Ucraina, Clini: Meno carbone, più rinnovabili. Investire su gas e nucleare

Per il già Ministro dell'ambiente fondamentale investire sulle rinnovabili e sull'estrazione di gas naturale in Italia

Estrarre gas naturale “come già fanno Croazia e altri Paesi che affacciano sull’Adriatico”. Per il Prof. Corrado Clini, già ministro dell’Ambiente, la crisi energetica determinata dalla guerra in Ucraina si può risolvere partendo dal nostro territorio. Ma non basta. Bisogna investire sulle rinnovabili, che però soffrono di lunghe “procedure amministrative di autorizzazione”. Nel frattempo, però, la minaccia che il gas russo non arrivi più in Europa incombe.

Prof. Clini, c’è il rischio che Putin interrompa le forniture di gas all’Europa?

Ciò che sta succedendo non consente previsioni. L’errore che abbiamo fatto e che potremmo continuare a fare è pensare che nulla cambi e che possiamo proseguire come prima. Siamo obbligati a cambiare, se vogliamo avere la sicurezza energetica. Ci sono poi problemi ambientali enormi. Sono passati tre mesi dalla COP26 di Glasgow e sembrava di essere sull’orlo dell’abisso. La situazione non è cambiata. Anzi: è peggiorata. Non possiamo pensare di “pompare” carbone. Servono più rinnovabili, più energia nucleare. Chi ce l’ha in Europa è bene che se la tenga, speriamo che la Germania non continui a chiudere le centrali, perché altrimenti deve aumentare la produzione di carbone. E questo vuol dire l’aumento dell’emissione di anidride carbonica. 

Il ministro della Transizione Energetica, Roberto Cingolani, ha affermato che per ridurre significativamente la dipendenza dal gas russo “bisognerà attendere almeno due anni”. Quanto incidono le scelte dei governi precedenti?

Stiamo pagando il prezzo di una politica che da lunghi anni ha gestito i temi energetici come se fossero un problema che viene risolto all’estero. 

Come può l’Italia ridurre il fabbisogno energetico dalla Russia?

Quando ero ministro 10 anni fa avevo approvato un programma di esplorazioni nell’Adriatico che fu però respinto, con un’opposizione trasversale. Pur essendo dipendente, l’Italia ha rinunciato a usare il gas che ha sotto i piedi. Noi abbiamo rifiutato questo importante contributo che potrebbe coprire circa il 20% della domanda italiana di gas. 

Come si possono diversificare le fonti di gas?

Per diversificare e ridurre la dipendenza dall’approvvigionamento russo, bisogna puntare innanzitutto sull’aumento del gas proveniente dall’Azerbaijan attraverso il TAP, osteggiato per tre-quattro anni, e naturalmente anche da Algeria, Norvegia e Libia.

Le energie rinnovabili in che misura possono risolvere il problema cronico degli approvvigionamenti in Italia?

Oggi il 40% dell’elettricità è prodotta con fonti rinnovabili. Siccome sono intermittenti, ci sono due cose da fare: rafforzare la capacità di accumulo dell’elettricità e poi, per coprire l’intermittenza, ci vuole elettricità prodotta da un’altra fonte. Finora l’Italia ha utilizzato principalmente il gas naturale, che è il supporto necessario alle rinnovabili. Con la riduzione noi abbiamo una diminuzione della capacità di energia elettrica. C’è il rischio di blackout.

Il processo per aumentare le rinnovabili non rischia di essere troppo lungo?

Lo è dal punto di vista delle procedure, ma non tecnico. Perché gli impianti si mettono su in tempi anche molto brevi. Il nodo non è nella fattibilità tecnica, ma nelle procedure amministrative di autorizzazione. L’altro nodo che va affrontato e risolto riguarda la rete elettrica. Per fare in modo che l’energia prodotta dalle rinnovabili possa poi contribuire alla sicurezza energetica nazionale c’è bisogno che la rete elettrica sia in grado di trasmetterla. Ma c’è un deficit della rete elettrica, che però può essere eliminato: basta decidere e operare. 

Un altro deficit che l’Italia ha rispetto ad altri Paesi europei è quello dell’energia nucleare. È il momento di riconsiderare la scelta anti nucleare che gli italiani fecero nel referendum del 1987?

La politica italiana sul nucleare è stata sbagliata. Fino agli anni Sessanta, l’Italia è stata uno dei Paesi con le competenze più avanzate per l’uso civile dell’energia nucleare e con strutture di altissimo livello. Ma poi abbiamo iniziato a costruire “l’Italia del no”. Prima con il nucleare, poi con gli inceneritori e infine con le rinnovabili. Decisioni che hanno condizionato lo sviluppo del nostro Paese. Ora è il tempo di fare. Realizziamo gli impianti e le infrastrutture che servono. La crisi in Ucraina, da questo punto di vista, può aiutare l’Italia

 

Alessandro Rosi – Giornalista

 

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