Orizzonti

Le storie. Un principe del Foro da 30 anni in clausura in una Certosa, a Serra San Bruno

  Il fascino discreto dell’intellettuale lo si coglie con mano anche a distanza, senza vederlo, senza poterlo guardare negli occhi, dialogando con lui via internet, è il segno dei tempi, ma è nelle parole che ci trasmette e ci trasferisce la vera forza di questo sacerdote di clausura che da 30 anni vive nel silenzio della Certosa di Serra San Bruno. Don Ignazio Iannizzotto è il testimone più vero di questo tempio di preghiera, dove uomini senza tempo e senza nome, di ogni estrazione sociale, di ogni cultura, di ogni periferia diversa del mondo, hanno scelto di vivere lontani dal mondo per aiutare con la propria preghiera il mondo a redimersi. La storia che vi raccontiamo è una storia di rinunce e di preghiere, di silenzi e di meditazione, di canti e di tante albe trascorse al freddo di quella che oggi viene considerata una delle poche certose vive esistenti al mondo. Quando diciamo certose vive intendiamo dire certose vissute da monaci che trascorrono dentro queste mura tutta la loro vita nel silenzio e lontani dal mondo. Avvocato, letterato, teologo, bibliotecario, conoscitore come nessun altro delle regole cristiane della meditazione, riconfermato dal Capitolo Generale della Grande Certosa di Grenoble Padre priore dell’eremo di Serra San Bruno, padre Ignazio (in primo piano nella foto del fotoreporter Bruno Tripodi)  è certamente un testimone del nostro tempo, uomo informatissimo, filosofo e intellettuale della Chiesa di Francesco più di quanto non potrebbe esserlo un vescovo o un cardinale, innamorato del suo mondo come da ragazzo potrebbe essere stato di una delle sue compagne di scuola in Sicilia da dove proviene, uomo semplice e carismatico che non si nega mai a nessuno, anzi fa di tutto per spiegare che il silenzio e l’isolamento in cui vive un monaco certosino è solo apparente. Perché dietro questa

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Emiciclo

La Presidenza di Biden, c’è da fidarsi? Valentina Clemente racconta un Paese chiamato America

Esce il 30 Settembre in tutte le librerie “Biden primo tempo: viaggio tra speranze e contraddizioni di un paese chiamato America”. Il libro, Santelli Editore, è scritto da Valentina Clemente, giornalista e anchorwoman di Sky Tg24. Il 20 gennaio 2021, giorno del suo insediamento a 46mo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden dice “di voler unire l’America, il popolo americano e la nazione intera”. A due anni da quel discorso e a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, il Presidente sembra non aver raggiunto gli obiettivi prefissati. Complici (anche) la gestione della pandemia e la ripresa economica del Paese, che Biden eredita dal predecessore Donald Trump, le divisioni all’interno del partito democratico e repubblicano sull’emergenza migranti al confine con Messico e Texas. Ma anche il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan che provoca un vero terremoto all’interno dell’amministrazione Biden, perennemente attaccata da Donald Trump, che ancora non ammette la sconfitta alle elezioni del 2020, pensa già alla ricandidatura nel 2024 e ha creato una sua presidenza ombra. E se, da un lato, il “MAGA Army” continua a sostenere finanziariamente il Tycoon per rivederlo presto alla Casa Bianca, dall’altro molti attivisti si stanno impegnando per creare una nuova base da cui ripartire ma soprattutto combattere le tantissime contraddizioni che ancora ci sono nel Paese. Una nazione dove, però, è ancora in vigore la pena di morte e l’aborto è illegale, anche in caso di incesto o stupro. Riuscirà l’America a combattere le sue contraddizioni e ripartire dalle sue speranze e diventare un Paese migliore? In questo suo libro, Valentina Clemente racconta i fatti che hanno attraversato la società americana con tutte le sue apparenti contraddizioni. La prima tappa di un lungo viaggio “per poter offrire al lettore -dice- uno strumento di analisi indipendente e che, descrivendo i fatti, lasci libero chi si

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Orizzonti

Italia e Giappone, ecco la grande sfida culturale del Ministro Tsukasa Hirota

Il Giappone guarda all’Italia con grande interesse, e soprattutto con la consapevolezza che le bellezze dei due Paesi sono così importanti  e così suggestive da potersi integrare e diventare motivo di veri e propri gemellaggi culturali tra regioni, territori, città e periferie. È questa la certezza che dichiara senza mezzi termini il numero due dell’Ambasciata giapponese a Roma, il Ministro Tsukasa Hirota, Vice-Capo Missione dell’Ambasciata Nipponica in Italia, un diplomatico di grande esperienza internazionale che ancora giovanissimo ha il carisma di un diplomatico di lunga e vecchia tradizione. Poi il rappresentante giapponese ha una seconda certezza, e cioè che il Giappone è in grado di riaprire i suoi confini bloccati dalla pandemia e di poter ospitare tantissimi italiani nelle proprie città dove molte delle nostre tradizioni- dice il Ministro Hirota– sono comuni e dove il made in Italy è considerato un’eccellenza di primissimo ordine. Un invito, dunque, a riscoprire il Giappone, a scegliere il Giappone come meta dei propri viaggi di piacere, e a farlo con la consapevolezza che parliamo di un Paese assolutamente tranquillo, ospitale e ricco di tradizioni anche culinarie e ideali per gli italiani. Tutto questo il Ministro giapponese Tsukasa Hirota lo racconta ai suoi ospiti in uno dei ristoranti della Roma imperiale, a due passi dal Panteon e alle spalle di Piazza  Navona, alle prese con primi piatti che sanno di trofie alla leccese, e di arrosti tipicamente romani, seguito e assistito in questa sua missione culturale “fuori dalle mura” dal Terzo Segretario d’Ambasciata Haruka Kobayashi, membro dell’ufficio politico dell’ambasciata e soprattutto a attenta analista di temi e di dossier italian.  Frutto tutto questo, immaginiamo, della sua brillante esperienza trascorsa all’Università per Stranieri di Perugia. Una semplice colazione di lavoro tra un addetto d’ambasciata e un gruppo di giornalisti italiani? Forse, ma sarebbe riduttivo raccontare così

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Orizzonti

L’uomo che sussurra ai cavalli. Non è un film ma un personaggio vero Franz Chiaravalloti, il principe dei carabinieri a cavallo

Comando Generale dell’Arma dei carabinieri. A Roma,nella grande caserma Salvo D’Acquisto di Tor di Quinto incontriamo Franz Chiaravalloti. Qui tutto lo conoscono meglio come il Colonnello Comandante Francesco Maria Chiaravalloti, “L’uomo che sussurra ai cavalli“, il grande “amico calabrese degli animali“, il “re del carosello storico“, “padre-padrone” di questa nicchia dorata dove l’Arma dei Carabinieri alleva, custodisce e allena i suoi migliori puledri di razza. “Sono cresciuto guardando e cavalcando i cavalli, e la prima volta che mio padre mi mise sulla groppa di un cavallo avevo solo cinque anni. Da quel giorno i cavalli sono stati la mia grande e forse vera e unica passione di vita. Da giovanissimo ufficiale dell’Arma ero stato assegnato a questo reparto, dove oggi ho chiesto di poter ritornare prima di lasciare l’Arma per sempre“. Esperto di strategie militari, profondo conoscitore della diplomazia militare, una bella parentesi della sua vita vissuta da Capo di Stato Maggiore a Parigi, documentatissimo, una memoria di ferro, Franz Chiaravalloti ricorda di ogni cosa nomi, cognomi e luoghi di riferimento. Non c’è anno che non gli ricordi qualcosa, non c’è missione all’estero che non lo riporti all’attualità della guerra in Ucraina, lui che di guerre ne ha viste tante e in presa diretta, lui che riannoda i fili di decine di inchieste passate sotto le sue mani come se giocasse e rimontasse il cubo di Kubrik, la più famosa forse la vecchia indagine della procura di Palmi sulla massoneria deviata di Licio Gelli, ne era titolare il procuratore Agostino Cordova, lui che tra i ricordi del cuore si porta dentro il carisma di  Antonio Martino. Fu l’allora ministro degli Esteri a sceglierlo per mettere in piedi la grande commemorazione del terremoto di Messina del 1908 in onore della Marina Russa che nel febbraio del 2006 venne gemellata con la

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Orizzonti

Giustizia, il caso Luigi Mazzei: una odissea di 14 anni e poi innocente. Come la macchina della giustizia può trasformarsi in un mostruoso tritacarne

Bisignani: “Non esiste un partito dei pm, non fanno squadra, ma amano la ribalta e la vetrina e hanno l’ansia da prestazione”. “Il potere giudicante è lento ma fa le cose che deve fare. Piuttosto, all’inizio delle inchieste il potere requirente è debordante. Ci vorrebbe una riforma, ma questa classe politica non è all’altezza per farla”.

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