle proteste di massa contro la cosiddetta riforma della giustizia, giudicata da larghi strati dell’opinione pubblica come un tentativo del governo di minare la democrazia e imporre una svolta autoritaria, mostra oggi una volontà implacabile di chiudere i conti con Hamas, come organizzazione in grado di minacciare di nuovo i suoi confini. La guerra a Hamas, si fa capire nemmeno tanto sommessamente, non conoscerà confini geografici e tutti i capi di Hamas si devono considerare morituri. Si ricorda, a questo proposito, che dopo l’uccisione di 11 atleti israeliani nelle Olimpiadi di Monaco del 1972, i servizi segreti israeliani dettero una caccia implacabile, durata diversi anni in Europa e in Medio Oriente, ai responsabili palestinesi dell’operazione, uccidendoli uno dopo l’altro.

La vastità e la durezza della reazione di Israele all’attacco di Hamas, con la totale mobilitazione delle sue forze armate e la proclamazione dello stato di guerra, deriva inoltre dalla convinzione – qui pressoché unanime – della necessità strategica di ristabilire un’immagine di potenza e di forza di dissuasione, agli occhi di una regione dove “chi è debole è perduto”. Molti israeliani amano paragonare il loro stato a “una villa nel cuore di una giungla”, da difendere con una barriera invalicabile. In questa luce, perciò, va visto il minaccioso avvertimento del ministro della difesa Yoav Galant agli Hezbollah circa la capacità di Israele di trasformare Beirut in una seconda Gaza, se gli scontri lungo il confine dovessero degenerare in guerra vera e propria.

Le orrende immagini di distruzioni che arrivano da Gaza ricordano le rovine di Dresda e Berlino nel 1945 o, per risalire a tempi più recenti, quelle delle città siriane bombardate dalle truppe di un dittatore spietato come Hafez Assad, e non possono non turbare le coscienze. D’altra parte, sono l’inevitabile conseguenza di combattimenti condotti strada per strada e casa per casa, in un’area con la più alta densità di abitanti per chilometro quadrato, contro terroristi che hanno dimostrato di non avere scrupolo a usare come scudo la popolazione civile. Si tratta di avanzare su un terreno in cui, tra le rovine delle case, si nascondono insidie di ogni genere: botole, accessi camuffati a cunicoli e a gallerie sotterranee, la cui lunghezza complessiva è stimata in alcune centinaia di chilometri.

Diversi commentatori hanno criticato Israele per il massiccio e “sproporzionato” impiego delle forze armate, sostenendo che la guerra al terrorismo la si conduce con i servizi segreti e con incursioni di unità speciali, evitando così di coinvolgere la popolazione civile. Giusta affermazione quando si tratta di combattere gruppi clandestini, inseriti nel cuore di una società con fini eversivi. Diverso però è il caso quando si ha a che fare con milizie di decine di migliaia di uomini, meglio armati di un esercito regolare, e perfino equipaggiati con missili capaci di distruggere obiettivi distanti centinaia di chilometri. Secondo stime israeliane Hamas conta almeno trentamila miliziani, gli Hezbollah centomila. Si ha perciò a che fare con milizie militarmente organizzate e addestrate.

Al livello di politica interna l’onda d’urto dell’attacco ha intanto investito direttamente e in prima persona il premier Benyamin Netanyahu. Si moltiplicano le voci di tutti coloro che ne chiedono apertamente le dimissioni immediate o subito dopo la fine dei combattimenti e affermano di non avere più fiducia sulla sua capacità di guidare il paese. Gli si rimprovera, tra l’altro, di essere stato l’artefice di una politica, rivelatasi ora fallimentare, avendo deliberatamente favorito il rafforzamento di Hamas a Gaza come entità armata e rivale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania, allo scopo di ostacolare la costituzione di uno stato palestinese nei territori occupati.  Netanyahu, che aveva sempre detto di aspirare alla statura di Winston Churchill, preso come modello, si vede ora giudicato peggio di un Neville Chamberlain. Inoltre, agli occhi dell’opinione pubblica, ha commesso un peccato, imperdonabile in Israele, cercando di scaricare sui capi delle forze armate e dei servizi di sicurezza la colpa di ciò che è successo invece di rafforzare la solidarietà nazionale e assumersi senza ambiguità le sue responsabilità. Intanto, suoi collaboratori sembrano impegnati a raccogliere una documentazione atta a scagionare il premier davanti all’inevitabile commissione di inchiesta che nascerà appena possibile.

A uscire totalmente screditato è tutto il governo, con la parziale eccezione del ministro della difesa che ha un lungo e onorevole passato militare. La collera e l’indignazione nel paese sono state ingigantite dalla chiara prova di incapacità di molti ministri di essere all’altezza della gravità del momento.

Recenti sondaggi, seppure di relativa attendibilità per le dimensioni del campione e perché condotti in un momento di forti emozioni nel paese, segnalano un vero e proprio tracollo della coalizione di partiti al governo guidata dal Likud di Netanyahu nelle preferenze degli elettori. In questo momento, stando all’ultimo sondaggio di pochi giorni fa, nell’ipotesi di elezioni anticipate, non otterrebbe più di 41 seggi su un totale di 120, perdendo 23 seggi e la maggioranza. Il Likud ne uscirebbe falcidiato, perdendo quasi metà dei suoi deputati (da 32 a 18).

Alle opposizioni andrebbero invece 79 seggi complessivamente. Il Partito di Unione Nazionale (PUN), guidato dall’ex ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, quasi quadruplicherebbe la sua forza parlamentare (da 12 a 43) e diverrebbe perciò il partito più grande richiamando su di sé buone parte dei voti di centro-destra persi dal Likud. Gantz, che ha accettato di entrare nel gabinetto di guerra solo per la durata delle ostilità, dà, agli occhi di molti, un’immagine di calma affidabilità di cui il paese sembra ora avere urgente bisogno. Tutte da dimostrare invece le sue presunte qualità di leader col carisma necessario per portare il paese su una nuova rotta.

Secondo l’autorevole analista politico israeliano Attila Somfalvi “dietro le quinte ci sono serie discussioni sulla formazione di un nuovo partito conservatore, in alternativa al Likud che con Netanyahu è diventato di destra estrema. Vedremo spostamenti tettonici e nuove forze politiche emergere per cogliere il momento favorevole”. Al tempo stesso però, avverte Somfalvi, “Netanyahu non è disposto a cedere le armi, è un combattente che, come la Sfinge, ha la capacità di riemergere anche dopo essere stato politicamente seppellito”.

Un’ipotesi che circola è che il Likud, in nome della sua sopravvivenza, possa sfiduciare Netanyahu e trovarsi un altro leader, oppure che si trovi un numero sufficiente di deputati disposti a ritirare il loro appoggio al governo, provocandone la caduta. Una possibilità a cui non crede, invece, Yossi Verter, autorevole commentatore politico di Haaretz, quotidiano liberal schierato con l’opposizione. “Il Likud – afferma – ha cessato di essere un partito già da molto tempo. È una mafia violenta, un’accozzaglia di ignoranti e di razzisti, di messianici e di teppisti, di pecore e di codardi senza spina dorsale. Non è tanto un partito ma piuttosto un subappaltatore al servizio di una famiglia (Netanyahu) squilibrata, corrotta e malvagia che guarda solo al suo interesse e a nient’altro”.

Il governo israeliano ha assegnato alle forze armate un duplice compito: oltre all’eliminazione di Hamas, come forza organizzata, anche la liberazione degli ostaggi, definita prioritaria. Si può essere certi che il capo di Hamas nella Striscia, Yahia Sinwar, sfrutterà fino all’ultimo la carta degli ostaggi nella guerra contro Israele. Per ironia della sorte Sinwar – che si vanta di aver ucciso con le sue stesse mani 26 persone accusate di collaborare con Israele – deve la vita a medici ebrei che lo guarirono da un tumore al cervello negli anni in cui era ancora “ospite” di un carcere israeliano, prima di essere scambiato assieme ad altri mille detenuti palestinesi col soldato Gilad Shalit. Il chirurgo che lo operò ricorda che Sinwar non ebbe nemmeno una parola di ringraziamento, limitandosi ad osservare che, in quanto detenuto, era dovere di Israele curarlo. Psichiatri, che lo hanno analizzato, hanno definito Sinwar uno psicopatico sanguinario e narcisista.

Il governo Netanyahu – probabilmente il peggiore nei 75 anni di vita dello Stato – è sottoposto a molteplici pressioni interne: dalle famiglie che esigono la liberazione degli ostaggi a qualunque prezzo, dai circa 300 mila sfollati dalle aree esposte ai tiri di razzi nel nord e nel sud, da tutti quei settori dell’economia rimasti danneggiati dal conflitto che rivendicano aiuti urgenti, da una popolazione infuriata che esige risposte. Davanti a tutte queste emergenze, la reazione dello stato è apparsa, almeno inizialmente, lenta, burocratica, inadeguata alla gravità del momento. Tanto da provocare la spontanea nascita di iniziative popolari. Numerose sono le famiglie che hanno offerto ospitalità a tutti gli sfollati a cui la burocrazia statale non è riuscita a dare un tetto provvisorio; molti sono andati ad aiutare quegli agricoltori rimasti privi della manovalanza asiatica impiegata per la raccolta dei frutti e la lavorazione dei campi. Altri hanno offerto gratuita assistenza psicologica alle vittime di traumi. Malgrado un’economia in buone condizioni e consistenti riserve di valuta estera, non sembra però che il paese possa sopportare il peso di un conflitto di lunga durata. Soprattutto, poi, se gli scontri sul confine col Libano dovessero degenerare in guerra vera e propria.

Trascinati da un’ondata di patriottismo gli israeliani non sembrano disposti ad ascoltare voci critiche del loro stato, almeno in questo momento. Si assiste a un indurimento di posizioni che, con rare eccezioni, include anche persone che finora avevano apertamente caldeggiato un dialogo di pace con i palestinesi ed erano ostili al proseguimento dell’occupazione in Cisgiordania. Non poche delle persone uccise o prese in ostaggio dai terroristi di Hamas appartenevano alla sinistra militante e pacifista. Decine di migliaia di persone in questi giorni stanno chiedendo il porto d’armi perché non si sentono più al sicuro e vogliono difendere le loro famiglie. Non era mai successo prima in queste dimensioni e per questa ragione.

In nome dell’unità del paese in guerra, le notizie dalla Cisgiordania di attacchi vendicativi contro la popolazione palestinese, condotte da bande di vigilantes, formate da giovani coloni di insediamenti che si identificano con l’estremismo nazional-religioso ebraico, e delle operazioni dell’esercito contro gruppi armati clandestini di Hamas, giungono sui media locali in forma stringata e dopo il vaglio della censura militare. Lo spiegamento di truppe sembra stia ancora riuscendo a tenere sotto relativo controllo la situazione e a reprimere infiltrazioni di cellule armate palestinesi dentro Israele. Ma non è una rete impermeabile. Alcuni giorni fa un commando di due palestinesi provenienti da Hebron è stato bloccato quando già era alle porte di Gerusalemme allo scopo di attaccare gli abitanti. Nel successivo scontro a fuoco sono stati uccisi assieme a un poliziotto.

Un sondaggio condotto questo mese nella striscia di Gaza (non è chiaro come) e in Cisgiordania da un centro palestinese di studi regionali (Arab World Research and Development) ha rilevato, a quanto ha riferito il quotidiano Haaretz, che il 76% degli intervistati approvano “l’operazione militare attuata dalla resistenza palestinese”; il 60% di questi ha espresso un sostegno pieno. Il 98%, inoltre, hanno detto di sentirsi ora ancora più orgogliosi come palestinesi. Malgrado le riserve che si possono nutrire nei confronti dell’affidabilità del campione utilizzato per la ricerca, percentuali così rilevanti restano comunque altamente indicative di un sentimento diffuso.

Dal mio limitato angolo di osservazione, nel cuore di un pacifico quartiere borghese ai margini di Tel Aviv, noto un lento ma progressivo ritorno a una parvenza almeno di normalità. Per esempio, dopo settimane di strade pressoché deserte, cominciano a riaprire molti negozi, a riapparire i primi ingorghi di traffico. Nei caffè e ristoranti del mio rione avverto il ritorno della clientela, soprattutto di giovani. È, se si vuole, una riaffermazione di avidità di vita e dei suoi piaceri.

A questa situazione contribuisce sicuramente anche il fatto che la minaccia dei razzi sparati da Gaza si è molto ridotta, almeno nel centro del paese. Tel Aviv vuole ribadire così di essere la città che non si ferma mai. Anche le scuole, almeno quelle dotate di adeguati rifugi, stanno progressivamente riaprendo. Ma in gran parte del paese, sicuramente nelle aree più esposte, il ritorno a una seppure precaria parvenza di normalità è ancora lontano.

 

Giorgio Raccah – Giornalista, già corrispondente dal Medio Oriente

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