40 anni dal governo Craxi / interviste 13/ Ugo Intini

Parla lo storico braccio destro del leader socialista

Dalla redazione

Milanese, giornalista, direttore dell’Avanti, politico, parlamentare, vice ministro degli Esteri,  scrittore, tenace polemista, Ugo Intini, o “Ugo Palmiro”, come i comunisti lo chiamavano per la sua intransigente battaglia contro il Pci, o per il suo “anticomunismo viscerale”, con i suoi quasi quotidiani articoli e soprattutto corsivi sull’Avanti, di cui era direttore, quando non era lo stesso Craxi a scriverli con il famoso pseudonimo Ghino Di Tacco, è stato a fianco del leader socialista soprattutto negli anni Settanta e Ottanta. 

Perciò, dal punto di vista politico, documentario e storico, la sua testimonianza e le sue analisi ricche di dati e riferimenti, hanno un particolare interesse e valore, non solo per la narrazione  di importanti fatti politici ma anche per alcuni retroscena ( per esempio, a proposito degli accordi di Oslo tra israeliani e palestinesi, o dell’installazione degli euromissili, o episodi delle Brigate rosse)  e vari aneddoti. ( le sottolineature in neretto, nel testo, sono nostre)

 

 

 

 

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Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi.  Onorevole Intini, che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni?

Resta l’esempio di quando ancora oggi si potrebbe fare. Ma che si è sempre più lontani dal fare.

In politica estera, un’Italia impegnata perché in Europa ci sia non soltanto una moneta unica, ma anche una politica economica, estera e della difesa comune. Una Europa e un’Italia alleate agli Stati Uniti ma autonome. Capaci cioè di dialogare a Est (un tempo con l’Unione Sovietica e oggi con la Cina). Capaci soprattutto (compito dell’Italia e dei Paesi mediterranei) di connettersi alla sponda nord africana in una prospettiva di pace per il Medio Oriente e di cooperazione economica.

In politica interna, c’è bisogno di una Italia pragmatica, non dominata né dall’ideologia liberista né da quella statalista. Negli anni ‘80, dovevamo contrastare lo statalismo, che derivava dall’egemonia culturale comunista. Adesso, dobbiamo contrastare gli eccessi del liberismo, che hanno provocato la catastrofe finanziaria del 2008 e che hanno messo in secondo piano la politica, rendendo il potere economico multinazionale l’unico protagonista.

Spieghiamolo ai giovani che al tempo del governo Craxi non erano neanche nati: in che cosa consisteva la novità del governo Craxi? Quali i suoi punti qualificanti?

La politica italiana era storicamente guidata da comunisti e cattolici. Che dopo decenni di scontri, negli anni ‘80, stavano per allearsi in quello che si definiva il compromesso storico PCI-DC.  Il PSI di Craxi ha spezzato la tenaglia del compromesso storico (che avrebbe reso l’Italia un caso unico al mondo). Ha introdotto idee e programmi moderni, simili a quelli liberaldemocratici e socialdemocratici vincenti nel resto dell’Occidente.

Abbiamo teorizzato per primi (forse perché la tradizione del socialismo liberale dei fratelli Rosselli era la più antica) il liberalsocialismo. Che si potrebbe definire in modo ancora oggi valido: “siamo per una ‘economia di mercato’, perché il mercato porta ricchezza, ma non per una ‘società di mercato’, perché la società è fatta da donne e uomini che hanno alcuni diritti più importanti del mercato (una assistenza sanitaria efficiente, una pensione dignitosa, una istruzione che dia a tutti pari opportunità)”.

Molti, ricordando il governo Craxi, si fermano a Sigonella, il punto più alto di affermazione della sovranità nazionale, che suscitò l’applauso alla Camera anche dei comunisti. Oltre Sigonella, che cosa andrebbe ricordato del governo Craxi?

Sigonella è stata il segno di una volontà di autonomia e di tutela per la sovranità nazionale anche di fronte al nostro alleato strategico, ovvero gli Stati Uniti. Abbiamo riscoperto il valore di patria e di nazione da sinistra (e per questo Craxi ha puntato così tanto su Garibaldi, il più grande patriota, ma al tempo stesso socialista). Attenzione però: non siamo mai stati né sovranisti, né nazionalisti, bensì europeisti. E una spinta decisiva verso l’unità europea è stata data proprio da Craxi quando al vertice del 1988 a Milano è riuscito a isolare e a battere la Thatcher, furiosamente ostile al cammino che avrebbe portato nel 1992.a Maastricht. Uno scacco, per lei e per la Gran Bretagna, che non ci hanno mai perdonato.

In effetti, ci è sempre stato chiaro che ciascun singolo Stato europeo non può contare nulla. Oggi i numeri sono ancora più crudi. Nel 2050, l’Unione Europea starà al mondo come oggi la Svizzera sta all’Europa: avrà infatti lo 0,3 per cento della popolazione mondiale (così come la Svizzera ha attualmente il 2,83 per cento di quella europea).

Con questi numeri, solo un mentecatto può immaginare che ad esempio l’Italia o persino la Germania possano pesare qualcosa, da sole, nel mondo. L’Europa unita, forse, può. Come modello di efficienza e civiltà (simile appunto a ciò che era in parte la Svizzera nell’immaginario collettivo); come esempio di integrazione per altri continenti (Africa e America latina); come punto di equilibrio tra Cina, Stati Uniti e Paesi in fase di nuova aggregazione (pensiamo al BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina, e Sudafrica).

Sigonella riporta l’attenzione sulla politica estera.

Su questo terreno, il governo Craxi ha contribuito a raggiungere due risultati storici.

Uno che riguarda il passato e uno purtroppo straordinariamente attuale. Il primo risultato riguarda la guerra fredda tra Occidente e Unione Sovietica. Può sembrare incredibile e esagerato, ma l’Occidente ha vinto grazie anche al PSI. Mi è stato riconosciuto dall’ex segretario di Stato americano del tempo Brzezinski tanti anni dopo. La guerra fredda era una partita a scacchi. L’Unione Sovietica ha dispiegato i missili SS-20 a più stadi puntandoli sull’Europa occidentale.

L’obiettivo era intimidire l’Europa con una schiacciante superiorità missilistica e nucleare. Che si aggiungeva a quella nelle armi convenzionali.

Intimidire l’Europa significava “finlandizzarla”, come allora si diceva: condurla cioè in una condizione di neutralità come la Finlandia. Il primo ad accorgersi del pericolo mortale fu il cancelliere socialdemocratico tedesco Schmidt, il quale spinse la NATO al dispiegamento dei missili Pershing e Cruise per pareggiare l’equilibrio missilistico.

I tedeschi dissero però anche che, se un solo Paese europeo importante si fosse tirato indietro, la Germania lo avrebbe fatto a sua volta. In effetti, la pressione “pacifista” era tremenda e aveva spinto il presidente socialista francese Mitterrand a osservare: “in Europa i missili sono a Est, ma i pacifisti sono a Ovest”.

 Quale era il ventre molle dell’Europa? L’Italia, naturalmente, per la formidabile propaganda comunista (con centinaia di migliaia di persone in piazza), il buonismo di una parte del mondo cattolico, l’atteggiamento accomodante dei media. Quelli di Agnelli, che aveva “automobilizzato” l’Est europeo a partire dallo stabilimento di Togliattigrad, e quella di De Benedetti (La Repubblica) che sperava di fare la stessa cosa con i computer.

A proposito di Agnelli e La Stampa, ricordo la delusione che mi diede, il giorno della più grande manifestazione comunista contro i missili, il nostro mito (e maestro) Norberto Bobbio, il quale scrisse nel 1983 un fondo sostanzialmente neutralista il cui concetto centrale era “né con Atene, né con Sparta”. Se il PSI di Craxi (dove pure la sinistra “Lombardiana” era recalcitrante) non si fosse schierato con forza, l’Italia non avrebbe dispiegato i missili.

Se l’Italia non li avesse dispiegati, l’Europa non lo avrebbe fatto. E l’intimidazione sovietica (con la relativa “finlandizzazione”) sarebbe riuscita. Un piccolo partito (il PSI) di un piccolo Paese (l’Italia)-mi disse Brzezinski- ha deciso la sorte della terza guerra mondiale (fredda) tra Est e Ovest.  Mi si lasci dire che i pacifisti di allora sono diventati falchi bellicisti oggi di fronte alla crisi Ucraina, propagandando il pericolo di una minaccia russa all’Europa che non esiste più.

L’Unione Sovietica si è dissolta. Il patto di Varsavia aveva 410 milioni di abitanti contro i 332 dell’Europa occidentale. Oggi la Russia ha 145 milioni di abitanti contro i 450 dell’Europa (più i 64 della Gran Bretagna).

Ha un ventiduesimo del PIL prodotto dai Paesi NATO (inferiore di 342 miliardi di euro a quello della sola Italia). Non costituisce più un pericolo. Eppure chi era vile di fronte al gigante sovietico oggi enfatizza un pericolo sparito da decenni, perché la Russia è diventata come si vede un nano demografico, economico e conseguentemente militare.

Il secondo risultato storico che ci ricorda Sigonella è come prima accennavo straordinariamente attuale e riguarda la tragedia del Medio Oriente.

A Sigonella, Craxi si scontrò con Reagan perché non voleva tradire la fiducia dell’Egitto e dell’OLP di Arafat. Ma proprio grazie a questa fiducia (così come alla amicizia storica con i socialisti israeliani) Craxi ebbe un ruolo importante nel condurre il Medio Oriente verso un cammino di pace che fu a un passo dal compiersi sino in fondo. Come tutti ricordano, nel 1993, Rabin e Arafat, con la benedizione di Clinton, sottoscrissero a Camp David gli accordi di Oslo. Che portarono al premio Nobel per la pace a Rabin, Arafat e Shimon Peres.

 

 

Non tutti sanno però che gli accordi di Oslo si chiamano così perché furono ottenuti poco prima grazie all’Internazionale socialista e ai socialisti norvegesi, i quali chiusero in un appartamento i negoziatori israeliani e palestinesi, portandoli attraverso mesi di trattative segrete a una intesa storica.

  Quasi nessuno poi sa che l’Internazionale socialista fu preceduta da Craxi, perché proprio lui creò la premessa indispensabile per gli accordi di Oslo, ovvero il riconoscimento di Arafat da parte degli Stati Uniti come un interlocutore indispensabile. Ho a tale proposito un ricordo preciso.

Nel 1989, ho accompagnato Craxi al Dipartimento di Stato, dove ha incontrato George Shultz, il più stretto collaboratore prima di Reagan e poi di Bush padre. “Dovete trattare direttamente con Arafat”- gli diceva Craxi. “Mai-rispondeva Shultz- è un terrorista”. Pranzammo nel suo ufficio con i suoi collaboratori e ci accomiatammo. Nel lungo corridoio del Dipartimento, ricordo il suono di passi affrettati. Era il sottosegretario con competenza per il Medio Oriente, presente al pranzo. “Shultz ha cambiato idea-disse a Craxi-avvii senz’altro i contatti per un incontro riservato a Tunisi con Arafat”. Così fu fatto. La strada fu aperta dalla stessa amministrazione Bush e Clinton poté benedire nel 1993 a Camp David, come prima ricordato, l’accordo tra Arafat e Rabin.

Della Grande Riforma, che Craxi agitò come bandiera di rinnovamento dello Stato, quali proposte conservano una validità e attualità?  Che cosa andrebbe rilanciato?

Craxi capiva che, dopo molti decenni, la Costituzione richiedeva qualche aggiornamento, perché altrimenti regole superate avrebbero reso la politica inefficace. Ne era convinto anche Nenni, che pure era tra i padri della Costituzione stessa. La sua ultima intervista la diede a me e in questa lo diceva chiaramente. Nel settembre 1979, Craxi mi chiamò un sabato al telefono e, come spesso faceva, mi chiese di passargli la dimafonista, perché aveva da dettare un “articoletto”.

L’articolo era quello che lanciava la “grande riforma”. Non se ne fece nulla, perché PCI e sinistra democristiana cominciarono a gridare contro l’attentato alla Costituzione.                                         L’obiettivo di Craxi però era politico. Aveva in mente un sistema alla francese, con il presidente della Repubblica (dotato di maggiori poteri) eletto direttamente dal popolo in due turni (il primo e il ballottaggio). Lo stesso sistema a due turni poteva valere per eleggere i deputati. Era influenzato dal suo amico e compagno Mitterrand e pensava di poter fare come lui (che in effetti, dopo due anni, divenne presidente della Repubblica). L’idea era quella di costruire un bipolarismo: uno schieramento di centro sinistra e uno di centrodestra contrapposti.

Craxi pensava che i due schieramenti, per conquistare i voti incerti del centro, dovessero avere un candidato e un leader spostato appunto verso il centro (non verso le estremità dei due schieramenti). Pensava ovviamente che quel leader, per il centro sinistra, potesse essere conseguentemente lui stesso. Il progetto potrebbe essere ancora valido, se ci fosse in Italia ancora la politica (e una politica razionale). Temo però che non sia così.

Per esempio la battaglia per la delegificazione, la polemica sul Parlamento che perdeva tempo a fare leggi sui molluschi eduli lamellibranchi o sulla eviscerazione degli animali da cortile, invece di far procedere con atti amministrativi? Il Parlamento continua in questo andazzo?

A proposito del Parlamento, Craxi si concentrò sulla battaglia per l’abolizione del voto segreto. Molto prima del compromesso storico infatti, da decenni, la spesa pubblica era ingigantita proprio da tale voto segreto. Accadeva che un gruppo di parlamentari della maggioranza si saldasse con l’opposizione per sostenere le richieste di una lobby (o su base geografica o su base corporativa). La saldatura, nel voto segreto, partoriva nuove spese, prebende, esenzioni, privilegi.

Un classico era il soccorso a favore dei “forestali” del Mezzogiorno, diventati sempre più numerosi e retribuiti. Il voto segreto su simili temi era uno scandalo, perché sappiamo bene che la logica lo impone dovunque soltanto per le decisioni che riguardano la coscienza dei parlamentari, i principi e le persone fisiche.

Se si facessero i conti precisi, si scoprirebbe che l’imbroglio del voto segreto per tutto ha gonfiato il debito pubblico a dismisura. Siamo riusciti a limitare tale voto soltanto nel 1988. Naturalmente, superando le barricate della presidente della Camera Nilde Iotti e dei comunisti, che denunciavano l’attacco dei socialisti contro le libertà parlamentari.

Per quanto poi riguarda l’eccesso di leggi e leggine, la situazione è peggiorata oltre ogni limite (lo ha spiegato bene Sabino Cassese).

 Vogliamo spiegare tale peggioramento in modo crudo? Il Parlamento non conta ormai quasi niente per tre motivi. I parlamentari non sono eletti ma nominati (per di più dai capi di partiti senza democrazia interna). I governi (di destra e di sinistra) non li lasciano più decidere sulle scelte importanti: presentano decreti onnicomprensivi che il Parlamento è costretto a votare senza la minima modifica, perché l’Esecutivo pone la fiducia (o si approva tutto in blocco, oppure si nega la fiducia stessa e l’esecutivo cade).

I magistrati (specialmente dopo Mani Pulite) hanno sempre più occupato lo spazio del potere politico, al punto da applicare le leggi come pare a loro, con forzature e ricorsi paralizzanti. Anzi, al punto da sostituirsi al legislatore.

Con la passiva connivenza di quasi tutti, il colpo finale è arrivato dal M5S che ha lanciato una campagna di delegittimazione devastante contro i parlamentari, identificati come “casta”. Il cui atto conclusivo è stato la riduzione del numero dei deputati e senatori, in attuazione dell’implicito principio: i parlamentari, costosi e oziosi, meno sono e meglio è.

Continuando in termini crudi, a questo punto i parlamentari non hanno più ruolo e non sanno cosa fare. Sostituiscono perciò l’attività legislativa con la propaganda, proponendo commissioni di inchiesta inutili, leggi e leggine simili a gride manzoniane, che cavalcano con sanzioni roboanti e inattuabili le paure e le pulsioni populiste del momento.

Poiché i parlamentari sono scesi di livello, si muovono poi con la mentalità di amministratori di condominio o impiegati: uniscono pignoleria e incapacità nello scrivere le leggi all’idea che il loro dovere sia quello di fare un orario di lavoro. Non passa loro più neppure per la testa che dovrebbero dialogare con gli elettori nei loro collegi (anche perché nei collegi nessuno li conosce).

Rapporti con Berlinguer: furono pessimi. Il segretario del Pci, invece di salutare la novità del primo presidente del Consiglio socialista, lo definì un pericolo per la democrazia. C’erano anche motivi caratteriali nei loro rapporti?

I rapporti erano pessimi, ma a tratti sono stati altalenanti. Il conflitto insanabile non nasceva dall’ostilità personale, bensì dal fatto molto semplice che entrambi volevano diventare i leader dell’intera sinistra, ma di leader, naturalmente, ce ne può essere per definizione uno soltanto.  Certo, c’erano poi anche dietro di loro due mondi diversi. Berlinguer veniva da nobiluomini sardi e frequentava i cattolici.

 

 

Come Pasolini, che lo ispirava, vedeva un futuro di austerità e di anticonsumismo, in attesa dell’inevitabile catastrofe economica provocata dal capitalismo. Craxi veniva invece da quella che i suoi avversari definivano la “Milano da bere”. Che in verità era anche il mondo della modernità. Pochi oggi sanno chi era il maestro di Craxi e il leader dei socialisti autonomisti milanesi, oltre che braccio destro di Nenni. Morì troppo presto, nel 1960. Era Guido Mazzali, direttore dell’Avanti!  e segretario della Federazione socialista di Milano dal 1945- appunto- al 1960, quando poco prima di morire costruì al Consiglio comunale di Milano la prima Giunta di centro sinistra in Italia, aprendo la strada al governo Moro- Nenni del 1963.

Negli ultimi anni prima della chiusura (nel 1926) Nenni era direttore dell’Avanti!  e Mazzali il giornalista a lui più vicino. Poi, rimasto per strada, fondò la prima rivista di marketing e pubblicità in Italia e la prima grande agenzia di pubblicità moderna.

Nel 1945, nella prima Giunta dopo la liberazione, pur essendo il leader del partito più importante, chiese soltanto di fare l’assessore allo Spettacolo e allo Sport. Creò il Piccolo Teatro, riaprì La Scala, rilanciò il Milan e l’Inter. Ecco. Questa era la “Milano da bere”. Mazzali era un Berlusconi che credeva nella politica e nei partiti (la differenza non è poca). Craxi nasce così. Certo, su un punto almeno lui e Berlinguer erano simili: erano entrambi uomini di partito.

Ricordo la tua battaglia a colpi di articoli e di corsivi sull’Avanti!, il quasi quotidiano scambio polemico con i comunisti, tanto che qualcuno ti affibbiò il soprannome di Palmiro Ugo Intini, perché, dicevano, eri ossessionato dai comunisti

Ero ossessionato dall’obiettivo di spingere i comunisti ad abbandonare l’ambiguità e doppiezza per scegliere sino in fondo la strada socialdemocratica. Per questo tenevo rapporti con i “miglioristi”: da Amendola a Napolitano e Macaluso. Ma anche con Pajetta, del quale ammiravo la storia personale. Il simbolo dell’ambiguità e doppiezza era Togliatti, il cui ritratto ancora troneggiava nelle sezioni del PCI. Concentrai perciò il fuoco contro l’unico stalinista al mondo che non fosse stato cancellato dal Pantheon del partito comunista di appartenenza. L’occasione per la polemica più efficace venne quando Gorbaciov riabilitò Bucharin, processato in modo infame e condannato a morte nel 1938.  Togliatti era stato il più stretto collaboratore di Bucharin, poi il suo accusatore e addirittura una sorta di capo ufficio stampa per i giudici stalinisti durante il processo contro di lui. Tornò dalla Spagna a Mosca per breve tempo (mentre a Madrid era commissario politico delle brigate comuniste) al solo scopo di firmare (come vice presidente responsabile dell’area geografica) il documento che dichiarava traditori i comunisti polacchi (documento che legittimò l’assassinio di tutti quelli esuli in Unione Sovietica).Togliatti approvò la fucilazione del leader (anche lui comunista) della rivoluzione ungherese del 1956 Imre Nagy, ma chiese per iscritto al governo ungherese la cortesia di ucciderlo dopo le elezioni politiche italiane del 1958 (perché i “malintenzionati” avrebbero potuto sfruttare la fucilazione). E fu accontentato.

Per aver scritto con chiarezza su questi temi allora tabù anche sulla grande stampa italiana, Michele Serra mi appiccicò l’appellativo di “Ugo Palmiro”.

Una curiosità: Craxi si è mai dichiarato in disaccordo con qualche tuo articolo? O ti dava carta bianca?

Craxi era molto attento. Non mi dava affatto carta bianca, perché come Nenni considerava il quotidiano lo strumento più importante per dialogare con gli iscritti, ma anche con l’opinione pubblica, dal momento che gli articoli dell’ Avanti! erano ripresi dai telegiornali e dagli altri quotidiani. Inizialmente, si intrometteva persino sui titoli, sino a che lo convinsi che i titoli non possono essere né troppo lunghi, né troppo corti: devono avere un numero prestabilito di lettere. Ci fu uno scontro che segnò la mia promozione da direttore responsabile dell’Avanti! (con Craxi direttore politico) a direttore politico.

Nel dicembre 1980, il giudice Giovanni D’Urso venne rapito come Moro. E ci fu un replay dello scontro tra il “fronte della fermezza” e quello guidato dai socialisti, che volevano tentare la trattativa. Le BR chiedevano per liberarlo la pubblicazione dei loro comunicati. Craxi decise alla fine di pubblicarli attraverso l’Avanti!, così da dare l’esempio agli altri giornali. Mi autorizzò, scrissi un fondo intitolato “La carta non vale la vita umana”, lo diedi alle agenzie e pubblicai l’infame testo delle Brigate Rosse.

 

 

 Il Corriere della Sera (direttore e amministratore entrambi della P2,  come si apprese l’anno dopo con la pubblicazione dell’elenco degli iscritti alla loggia di Gelli) e La Repubblica guidavano con successo il fronte della fermezza tra i giornali. Montanelli scrisse praticamente in anticipo il necrologio del povero D’Urso con un fondo intitolato “Uomini e topi”. “Bisogna dire le cose come stanno -vi si leggeva- La decisione di respingere le richieste dei terroristi, anzi di non prenderle nemmeno in considerazione, significa quasi certamente la morte del giudice D’Urso. Ma è una decisione in tutto degna del protagonista, come abbiamo imparato a conoscerlo in questi giorni. Un uomo vero, tra tanti vermi e topi di fogna. Questo ci rende ancora più amara la sua sorte”.

La notizia che l’Avanti! stava pubblicando i comunicati delle BR arrivò come una bomba nel Parlamento in quel momento riunito.

Tutti i leader del centro sinistra (a cominciare da Spadolini, che era furibondo) mi telefonarono per chiedermi di fare marcia indietro, perché altrimenti il governo sarebbe caduto e, con l’appoggio dei media, il PCI avrebbe riottenuto il compromesso storico attraverso un Esecutivo “di salute pubblica” con tecnici e militari. Rispondevo a tutti che non potevo, perché ormai il giornale era chiuso. Era venerdì sera. Craxi era irraggiungibile perché in aereo, come tutte le settimane, per tornare nel week end in famiglia a Milano.

 

 

 

 

Quando fu informato, mi chiamò furibondo come Spadolini, ordinandomi di ritirare tutto. Proprio non potevo e a questo punto attaccò il telefono con commenti che preferisco non riportare. Non si fece più trovare da me e non mi parlò più. Il governo però non cadde. Dopo qualche giorno, le BR mi fecero trovare una lettera in cui il giudice D’Urso mi ringraziava per la pubblicazione, pregandomi di continuare a fare il possibile. “Qualora non dovessi più vedere mia moglie-concludeva-voglia essere lei, direttore, a dirle la mia gratitudine per quello che ha fatto”.

Infine, le BR comunicarono che lo avrebbero liberato. E così fu.

I giornalisti circondarono Craxi alla Camera per sollecitargli una dichiarazione. E lui rispose. “No. Chiedete al direttore dell’Avanti!”. Capii al volo che si sarebbe dimesso da direttore politico e mi avrebbe lasciato il posto. Ciò che accadde dopo pochi giorni. Non mi preannuncio però nulla e mai ritornò sull’argomento. L’episodio la dice lunga sul suo carattere.

Prima e dopo quello scontro, io avevo insistito sul fatto che le BR erano appoggiate da Mosca e che i loro programmi non erano affatto “deliranti”, come i media usavano definirli, bensì rigide applicazioni dell’ideologia cosiddetta “marxista leninista”. Pertini mi aveva dato ragione, sollevando un clamore che durò pochi giorni, perché a quei tempi, per i media, l’argomento era assolutamente tabù. Il direttore del  Corriere della Sera infatti, nel titolo di un suo un fondo, arrivò a definire i brigatisti “i nipotini di Goebbels”, mentre con tutta evidenza erano, come io stesso risposi il giorno dopo, “i nipotini di Stalin”.

Craxi non si lamentò mai dei miei approfondimenti sull’argomento, ma mai mi appoggiò apertamente, né mai disse su questi temi una parola. Mi domando ancora perché. Forse perché non voleva che la sua polemica contro i comunisti superasse una linea rossa. Al di là della quale sarebbe diventato impossibile costruire quella unità della sinistra che ha sempre perseguito. E forse anche perché puntava pur sempre a un dialogo e a una distensione con Mosca.

Tu che di recente hai pubblicato un bel libro con decine e decine di ritratti di personalità politiche ci puoi in poche righe descrivere nei suoi pregi e nei suoi difetti il Craxi leader di partito e il Craxi uomo di governo?

Craxi era un mix apparentemente contraddittorio di aggressività da una parte, di riservatezza e persino timidezza dall’altra. Era un uomo di partito e di governo che aveva coltivato come mito e modello Pietro Nenni (già amico anche di suo papà). Parlava, scriveva e persino si muoveva come lui. Certo era decisionista, ma da uomo di partito faceva qualcosa oggi impensabile. Riuniva la direzione più di una volta al mese, ascoltava pazientemente per una decina di ore tutti, magari faceva andare un piede per il nervoso quando le critiche erano troppo pesanti, ma le accettava e mediava. Curava i particolari. Prevedeva e contava il voto di ciascun dirigente nelle assemblee incerte. Scriveva tutto da sé, a mano, come Nenni. Sul retro dei fogli delle rassegne stampa, per non sprecare la carta: anche i discorsi che, se importanti, mai improvvisava. Poi li dava da battere a macchina alla sua segretaria (Enza a Milano e Serenella a Roma).

Come Nenni (o anche Mussolini, Togliatti e tutti i leader di una certa generazione), con fondi e corsivi, si dimostrava un ottimo giornalista. Aveva al tempo stesso passione e razionalità politica. Quando Nenni finì in minoranza dopo la scissione del 1969, che portò alla fuoriuscita dei socialdemocratici, la ragione gli diceva che era nel giusto Saragat, ma la passione e la lealtà lo portarono a restare nel PSI in minoranza, per non abbandonare “il vecchio” (così lo chiamava affettuosamente) che aveva deciso di restare. Nenni (come d’altronde Pertini) ripeteva infatti: “meglio aver torto nel partito che ragione fuori dal partito”.

Craxi diceva la verità, anche in modo crudo (inconsueto per la politica “dorotea” dei democristiani e ambiguamente togliattiana dei comunisti).

 “Si faccia quello che si deve-diceva Nenni-accada quello che può”. E anche Craxi andava dritto per la sua strada facendo quello che gli sembrava suo dovere fare. Soprattutto come uomo di governo però era straordinariamente pragmatico. Nenni diceva: “la politica è l’arte del possibile” e preferiva “la politica delle cose” alla ideologia. Craxi lo stesso.

A chi eccedeva in costruzioni ideologiche, ricordava l’antico detto “primum vivere, deinde philosophari”. Aveva una capacità di sintesi e di concretezza fuori dal comune, che gli rendeva facile governare.

A volte sembrava assente in modo persino scortese quando qualcuno parlava. Lo era perché aveva già capito dove l’interlocutore voleva arrivare e soltanto l’educazione lo portava a continuare l’ascolto.

Qual è la cosa meglio riuscita del governo Craxi?

Seguendo il principio prima ricordato (“si faccia quello che si deve, accada quello che può “) bloccò gli autonomismi della scala mobile e accettò il rischio, per lui mortale, del referendum. La vicenda è nota.

L’inflazione galoppava ben oltre le due cifre perché all’aumento dei prezzi seguiva automaticamente, grazie appunto alla scala mobile, quello delle retribuzioni. In una spirale senza fine. Nel 1984, Craxi trasformò in legge l’accordo raggiunto con CISL e UIL che la bloccava. Dopo un ostruzionismo parlamentare senza precedenti, Berlinguer organizzò una manifestazione oceanica di piazza e puntò tutto sul referendum, che si tenne l’anno successivo.

Era in gioco non soltanto il tema economico in sé, ma anche il principio non scritto cosiddetto “consociativo”, che dava ai comunisti e alla CGIL una sorta di diritto di veto sulle grandi scelte: quella sui missili prima ricordata e quella, appunto, sulla scala mobile.

Craxi aveva contro non soltanto il PCI, ma la Repubblica e una gran parte dei media. Silenziosamente, remavano contro anche la maggioranza Demitiana della DC e il resto della grande stampa, che non lo amava e che d’altronde ben teneva presente come lo sciagurato accordo con i sindacati istitutivo della scala mobile fosse stato sottoscritto dall’allora presidente della Confindustria Gianni Agnelli.

Ricordo il famoso filosofo e amico Lucio Colletti che la sera prima mi prevedeva la sicura sconfitta, perché-diceva-non si può essere così cretini da chiedere agli elettori un voto per essere pagati non di più, ma di meno. Invece, ci fu una clamorosa vittoria. L’inflazione, da quel momento al 1990, è scesa dal 17 al 4 per cento, il prodotto interno lordo (PIL) è salito del 21,4 per cento.

Ecco, la cosa meglio riuscita del governo Craxi è stata questa. Così come, in politica estera, l’iniziativa per la pace in Medio Oriente e per l’unità dell’Europa.

Per non parlare della installazione dei missili già ricordata, precedente il suo governo. Se dalle cose concrete passiamo alla politica in senso stretto, Craxi è riuscito a sconfiggere compromesso storico e consociativismo. Anche grazie alla contestazione dell’egemonia culturale comunista. Ricordo il saggio su Proudhon del 1978, che allora sembrò iconoclasta a Berlinguer e persino a la Repubblica, ma che diceva quanto oggi appare ovvio, ovvero che il socialismo non può avere nulla a che fare con Lenin.

E soprattutto ricordo che l’egemonia comunista raggiunse una intensità oggi inimmaginabile. Sulla prima pagina del Corriere della Sera (ovvero sul giornale che avrebbe dovuto rappresentare la borghesia) scriveva abitualmente Pier Paolo Pasolini, grande poeta, certo, ma farneticante nella sua narrazione pauperista, antimoderna e anticonsumista.

Sempre su quella prima pagina, il nostro scrittore più famoso nel mondo (Umberto Eco), osservava. “L’idea marxista della società si sta imponendo come un valore acquisito. Il fenomeno pone seri problemi a quel movimento operaio che ormai non è più solo operaio. Perché quando un sistema di valori viene accettato dal corpo sociale, al tempo stesso si diffonde e si depaupera. Mai come oggi quell’insieme di principi filosofici e di strategie politiche che va sotto il nome di marxismo è stato minacciato, oggi che viene accettato come valore diffuso e indiscutibile”. Umberto Eco insomma si preoccupava che, come oggi avviene per il cristianesimo, il consenso generale per il marxismo leninismo fosse soltanto a parole, ma non poi seguito dai fatti.

E quella non realizzata o rimasta incompiuta perché non ci fu più tempo o perché non era possibile?

Sempre sul piano strettamente politico, Craxi avrebbe voluto creare uno schieramento di sinistra socialdemocratico, alleandosi con un PCI (dopo il 1989 un ex PCI) rinnovato senza ambiguità. Non si riuscì perché mancò un presupposto sempre da lui sottolineato (un riequilibrio del peso elettorale di PSI e PCI, reso necessario dal fatto che una sinistra guidata dagli ex comunisti aveva ben poche probabilità di vincere le elezioni).

Mancò soprattutto il tempo. La caduta del Muro di Berlino avvenne nel novembre 1989. Il 1990-91 si perse sciaguratamente per la guerra in Iraq. Pochi oggi ricordano che improvvisamente e imprevedibilmente l’ex PCI (forse per un riflesso condizionato dovuto alla sua storia antioccidentale) si trovò dalla parte opposta rispetto ai partiti democratici e anche socialdemocratici di tutto il mondo. L’Italia, come la Francia guidata da Mitterrand e tutti i Paesi europei con governo a guida o partecipazione socialdemocratica, partecipò all’intervento contro Saddam Hussein che aveva occupato il Kuwait.

 

 

A differenza di quanto sarebbe accaduto con l’insensata guerra di Bush junior nel 2003, eravamo tutti d’accordo. Ma l’ex PCI italiano fece le barricate contro gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione Europea, isolandosi e ritornando ai tempi della guerra fredda. In politica, come nella vita, i tempi sono decisivi.

Si persero quasi due anni. Poi arrivò Mani Pulite e la finestra di opportunità per creare in Italia, come voleva Craxi, una grande forza socialdemocratica unita si chiuse per sempre.

É rimasto dunque incompiuto il disegno politico.

Quanto agli aspetti concreti, è rimasta incompiuta, insieme alla “grande riforma” prima ricordata, una riforma della giustizia, ancora oggi inutilmente richiesta, che riequilibrasse i rapporti tra magistratura e politica.

Non Craxi, ma prima di lui Nenni, denunciò che la politicizzazione della magistratura era andato fuori controllo. Proprio Nenni aveva voluto la sua assoluta indipendenza e, in vista del centro sinistra, per questo aveva preteso la piena applicazione della Costituzione, con l’effettiva creazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), avvenuta soltanto nel 1959. Ma quasi subito, si accorse di quanto oggi viene contestato clamorosamente (ma ancora inutilmente).

Nel 1964, scrisse. “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e, a volte, irresponsabile. C’è da battere le mani se finalmente qualcuno affronta la mafia del malcostume. Ma c’è anche da chiedersi chi controlla i controllori”.

E nel 1974 aggiunse: “L’abbiamo voluta indipendente e ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più, è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti”.

 Craxi non fece altro che continuare su una strada già tracciata. Lo fece con l’aiuto del ministro della Giustizia Vassalli: un eroe della Resistenza, il più autorevole giurista del tempo. Fu Vassalli nel 1988 a varare la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, resa possibile dal referendum del 1987, voluto soprattutto dai socialisti anche sull’onda dello scandalo per il caso Tortora. Referendum che raggiunse l’80,21 per cento dei “si” con una partecipazione alle urne del 65,11 per cento. Ma che non ebbe risultati concreti perché i magistrati trovarono presto in modo di aggirare nella sua applicazione pratica la legge Vassalli.

Certo, il PSI non si fece amici tra le correnti politicizzate del CSM e pochi anni dopo, con Mani Pulite, se ne sono viste le conseguenze. La riforma della giustizia dunque, per decenni perseguita non solo da Craxi, ma da Nenni, è rimasta una grande incompiuta.

Incompiuto è rimasto anche il tentativo di modernizzare l’economia del Paese.

Perché i risultati degli anni ‘80 prima ricordati sono stati straordinari, ma caduchi. Dagli anni ‘90 in poi infatti, con la cancellazione non soltanto dei socialisti, ma anche della prima Repubblica, è iniziato un declino catastrofico. Ancora oggi in atto. Il politologo americano Noam Chomsky ha reso famosa una immagine che spiega bene l’accaduto. Se getti una rana in una pentola di acqua bollente, si scotta, con un balzo scappa e si salva. Ma se la metti nell’acqua fredda e la scaldi a poco a poco, la rana si abitua alla crescita della temperatura, quando l’acqua diventa bollente non ha più la forza per saltare fuori e muore. Gli italiani hanno subito un deterioramento delle condizioni del Paese lento.

Non conoscono ovviamente le cifre e non si rendono perciò conto dell’enormità dell’accaduto, anche se avvertono il malessere e hanno conseguentemente scatti di protesta furiosi. Che si manifestano con un voto populista spesso apparentemente irrazionale. Le cifre (non conosciute appunto e malvolentieri diffuse dai media) sono devastanti.

Nel 1990, producevamo sostanzialmente la stessa ricchezza di Francia o Gran Bretagna. Ma dopo un “trentennio perduto”, prima del Covid, eravamo indietro del 35 per cento rispetto alla Francia e del 40 rispetto alla Gran Bretagna. Perché abbiamo quasi sempre avuto un tasso di sviluppo vicino allo zero. E ancora oggi la situazione non è cambiata.

Certo la distruzione della prima Repubblica, con il conseguente ridimensionamento della politica e la distruzione dei partiti, ha pesato. Ma sarebbe riduttivo e ingeneroso accusare la classe politica, pur giunta a livelli imbarazzanti.

C’è purtroppo molto di più e di peggio. Siamo un Paese di vecchi (tra i più vecchi del mondo). I giovani sono pochi, troppo spesso vanno all’estero. E quei pochi (è impopolare dirlo) sono tra i meno istruiti del mondo sviluppato. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, siamo infatti per numero dei laureati intorno al penultimo posto (di poco sopra il Messico) tra i 57 paesi dell’OCSE: con il 28 per cento contro una media europea del 41 (per non parlare del 60 e 70 per cento rispettivamente di Canada e Corea del Sud). E per non parlare dell’eccesso (ad esempio) di laureati in giurisprudenza rispetto a quelli in ingegneria. Cosa si deve dire di più? Un Paese di vecchi con i giovani poco istruiti non va lontano.

Purtroppo qui la “cosa incompiuta” non riguarda Craxi, ma l’Italia. Che non solo trova incompiuta la sua modernizzazione, ma scivola sempre più indietro nella gerarchia dei Paesi avanzati. Mentre la classe dirigente politica si occupa dei sondaggi (e delle polemiche) della settimana.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

 

 

 

 

 

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