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Un tema nuovo di zecca: rifondare i partiti. Si attui l’articolo 49 della Costituzione

Dopo la settimana quirinalizia, lanciata dai media come una specie di lungo contenitore tipo “aspettando Sanremo”, su una cosa pare che tutti gli osservatori si siano trovati convergenti: la politica ha consumato la sua frutta ed anche il suo dessert. E poi se n’è andata. Dove, non si sa, ma certamente non dove doveva andare.  Lasciamo stare senza commento il peana che si è ascoltato sulla “vittoria del Parlamento” che ha interpretato il “furor di popolo” che invocava il bis di Mattarella, quando apparirebbe più onesto riconoscere che quel furore sia stato un po’ figlio dell’appello alla paura e al “quieta non movere” per non trovarsi a fare una campagna elettorale anzitempo. Ma, anche sotto quel velo pietoso della nobiltà del gesto, urla un’assenza lancinante: i partiti. Ma, avendoli evocati, domandiamoci di cosa parliamo quando diciamo “partito”, oltre il participio passato del verbo partire, s’intende. LEGGI ANCHE: Semipresidenzialismo? Ce l’abbiamo già dal 1994. Una riflessione su Costituzione formale e Costituzione materiale Domanda facile, allora: che cos’è un partito politico?  Facciamo i furbi e ripetiamo il dettato della Costituzione deducendo dall’art.49: è un’associazione di cittadini che ha come scopo quello di concorrere a determinare la politica nazionale. Dunque tra le molte forme associative è l’unica a cui la nostra Costituzione concede un riconoscimento specifico, attribuendone anche un ruolo politico di livello nazionale. Come dovrà, poi, organizzarsi questa particolarissima associazione non è detto in modo esplicito, ma è desumibile dai principi generali del nostro ordinamento che fa riferimento dappertutto al metodo democratico. In verità ci provarono in sede di Costituente a metterlo per iscritto, tanto per essere più sicuri, ma non funzionò: ai partiti dell’epoca non piacque l’idea che qualche giudice potesse ficcare il naso negli interna corporis della politica. Fin qui la Costituzione.  La prassi ci ha consegnato l’esperienza della seconda

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Legge elettorale, la maledizione di Tutankhamon | Ogni cinque anni ce n’è una nuova

È come in quei film della Hammer in bianconero degli anni Cinquanta, quegli horror così bonaccioni che potevano vedere anche i bambini, con mostri dei laghi, Frankenstein e mummie con arti protesi e bende penzolanti. Effetto, queste ultime, della maledizione di Tutankhamon che, dopo qualche millennio, destato il mostro mummificato, costringeva i posteri a fare e subire la qualunque, fino all’arrivo dell’eroe. Non so quale sarcofago abbiamo smosso negli anni novanta, quando in Italia cominciammo a manomettere la legge elettorale: di certo è che dal 1993 non abbiamo smesso più di fare leggi, algoritmi e formule elettorali. Coazione a ripetere soprannaturale. In 24 anni sono cambiate cinque leggi elettorali, passando dal proporzionale di partenza, al Mattarellum, poi al Porcellum, all’Italicum e infine al Rosatellum, nomi dalla desinenza maccheronica per le prime due a causa di quel genio sardonico di Sartori, che così canzonava il dilettantismo del legislatore, ma per le ultime due per desiderio del legislatore, pensando che quell’um finale fosse un segno di qualche nobilità. Alle leggi con le desinenze maccheroniche bisognerebbe aggiungere le due sentenze della Corte Costituzionale che puntualmente venivano bocciate producendo di fatto nuove leggi elettorali. Sono passati quasi 28 anni e sarebbe il tempo, per stare in media con il cronoprogramma dettato dal faraone trapassato, di una nuova legge. Perché, tra l’altro, l’eroe che ci deve liberare dalla maledizione non si vede ancora. Stavolta l’urgenza è posta dalla riduzione della platea parlamentare, che implica una rimodulazione del sistema di elezione del nuovo parlamento. Vero è nel 2020 il governo ha provveduto a far approvare dal parlamento una piccola legge di adattamento del Rosatellum vigente in base al principio “non si sa mai”, così, se si va al voto, almeno uno straccio di legge c’è. Ma sarebbe un ripiego, non una scelta, che tuttavia, con l’aria conflittuale

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Semipresidenzialismo? Ce l’abbiamo già dal 1994. Una riflessione su Costituzione formale e Costituzione materiale

Premessa: questo non è un articolo scientifico, ma necessita di una svelta premessa teorica per convenire sul resto. E dunque provvediamo. Si deve al più grande fra i costituzionalisti italiani, che fu uno dei padri della Carta del 1948, Costantino Mortati, un fondamentale lavoro scientifico, ‘’La Costituzione in senso materiale’’, che vide la luce nel 1940, in cui prende corpo la teoria della Costituzione originaria, o, appunto, materiale. In sostanza il grande giurista sosteneva che, prima ancora della struttura formale della norma costituzionale, si pone la sua struttura materiale che ha anche il valore di strumento per imprimere giuridicità alla prima. Di cosa è fatta la costituzione materiale è presto detto: è impastata di forza politica, dei fini coerenti con “l’ideologia sostenuta dalle forze politiche dominanti”. Naturalmente l’auspicio di Mortati è che si affermi una tendenziale compenetrazione tra forza politica e norma positiva. Al concetto di Costituzione materiale si fa riferimento frequentemente nel dibattito pubblico italiano, anche fuori dai circuiti accademici, per raccontare la politica e il suo rapporto “elastico” con la norma costituzionale. Qualcuno l’ha chiamata in causa anche recentemente commentando l’ipotesi di una presidenza della Repubblica Draghi. E’ stato Giorgetti a dare fiato ad un bisbiglio che da settimane ormai serpeggiava nei corridoi della politica desertificati dal covid: “ e chi lo dice che se eleggiamo Draghi presidente della Repubblica poi si debba andare al voto?  Si può fare benissimo un governo-fotocopia, o quasi, guidato da un suo fiduciario e andare avanti fino al 2023”. Come sempre accade in un paese che porta nel suo gene l’idea platonica della dialettica, le tribù dei nasi torti nella leggera sprezzatura che si manifesta di fronte ai cattivi odori e quelle dei presidenzialisti a prescindere hanno cominciato a misurarsi e confliggere. I puristi del parlamentarismo che non tollera contaminazioni da un

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