Come si fa a capire la politica se la politica non c’è più? Forse può soccorrere la psicanalisi. In fondo, a rifletterci bene, questa chiave ci sta tutta: non sono più alle viste le grandi ideologie a guidare l’azione dei leader, scarseggiano gli statisti che possono invidiarci anche all’estero e la politica politicante, quella che si occupa della giornata, non si sente neanche troppo bene. Dunque per capire chi, cosa e perché chiediamo aiuto alle scienze della psiche. Alla sindrome di Hubris, per esempio, che devasta chi arriva a raggiungere le vette della politica senza i necessari anticorpi, per cui l’impasto di arroganza, presunzione e cura maniacale dell’immagine producono quell’effetto di straniamento che trascina il “paziente” nell’irrealtà di un mondo solo suo. O la sindrome di Edmond Dantès, il protagonista del romanzo di Alexandre Dumas, il conte di Montecristo, che, dopo aver subito qualsiasi cattiveria inclusa la carcerazione a vita nel tetro maniero di If, evade, trova un tesoro, si fa una posizione e torna per vendicarsi di tutte le malefatte subite. Questa sindrome del “ritornante” per vendetta – nel caso di specie per la sottrazione della dignità di presidente del Consiglio – è la cifra di questa diciottesima legislatura, che per i suoi colpi di scena nulla ha da invidiare ai romanzi d’appendice fin de siècle. Quanto Edmond Dantès c’è, dunque, nel prof. Giuseppe Conte (di Volturara Appula, però, non di Montecristo), è sicuramente raccontato dall’idiosincrasia tenace che ha sempre ispirato il suo approccio con Mario Draghi, insediato – a suo parere in modo usurpatorio – a Palazzo Chigi sull’onda dell’intrigo internazionale progettato dalla Spectre e portato a termine per mano di quel pezzo di Jago che risponde al nome di Renzi, e osannato dal mondo intero come salvatore della povera Patria(con vampe d’invidia dell’ex). Ma, forse, un pezzettino di