Lo Stretto di Hormuz è diventato il centro nevralgico della guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran, con Teheran che ha di fatto chiuso il passaggio ai flussi energetici, causando profondi smottamenti all’economia globale. Washington ha dovuto rispondere alla sfida energetica lanciata dalla Repubblica Islamica prendendo atto del approccio indiretto assunto da Teheran. Dall’inizio della cisi, le forze statunitensi hanno distrutto sedici unità iraniane adibite alla posa di mine e colpito i depositi di ordigni navali sull’isola di Kharg, il principale hub di esportazione petrolifera di Teheran. La Marina americana ha anche dispiegato capacità specifiche contro-mine, dai cacciamine classe Avenger alle littoral combat ships dotate del pacchetto contromine MCM alle unità aeree MH-60S. Nonostante queste unità, si stima che l’Iran possieda un arsenale di oltre seimila mine di vario tipo, sufficienti a paralizzare completamente il traffico civile lungo lo stretto. Colpire i mercantili, infatti, ha un rischio molto basso, ma è potenzialmente in grado di fare danni enormi sul piano economico globale complessivo.
Nonostante le richieste avanzate da Donald Trump agli alleati europei di fornire supporto diretto contro l’Iran, l’Italia si è allineata al resto di Europa, rimanendo al di fuori del conflitto. La posizione del nostro Paese è stata ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine del Consiglio Affari Esteri di Bruxelles. Il ministro è intervenuto anche ipotizzando un rafforzamento delle missioni Aspides e Atalanta, ma ribadendo come le due operazioni devono restare nel Mar Rosso. Cambiarne il mandato della missione per includervi Hormuz sarebbe “complicato”, perché si tratta di una missione difensiva che “dovrebbe essere stravolta”. Naturalmente, è da escludere un potenziale invio di navi militari nella regione.
La scelta di rimanere fuori da questa crisi spinge però a interrogarsi sulla riflessione strategica italiana che da almeno un decennio individua – nei Libri Bianchi, nei documenti programmatici, nei discorsi ministeriali – nel cosiddetto Mediterraneo Allargato la regione di primaria rilevanza strategica per l’Italia. La definizione geografica di questo concetto è stata volutamente elastica: un arco che si estende dal Golfo di Guinea al Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz, geograficamente e strategicamente, è sempre stato il limite orientale di quella perimetrazione. O almeno così è sempre sembrato leggendo quei documenti.
Eppure, nel momento in cui quello Stretto diventa teatro di un conflitto reale, la possibilità per l’Italia di giocare un ruolo è considerata praticamente all’unanimità pressoché impossibile. Naturalmente, il governo ha ragione a non volersi impelagare in uno scontro ad alta intensità tra potenze come quello in corso in Iran e intorno a Hormuz. Ma quella ragione solleva quantomeno la domanda su che cosa intendeva esattamente la dottrina strategica italiana quando parlava di Mediterraneo Allargato come “area di primario interesse”?
L’Italia è presente nelle acque del Mar Arabico e soprattutto del Golfo di Aden per missioni a bassa intensità anti-pirateria, di scorta marittima, capacity building e stabilizzazione post-conflitto. Una presenza era reale, ma mai pensata per reggere la prova di una crisi inter-statale ad alta intensità. La categoria del Mediterraneo Allargato, in questa lettura, rientrerebbe dunque in quadro di presenza securitaria, non di un impegno di difesa.
Certo, non sono mai mancati dubbi sul fatto che forse quella definizione geografica così estesa di Mediterraneo Allargato fosse una narrativa troppo ambiziosa, con investimenti e presenza diplomatica, ma senza una chiara gerarchia degli interessi né le capacità operative necessarie a sostenere uno scenario simile a quello odierno. In breve, forse il concetto era strutturalmente sovradimensionato rispetto alle reali capacità strategiche del Paese.
L’Italia è una media potenza regionale, che deve fare a volte i conti con ambizioni che rischiano di superare le sue reali capacità di proiezione. La crisi a Hormuz – con la Gran Bretagna e Giappone che si defilano e la NATO che dichiara lo Stretto fuori dalla propria area di azione – dimostra che questo problema non è solo italiano. Tuttavia, altri Paesi hanno costruito nel tempo una narrativa strategica più sobria, più coerente con ciò che possono effettivamente fare.
Il vero nodo riguarda la coerenza tra la narrazione e la realtà. In un momento in cui il dibattito sul riarmo italiano – e più in generale europeo – ha finalmente acquisito una certa serietà, vale la pena chiedersi in funzione di cosa si vogliono rafforzare le Forze Armate. Se la lezione dell’Ucraina ci dice che la priorità reale è la difesa collettiva del fianco est, la deterrenza convenzionale, la prontezza operativa sul territorio europeo, allora forse è venuto il momento di riscrivere onestamente i confini del Mediterraneo Allargato. Non per rinunciare alla presenza in quelle acque, ma per smettere di promettere una proiezione globale che, appena il gioco si fa davvero duro, non è nelle nostre intenzioni sostenere.




