A scuola con il Presidente
Quella sottile domanda di una studentessa di liceo…

Alcuni imprevedibili scenari

CulturaPolitica

C’è poco da fare: se vuoi imparare qualcosa devi andare a scuola.

Anche se l’oggetto della tua acculturazione riguarda non materie curricolari ma, in questo caso, le curiosità dei nuovi cittadini italiani e, dunque, la possibilità di scommettere sulle nuove generazioni.

Ieri, dunque, un incontro ravvicinato (e “greenpassizzato”, chissà che penserà l’Accademia della Crusca di questo neologismo) nell’aula magna di un liceo per parlare di Presidente della Repubblica: procedure, competenze, storia, insomma Costituzione. C’è un mio romanzo in giro che parla di “Quirinal Games” e che fa da pretesto per il dibattito sul Presidente della Repubblica e mi capita negli ultimi due mesi di andare per tv e presentazioni rispondendo di default a domande scontate di pubblico e giornalisti. 

Qui, con ragazzi che non hanno ancora l’età del voto, una vera sorpresa: un fiume di questioni originali, ben centrate, fuori dall’orizzonte del già sentito. Una domanda chiara, che capta quello che aleggia da tempo ma che resta sempre a livello aeriforme nel retropensiero di molti, credo meriti oggi un’attenzione speciale.

È una ragazza a porre secca la questione: “Dal 2023 il Parlamento italiano non sarà più composto dagli attuali 945 membri, ma da 600 e, tuttavia, da lunedì, questo Parlamento alla fine della sua storia, è chiamato ad eleggere il nuovo Capo dello Stato che, come sappiamo, durerà sette anni. Non le sembra che la cosa più giusta da fare sia quella di rieleggere Mattarella per un altro anno per poi porre la questione del nuovo Presidente al nuovo Parlamento?” 

Bella e scivolosa domanda che non merita però il silenzio e il nascondimento. Andiamo, innanzitutto, a cercare risposte nella Costituzione. I Costituenti, che dibatterono abbastanza parecchie questioni legate alla figura del Capo dello Stato tra cui il tema della rieleggibilità, chiudendo con una non decisione e con la particolare cautela del “semestre bianco”, ovviamente erano ben lontani dal prevedere un cambio così impegnativo della platea parlamentare, come quello che prenderà vita il prossimo anno.

Dunque la domanda della studentessa, dal punto di vista giuridico-formale, ha già una risposta ed è molto semplice: non c’è nessuna ragione per cui un Presidente eletto oggi da una platea di 945 parlamentari (più i 58 regionali e sei senatori a vita), debba rimettere il suo mandato al nuovo Parlamento perché si è “ristretto” del 40% diventando un’assemblea altra. Tuttavia, dietro l’apparente semplicità (e della quasi tautologica risposta) c’è più di un argomento politico, che tutto è fuori che banale. 

Ho scritto “politico” e non a caso. Poniamo che un candidato fosse eletto col minimo sindacale dei voti alla quarta votazione, quando occorre il consenso della metà più uno dei grandi elettori. Certo, sarebbe il legittimo capo dello Stato per i prossimi sette anni, ci mancherebbe altro, ma…

Ma poniamo che il prossimo anno, con le nuove elezioni le nuove (più piccole) assemblee parlamentari ospitassero una rappresentanza con una larga prevalenza politica antagonista rispetto a quella che oggi va ad eleggere il Presidente, beh, qualche imbarazzo potrebbe sorgere. 

Sia beninteso: non sarebbe la prima volta nella storia repubblicana del verificarsi di un’acuta sfasatura tra visione e stile del Presidente della Repubblica e sensibilità della maggioranza uscita dalle urne (e del suo leader): un caso per tutti Scalfaro e il centro-destra a guida berlusconiana. 

Va da sé che la coabitazione s’impone in democrazia, soprattutto in una necessaria linea di continuità, altrimenti bisognerebbe riproporre il tema ad ogni nuova legislatura o quasi. Stavolta, però, non è lo stesso: cambiano non solo, seguendo il giusto ritmo della democrazia rappresentativa, i colori del Parlamento, ma cambia proprio il contenitore di quei colori. È, dunque, un Parlamento totalmente altro, forse preterintenzionalmente altro, sicuramente numericamente altro.

Quindi, se l’inquilino del Quirinale eletto oggi con una maggioranza risicata, decidesse dopo il voto delle politiche 2023 di rimettere il mandato alla nuova assemblea parlamentare “ridotta”, forse compirebbe un gesto che non meraviglierebbe più di tanto, e qualche osservatore potrebbe persino catalogarlo come il segno di una straordinaria sensibilità politica.

L’unica cosa che mi asterrei dal fare, anzi eviterei in ogni modo di farne anche allusione, sarebbe quella di rivolgermi al capo dello Stato in carica dicendogli: “Presidente Mattarella, ora ti eleggiamo, ma il patto è che tu l’anno venturo te ne vai per lasciare il posto a Draghi”. Oltre che scorretto, al limite dell’ingiuria, e mai e poi mai accettabile da un fine giurista e galantuomo come Mattarella, sarebbe un patto scellerato e di dubbia costituzionalità: chi viene eletto presidente ci rimane per sette anni, punto.

E allora come si fa?

Visto che non si può certo prorogare di un anno e qualche mese il mandato di Mattarella, l’unico modo per uscire da un potenziale imbarazzante dovere di cortesia politico-istituzionale che incomberebbe sul presidente eletto oggi di misura, sarebbe quello di farsi eleggere con larghissimo consenso.

Oltre che auspicabile sempre, perché connaturato al ruolo che la Costituzione disegna per il Presidente, investendolo della rappresentanza dell’unità nazionale (art.87, primo comma), in questo frangente assumerebbe anche il valore di una condivisione necessaria per il transito da una composizione dell’ordinamento parlamentare ad una nuova e significativamente diversa. La studentessa a questo punto ha commentato: “Allora bisogna che eleggano Draghi tutti quelli che sostengono il suo governo, destra e sinistra…”

La mia opinione è che questa giovane abbia un grande avvenire politico: ha capito come butta meglio dei capi tribù che si agitano in modo inconcludente nei tiggi.

 

Pino Pisicchio – Professore di Diritto comparato. Deputato in numerose legislature

 

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