Il divario tra chi attacca con strumenti avanzati e chi difende con processi ancora parzialmente tradizionali è uno dei nodi centrali del dibattito sulla protezione delle infrastrutture critiche italiane ed europee. Questo il cuore del panel dedicato alla difesa delle infrastrutture strategiche tra cybersicurezza e intelligenza che ha visto confrontarsi profili diversi, dall’industria energetica alle telecomunicazioni, dalla cybersecurity offensiva alla governance dei dati sovrani, al Forum Machiavelli Difesa.
“Stiamo usando l’intelligenza artificiale meglio o peggio degli attaccanti?”, è stata la domanda retorica lanciata da Paolo Cecchi, Senior Director Mediterranean Region di SentinelOne, sintetizzando il tema dell’iniziatvia. Cecchi ricorda come “il tempo medio che intercorre fra la compromissione e la rilevazione dell’attacco stia diminuendo, ma siamo ancora nell’ordine della settimana”. Una settimana in cui l’attaccante si muove silenziosamente all’interno dell’organizzazione, esfiltra dati, mappa infrastrutture, prepara il colpo finale. “Questo significa settimane in cui l’attaccante è all’interno della nostra organizzazione, operando in maniera nascosta”, precisa Cecchi. E aggiunge: “Se l’attacco avviene nell’ordine di secondi e la compromissione resta latente per settimane, la risposta non può richiedere altrettante settimane”. È qui che l’IA smette di essere un accessorio tecnologico e diventa una necessità operativa: “Il vero valore dell’intelligenza artificiale oggi deve essere quello non solo di aumentare e facilitare la detection, ma anche di facilitare e velocizzare la risposta agli incidenti”.
Eylam Tamary, Cyber Security & Intelligence BU Director di Sysnet, sposta il piano del discorso verso le fasi iniziali dell’attacco, quelle in cui, paradossalmente, i sistemi tradizionali sono più ciechi: “Le soluzioni basate su firma e comportamento non sono obsolete, ma non sono quelle che salvano la vita. L’approccio deve cambiare: dobbiamo cercare di contrastare l’attacco nelle fasi iniziali, dove non c’è ancora attività malevole”. Un cambio di paradigma radicale, che passa attraverso tecnologie capaci di intercettare l’intenzione prima che si manifesti nell’azione. Nel 2025, ricorda Tamary, “sono stati identificati quasi tre miliardi di credenziali compromesse”. Il che significa che, nella maggior parte dei casi, gli attaccanti non sfondano porte: le aprono con le chiavi che già possiedono.
Se da un lato l’intelligenza artificiale è strumento di difesa, dall’altro ha aperto nuove superfici di vulnerabilità che le organizzazioni stentano ancora a mappare. Matteo Corso, Legal, Compliance & Regulatory Affairs Director di Cellnex, descrive un fenomeno sempre più diffuso: “I dipendenti usano l’IA per velocizzare task, riassumere mail e riunioni, preparare comunicazioni. Alcune organizzazioni hanno iniziato a sviluppare applicazioni interne, spesso senza informare i dipartimenti cyber”. Il problema non è l’uso in sé, ma l’assenza di visibilità e controllo su ciò che viene condiviso con i modelli: “È possibile bloccarla nel 2026? In alcuni ambiti sì. Ma non è un approccio vincente nel lungo termine”.
La soluzione, per Corso, passa dall’analisi del prompt: “L’unico modo per sapere cosa si sta scambiando con un sistema di IA è analizzare quello che l’utente sta effettivamente condividendo”. Ma è sull’AI agentiva che lancia l’allarme più severo: “L’agentico rischia di essere il prossimo buco nero della cybersecurity. Stiamo dando fiducia a un sistema e gli stiamo dando le chiavi di casa nostra senza sapere cosa fa, perché lo fa, quando lo fa, come lo fa. Fondamentalmente, lui spezza un goal in sotto-task e questi vengono eseguiti senza che nessuno li controlli, finché il danno non diventa evidente”.
Ivan Monti, CISO di Ansaldo Energia, introduce un elemento spesso trascurato nel dibattito: la specificità della cybersecurity OT rispetto a quella IT. “L’approccio alla sicurezza nell’operational technology è esattamente il contrario di quello IT”, spiega Monti. “Se mi sbaglio in un contesto IT e applico una patch non necessaria, rimango senza posta elettronica per qualche ora. Spegnere una centrale elettrica o nucleare è un problema di tutt’altra portata”.
Cristiano Rufini, presidente di Olidata, ha adottato una prospettiva più globale. “Noi come paese non abbiamo le risorse numeriche ed economiche per contrastare la Cina, che conta un miliardo e mezzo di abitanti, né gli Stati Uniti, che sono partiti vent’anni prima con capacità finanziarie differenti. Basta guardare i brand tecnologici: le quattro sorelle che giocano nel mondo sono America, Russia, Cina e Israele”. Da qui la necessità di una scelta di campo: “Dovremmo capire quale ruolo vogliamo giocare da qui ai prossimi ventiquattro, trentasei mesi, e investire per creare centri nazionali specializzati su alcuni anelli della catena dell’ICP. Non possiamo fare tutto. Dovremmo fare qualcosa, ma fatto molto bene”.
Rufini cita il caso di Claude Mythos come prova che una soglia di non ritorno è già stata superata: “Quei signori hanno messo dentro un oggetto un test da laboratorio. Sono andati a pranzo e, nel frattempo, il sistema è uscito dal confine che gli avevano imposto, si è creato un account Gmail per comunicare con loro e ha mandato una mail dicendo: “Ho fatto quello che mi avevi detto, sono uscito dal laboratorio, dimmi adesso cosa devo fare e chi devo attaccare”“. Il messaggio per Rufini è netto: “Il tema etico, normativo, regolamentatorio è il passato. Ci sono strumenti molto più potenti, molto più performanti e molto più devastanti”.
La risposta pragmatica, per Olidata, passa dalla crittografia post-quantistica: “Ragioniamo al contrario. Andiamo a lavorare sulla capacità di cifrare i nostri dati in modalità post-quantistica. Io c’avrò pure tutti quelli che mi attaccano, ma intanto mi richiudo i miei dati. Le chiavi ce l’ho io, le gestisco io: se ti porti via i dati senza le chiavi, avrai un sacco di belle informazioni senza farci nulla”.
Paolo Trevisan, CTIO del Polo Strategico Nazionale, chiude il cerchio con la prospettiva più operativa e, al tempo stesso, più ambiziosa. PSN gestisce oggi le infrastrutture cloud di oltre 650 pubbliche amministrazioni, “dal comune più piccolo alle città metropolitane, fino a quasi 130 aziende ospedaliere e ASL, fino alle amministrazioni centrali, compresi gli Esteri”, e viene attaccata quotidianamente da attori di ogni latitudine. “Veniamo attaccati da qualsiasi paese extracomunitario. Subiamo attacchi anche stamattina, due giorni fa, tre giorni fa. E quello che cambia è proprio la modalità: sono molto veloci, cambiano tipo di attacco nel giro di pochi minuti”.
Sul tema della sovranità, Trevisan introduce la scala dei grigi come categoria analitica indispensabile: “Non c’è il bianco e il nero. C’è una scala di grigi: la sovranità del dato, la sovranità di chi opera quel dato, la sovranità delle tecnologie che lo elaborano o trasmettono, la sovranità dell’infrastruttura. Uno dovrebbe guardare tutta questa pila”. PSN, spiega Trevisan, ha scelto di presidiare ogni livello di quella pila, dai data center di proprietà con energia italiana, ai modelli di IA addestrati e gestiti interamente in Italia, come Minerva, sviluppato con la Sapienza, fino alle sperimentazioni in corso sulla crittografia quantistica e la trasmissione quantistica.
Il filo rosso che attraversa tutti gli interventi è quello della collaborazione come condizione di sopravvivenza. Lo sintetizza con chiarezza Ivan Monti: “Dobbiamo smettere di voler essere più bravi a difenderci individualmente e imparare a difenderci insieme. Gli attaccanti non sono da soli, sono molto organizzati”. Rufini evoca la necessità di sapere “con chi devo giocare e chi ho vicino”: “L’Italia ha un’enormità di tessuto fatto da PMI e startup. Il problema è che, se non le mettiamo all’interno di un ecosistema-paese, diventano preda dei grandi gruppi stranieri che vengono a fare shopping nel nostro mercato”.




