Corre la spesa militare. Ma la NATO scricchiola

I budget militari corrono in tutto il mondo: quasi il 40% dei Paesi supera già il 2% del Pil. La NATO si è impegnata al 5% entro il 2035, ma l’Alleanza scricchiola. Rutte vola a Washington per ricucire con Trump, mentre l’Europa traccia una linea sul diritto internazionale che Washington non vuole sentire

I numeri del Fondo Monetario Internazionale registrano una corsa globale agli armamenti in continua crescita. Un segnale che l’equilibrio internazionale nato nell’ultimo decennio del secolo scorso non esiste più. Il primo grande spartiacque è stato senza dubbio il 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e il ritorno sulla scena politica mondiale della guerra convenzionale. Secondo il Fmi, nel periodo 2020-24, il la metà dei Paesi del mondo ha rafforzato i propri budget militari e, a partire dal 2024, quasi il 40% ha destinato alla difesa oltre il 2% del proprio Pil, rispetto al 27% registrato nel 2018. Una tendenza che il Fondo ricollega a un contesto di conflittualità crescente: le guerre sono aumentate in modo sostanziale negli ultimi quindici anni, spingendo i Paesi a ricalibrare le priorità strategiche e a ricostruire i propri arsenali.

Il caso più emblematico è quello della NATO, che a giugno del 2025 si è impegnata a portare la spesa annuale al 5% del Pil entro il 2035, più del doppio della soglia del 2% precedentemente concordata. Un impegno che riflette non solo la pressione dell’amministrazione americana, ma soprattutto la crescente consapevolezza europea che il burden sharing non è più una questione che possa ulteriormente essere rimandata. A guidare la classifica all’interno dell’Alleanza è la Polonia, con una spesa che già oggi si attesta al 4,5% del Pil – un primato che da solo racconta quanto Varsavia abbia interiorizzato la minaccia ai propri confini orientali.

Il quadro geopolitico che alimenta questi numeri è, al momento, tutt’altro che stabilizzato. E la crisi che attraversa l’Atlantico non riguarda solo le spese, ma la stessa tenuta dell’Alleanza. Il segretario generale Mark Rutte è chiamato all’ennesima missione per salvare l’Alleanza, dopo le minacce del presidente americano, nel corso di una visita a Washington preparata da tempo. Un incontro con Trump, ma anche con il segretario di Stato Rubio e il segretario alla Difesa Hegseth, che fotografa la complessità di tenere insieme un’Alleanza che Washington sembra voler ridiscutere alle fondamenta, mentre il fronte europeo cerca una sua autonomia strategica ancora tutta da costruire.

Già prima del conflitto scatenato da Trump contro l’Iran l’amministrazione Usa si è dimostrata ostile nei confronti dell’Alleanza Atlantica, arrivando persino a ipotizzare uno scontro diretto per il possesso della Groenlandia. L’accoglienza fredda delle cancellerie europee, per non dire ostile, all’attacco statunitense contro Teheran sembra avere ulteriormente convinto la Casa Bianca che la NATO è solo un peso.

L’Europa, da parte sua, ha provato a delineare una posizione congiunta sul conflitto in Asia: attaccare obiettivi civili come ponti e centrali elettriche è fuori dal diritto internazionale, non è accettabile e non può essere sostenuto. Il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha tracciato per primo questa rotta, sostenuto dalla Commissione. Una posizione che da un lato riafferma i principi del diritto umanitario, dall’altro rivela tutta la distanza che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico su cosa significhi oggi fare sicurezza collettiva.
Il punto, dunque, non è solo quanto si spende. È per cosa, con chi, e secondo quali regole. La fotografia del Fmi certifica che gli investimenti in difesa sono diventati una priorità strutturale per la maggior parte dei governi occidentali. Ma la crisi nella NATO ricorda che la spesa militare, da sola, non produce coesione strategica. Serve una visione condivisa.

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