Alle 11:05 di questa mattina (ora italiana), Donald Trump ha annunciato sul proprio social Truth la sospensione per cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane a seguito dei colloqui “molto buoni e produttivi” condotti negli ultimi due giorni. Il cessate il fuoco operativo — perché di questo, di fatto, si tratta — è condizionato al proseguimento dei negoziati nel corso della settimana.

Nel suo post, il Presidente Usa ha scritto: “Sono lieto di comunicare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto positive e produttive riguardanti una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in medio oriente. Sulla base del tenore e del tono di questi colloqui approfonditi, dettagliati e costruttivi, che continueranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano esito positivo”.
Nelle prime ore di lunedì i bombardamenti aerei avevano colpito vari quartieri della capitale Teheran, lasciando alcune zone senza corrente elettrica, mentre si segnalano code alle stazioni di rifornimento di carburante, con il regime che ha limitato gli acquisti a venti litri per volta. Nelle stesse ore, il Consiglio di Difesa dell’Iran aveva dichiarato che, in caso di sbarco di truppe americane in territorio iraniano, Teheran avrebbe minato l’intero Golfo Persico. La pausa annunciata da Trump arriva dunque nel momento di massima tensione operativa, mentre l’ultimatum sullo Stretto di Hormuz era ancora tecnicamente in vigore.
Exit strategy per Trump?
Molti analisti ritengono che Trump stia cercando di ridimensionare le aspettative per sfilarsi dalla guerra senza farla sembrare un fallimento, ora che l’Iran ha dimostrato di avere i mezzi per resistere agli attacchi e per mettere pressione sull’economia globale. La pausa di cinque giorni si inserisce in questa logica: è un’uscita temporanea dall’escalation che non implica una resa delle posizioni, ma offre un corridoio negoziale prima che lo scontro raggiunga una soglia di irreversibilità.
L’accordo che Washington sta cercando dovrebbe prevedere la riapertura dello Stretto di Hormuz, limiti al programma nucleare di Teheran e la fine del sostegno iraniano a Hezbollah, Hamas e Houthi. Su questi tre nodi si giocano adesso i negoziati. La pausa militare è, in sostanza, un test: se i colloqui producono progressi concreti su almeno uno di questi dossier, la finestra potrebbe allargarsi. Se Teheran non si muove, gli strike sulle infrastrutture energetiche tornano sul tavolo con rinnovata legittimità politica per Washington.
Il fattore Hormuz
Il cuore del problema rimane lo Stretto di Hormuz. Il prezzo del Brent si attesta a 112 dollari al barile, segnando un nuovo record dall’inizio del conflitto, e ogni giorno di chiusura dello Stretto pesa in modo asimmetrico sulle economie importatrici europee e asiatiche. L’Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas ha tenuto colloqui separati con i suoi omologhi di Turchia, Qatar e Corea del Sud sulla guerra in Medio Oriente e sull’urgente necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz, sottolineando come nuove minacce di attacco alle infrastrutture civili critiche rischino di colpire milioni di persone in tutto il Medio Oriente e oltre.
La pausa annunciata da Trump assume quindi una valenza anche energetica e geopolitica di rango europeo: se i cinque giorni producessero un accordo anche parziale sulla riapertura del passaggio marittimo, l’impatto immediato sui mercati petroliferi sarebbe significativo.
Cosa succede ora?
I prossimi cinque giorni definiranno se quella di Trump è una vera apertura diplomatica o l’ennesima mossa tattica in una partita in cui la pressione militare torna ad essere lo strumento principale non appena il tempo si esaurisce. Il messaggio su Truth non menziona intermediari, sedi negoziali né un’agenda condivisa con Teheran: è un atto unilaterale americano, non un accordo bilaterale. Questo lascia Washington nella posizione di poter revocare la pausa in qualsiasi momento se i colloqui dovessero deteriorarsi, e lascia Teheran nella condizione di non aver formalmente accettato nulla.




