Il Global Combat Air Programme ha assegnato il primo contratto internazionale congiunto alla joint venture trinazionale Edgewing, segnando un passaggio formalmente rilevante nel cammino verso il caccia di sesta generazione che Italia, Giappone e Regno Unito intendono mettere in linea entro il 2035. Il contratto, del valore di 686 milioni di sterline e valido fino al 30 giugno 2026, copre attività chiave di progettazione e ingegneria, consolidando uno slancio programmatico che finora si era mosso su binari nazionali paralleli. È, in sostanza, il momento in cui il GCAP smette di essere una promessa politica e diventa un programma industriale strutturato a tutti gli effetti.
Cos’è il GCAP?
Il GCAP, lanciato nel 2022, mira a sviluppare un innovativo caccia stealth di nuova generazione dotato di tecnologie all’avanguardia, in grado di rispondere alle minacce globali emergenti e di sostenere le industrie della difesa sovrane dei Paesi partecipanti. La partnership coinvolge tre potenze industriali e militari con profili complementari: il Regno Unito, con la sua tradizione nell’aviazione da combattimento e l’eredità del Typhoon; il Giappone, con le sue capacità elettroniche e manifatturiere avanzate; e l’Italia, che porta in dote competenze in avionica, sistemi di missione, intelligenza artificiale applicata al volo e una filiera industriale distribuita sul territorio nazionale.
Edgewing, la joint venture costituita da BAE Systems, Leonardo e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC), con sede nel Regno Unito e in espansione operativa in tutti e tre i Paesi, è responsabile della progettazione e dello sviluppo del velivolo e manterrà il ruolo di autorità di progettazione per tutto il ciclo di vita del prodotto. La joint venture è stata accompagnata anche dalla creazione del consorzio tra Rolls-royce (Uk), Avio aero (Italia) e Ihi (Giappone), che avrà il compito di sviluppare il cuore propulsivo del velivolo, e di Gcap electronics evolution (G2E), che vede Leonardo UK, Mitsubishi Electric e ELT Group impegnati nella progettazione dei sistemi di sensori e comunicazioni avanzati, noti come Isanke & Ics
L’Agenzia GCAP, istituita nel 2024 attraverso la GCAP International Government Organisation (GIGO), assume la gestione, il coordinamento e l’esecuzione di tutte le fasi del programma, operando per conto delle tre nazioni partner. Come ha dichiarato il suo Amministratore Delegato, Masami Oka, questo contratto rappresenta un momento importante perché attività precedentemente svolte nell’ambito di contratti separati delle tre nazioni saranno ora portate avanti come parte di un programma internazionale pienamente strutturato.
Il ruolo dell’Italia
Per Roma, il GCAP rappresenta la continuazione naturale della partecipazione italiana all’Eurofighter Typhoon, di cui il GCAP sarà il successore operativo, e costituisce al tempo stesso un banco di prova per la capacità dell’industria nazionale di competere alla pari con i partner anglosassone e nipponico su tecnologie di frontiera. Non è un caso che il programma preveda un ruolo per gli stabilimenti italiani — Torino in testa — nel percorso che porterà entro il 2028 alla definizione architettonica del velivolo e alla progressiva costruzione della capacità produttiva.
La partecipazione italiana al GCAP è anche una questione di sovranità industriale. In un contesto europeo in cui la difesa è tornata prepotentemente al centro dell’agenda politica, con la Commissione europea che lavorava già a meccanismi di finanziamento condiviso della difesa e con il riarmo come parola d’ordine da Berlino a Varsavia, rimanere fuori da un programma di questa portata avrebbe significato per l’Italia accettare una marginalizzazione strutturale nel settore aeronautico militare di prossima generazione.
Caccia o droni? Entrambi
C’è però una domanda che il GCAP non può eludere, e che i decisori industriali, militari e politici dei tre Paesi dovranno affrontare con lucidità crescente: a fronte di investimenti complessivi che potrebbero raggiungere decine di miliardi nell’arco del prossimo decennio, quanto è ancora centrale il caccia pilotato in un ambiente operativo dominato da missili e droni?
I conflitti recenti, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iran, hanno consegnato una lezione brutale: il dominio del cielo si contende sempre più attraverso sciami di droni a basso costo, munizioni circuitanti, missili balistici ipersonici e sistemi missilistici a lunga gittata. Il costo unitario di un vettore guidato che abbatte un caccia di quarta generazione è, in alcuni scenari, di ordini di grandezza inferiore al costo del caccia stesso.
Il programma ha cercato di rispondere a questa tensione strutturale attraverso una scelta architetturale precisa: il GCAP non è un caccia, è un sistema di sistemi. Il velivolo pilotato opererà come nodo centrale di una rete che include droni collaborativi, i cosiddetti Loyal Wingman, in grado di anticipare il contatto con la minaccia, saturare le difese avversarie, raccogliere intelligence e svolgere missioni ad alto rischio senza mettere a repentaglio l’equipaggio.
È una risposta plausibile, ma non risolutiva. I programmi di questa complessità crescono di costi nel tempo, subiscono ritardi, e vengono consegnati in un contesto strategico che nel frattempo è cambiato. Il GCAP sarà chiamato alla stessa resilienza adattiva e a dimostrare che il valore di una piattaforma stealth, connessa, autonomously-enabled, capace di operare nello spazio elettromagnetico come nello spazio fisico, vale l’investimento richiesto.




