Speciale Iran. Trump e Teheran, una settimana dopo

A sette giorni dall’avvio dell’offensiva aerea congiunta USA-Israele contro l’Iran, il bilancio è impietoso: le operazioni Epic Fury e Roaring Lion si scontrano con la dura realtà che Clausewitz aveva già chiarito secoli fa — la guerra è strumento della politica, non suo sostituto. L’analisi di Gregory Alegi, professore di storia e politica USA, Luiss

Sette giorni dietro le spalle, quattro settimane davanti, nessun segno di cedimento da parte iraniana. È questo il bilancio dell’offensiva aerea lanciata da USA e Israele contro l’Iran degli ayatollah. Se lo scopo era quello di neutralizzare il potenziale militare iraniano, i continui lanci di missili e droni contro i paesi del Golfo Persico indicano che ciò sta avvenendo con estrema lentezza. Se lo scopo era quello di spaccare il regime o indurre il popolo a sollevarsi contro di esso, la rivolta sembra rinviata a data da destinarsi. Se lo scopo era la ricerca di un successo facile a fini di consenso interno in USA, i midterm si avvicinano e la vittoria si allontana,

La storia si incaricherà di ricostruire, con i tempi lunghi che le competono, la genesi dell’operazione Epic Fury (“Furia Epica”, nel senso di una tempesta mai vista) e del suo rapporto con la corrispondente Roaring Lion (”Leone ruggente”) israeliana. Si scopriranno le valutazioni dell’intelligence, i dubbi e le certezze, le raccomandazioni dei militari e le decisioni dei politici. Senza questi elementi, per ora è necessario fermarsi ai fatti noti.

Il punto di partenza sono i pessimi rapporti fra i tre paesi, sintetizzati dal timore diffuso per il programma nucleare iraniano e dal sostegno per le tre H dell’islamismo combattente (Hamas, Hezbollah, Houthi), tutti strumenti della strategia di egemonia iraniana per un’egemonia regionale. Di qui all’altrettanto diffuso desiderio di indurre l’Iran a più miti consigli, il passo è breve, soprattutto con il ritorno alla Casa Bianca di quel Donald Trump che nel primo mandato aveva fatto saltare l’accordo JCPOA sul nucleare trattato dal suo predecessore Barack Obama.

Purtroppo per Trump, l’idea di «Fare la guerra grossa e breve», come diceva Machiavelli, è più un’aspirazione che una possibilità reale. Un conto è rapire il presidente del Venezuela, peraltro lasciando in piedi il suo regime; un altro è vincere una guerra contro un paese che vi si prepara da anni. Così, nonostante gli F-35 abbiano dimostrato per l’ennesima volta di poter penetrare le difese aeree di concezione russa come fossero burro, la distruzione delle delle rampe di lancio, dei depositi missilistici e dei centri di comando e controllo sembra procedere a rilento.

Non bisogna provare particolare simpatia per la teocrazia iraniana per constatare come il tempo giochi a suo favore. Nel giugno 2025, la guerra dei dodici giorni si fermò senza aver ottenuto risultati decisivi contro il nucleare iraniano. Lo conferma proprio la ripresa degli attacchi a soli otto mesi di distanza, inizialmente con la stessa motivazione. Si è poi passati al cambio di regime, nel quale Trump è giunto a dire di voler essere lui a scegliere il successore di Ali Khamenei. Altro cambiamento si è registrato nella condotta della guerra. La forte identità e orgoglio nazionali, uniti senza dubbio a una buona dose di paura per una eventuale repressione, hanno fatto resistere l’Iran ai bombardamenti aerei ben oltre le aspettative. Così si è passati prima a portare la guerra sul mare, con il siluramento della corvetta iraniana nell’Oceano Indiano, e poi a supplicare i curdi di lanciare un attacco di terra.

L’idea in sé non è male: riprende l’aspetto più incredibile dell’attacco Usa all’Afghanistan dopo l’11 settembre 2001. In quella occasione, un pugno di uomini delle forze speciali indusse le tribù del nord a schierarsi contro i talebani, facendone crollare il regime senza boots on the ground statunitensi. In pratica, in Afghanistan l’arruolamento delle tribù era un pilastro dell’offensiva fin dalla sua concezione. In Iran, gli appelli alla rivolta popolare e ai curdi sembrano il tentativo clamoroso di prendere al volo l’autobus perso clamorosamente al capolinea. (La frase non è mia, ma di Patton, che la coniò per esprimere il proprio scetticismo verso Montgomery).

Così, la prima settimana della quarta guerra del Golfo si chiude con la conferma del primo e più importante insegnamento di von Clausewitz: la guerra è solo uno strumento al servizio della politica. Senza obbiettivi politici chiari e realizzabili, non è possibile per la guerra produrli in modo indipendente. Quanto abbia pesato la disperata ricerca di successi mediatici di Trump lo scopriremo solo più avanti nel tempo. Per ora possiamo solo congratularci con la saggezza del Comitato Nobel Norvegese nel non concedergli l’agognato Nobel per la pace.

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