A poco più di una settimana dall’attacco lanciato dagli Stati Uniti e da Israele contro la leadership in Iran, si inizia a misurare la portata delle conseguenze di un’ennesima crisi internazionale il cui avvio, a guardar bene, va fatto risalire a quel tragico 7 ottobre 2023, quando Hamas scatenò l’operazione Diluvio Al-Aqsa. 1.200 israeliani uccisi, tra popolazione civile e militari delle IDF, 250 ostaggi rapiti e soprattutto la reazione del governo Netanyahu che, in due anni di incessanti bombardamenti sulla Striscia di Gaza ha inferto un colpo letale a tutte le milizie della galassia sciita filo-iraniana operanti sotto la regia degli ayatollah.
Ma veniamo a questi giorni. L’attacco del 28 febbraio ha sicuramente colto di sorpresa tutte le cancellerie del mondo, con migliaia di turisti in vacanza nei Paesi del Golfo Persico, indirettamente coinvolti dalla immediata risposta militare iraniana e tuttora alle prese con problematiche operazioni di rientro verso i rispettivi luoghi di provenienza. Cancellerie tenute all’oscuro dell’attacco aereo su Teheran, che hanno reagito con stupore e preoccupazione. Ma Israele e Stati Uniti avevano un obiettivo considerato centrale: neutralizzare il vertice politico-militare iraniano per aprire la strada a un cambio di regime.
Un piano studiato a lungo e portato a termine attraverso una paziente, precisa e brillante operazione HUMINT (human intelligence), grazie a una capillare ed efficiente rete di agenti infiltrati del Mossad e sostenuta da un sofisticato supporto tecnologico di intelligence militare americana. La segretezza assoluta era fondamentale, cosicché si è deciso di agire senza condividere informazioni nemmeno all’interno delle rispettive strutture governative.
Le domande che ora ci poniamo sono molteplici. La prima: è plausibile ritenere che attacchi aerei e missilistici protratti per quattro o cinque settimane – secondo l’annuncio del tycoon – possano portare a un cambio di regime? Sul piano tecnico-militare, la risposta è negativa. La supremazia aerea, focus della dottrina Douhet (Giulio Douhet, generale italiano del primo Novecento che, primo al mondo, teorizzò l’impiego dell’aviazione come elemento decisivo nella condotta di un conflitto), da sola non può essere risolutiva. È necessaria la conquista territoriale, the boot on the ground. Per questa ragione, il presidente americano, Donald Trump, non ha teoricamente escluso il ricorso all’impiego di forze terrestri, salutando con favore l’eventuale penetrazione in territorio iraniano da parte delle milizie curde nel nord-ovest del Paese.
Prospettive al momento entrambe da escludere. Un’invasione terrestre da parte statunitense finirebbe per compattare il popolo iraniano attorno alle proprie istituzioni e aprirebbe a una sorta di vietnamizzazione del conflitto a danno degli americani, accentuando il livello di instabilità regionale. Non vi sarebbe una concreta prospettiva di successo, peraltro, in un passaggio politico assai delicato per Washington, alle prese con l’avvio della campagna per le elezioni di mezzo termine, previste per il prossimo novembre.
Quanto ai curdi, la prospettiva di una loro discesa in campo appare al momento remota. Sebbene resti forte l’anelito per la creazione di una propria patria in un territorio attualmente ripartito tra Siria, Iran, Turchia e Irak, è ancora aperta la ferita per l’abbandono delle forze curde siriane (SDF), poco più di un anno fa, a opera degli USA, patito per la decisa apertura di Washington a favore del nuovo regime di Damasco, di Ahmed Al-Shaara, e di un riavvicinamento alla Turchia di Recep Erdogan, nonostante il fondamentale contributo offerto per la vittoriosa campagna militare contro lo Stato Islamico (ISIS).
E poi, occorre fare i conti con l’Iran. Da tempo minacciava di provocare una guerra totale, qualora fosse stato attaccato. Il blitz israelo-americano ha scatenato una reazione mirata ad allargare il conflitto nel modo più ampio possibile, a partire da Israele e mettendo subito nel mirino le monarchie del Golfo, ad eccezione (per ora) dell’amico Oman. Ma droni sono caduti anche in Azerbaijan e su Cipro, benché, in tal caso, provenienti dalle basi filo-iraniane degli hezbollah libanesi.
D’altronde, l’Iran non è uno Stato qualsiasi. È il terzo paese al mondo più ricco di petrolio, dopo Venezuela e Arabia Saudita, ma con un’economia prossima al default a causa delle sanzioni occidentali imposte da decenni al regime degli ayatollah. Nel 2025, il tasso d’inflazione ufficiale è stato fissato al 53%. Aspetti, quelli economici, che sommati alla negazione dei fondamentali diritti, umani e civili, hanno portato decine di migliaia di cittadini nelle strade già sul finire dello scorso anno, con manifestazioni represse nel sangue da parte della polizia religiosa basiji.
Si è aperta la successione di Ali Khamenei e proprio in queste ore l’Assemblea degli Esperti avrebbe designato il figlio, Mojtaba, quale nuova Guida Suprema. Un profilo su cui pesano molti interrogativi con l’acceso confronto tra i Guardiani della Rivoluzione (pro) e il clero sciita (contro). Donald Trump ha annunciato che intende scegliere egli stesso il candidato, come già fatto in Venezuela, dopo l’arresto di Nicolas Maduro.
Ma l’Iran è tutt’altro Paese. Grande quanto cinque volte l’Italia, ha una popolazione di 92 milioni di abitanti, la cui stragrande maggioranza è composta da persiani: un popolo compatto, con una grande civiltà alle spalle e con forte senso di appartenenza nazionale. Difficile che si faccia imporre un leader dall’esterno. Così, il conflitto va avanti soprattutto per la ferrea determinazione del governo Netanyahu, considerato il grande ispiratore della campagna contro Teheran. Grazie all’apporto delle forze militari USA, ha per la prima volta nella sua storia la possibilità di chiudere definitivamente la partita per la leadership regionale.
Ma qual è l’end state per Gerusalemme? L’ambizione più alta è quella di giungere a una sorta di balcanizzazione del territorio iraniano, ripartito tra le varie etnie presenti, curde, armene, arabe, persiane, turcomanne e beluci, e smantellare definitivamente il programma nucleare degli ayatollah. Da escludere che ciò possa accadere con una campagna di bombardamenti di qualche settimana.
Dal canto loro, le monarchie del Golfo, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar e Kuwait, che ospitano basi militari americane, sono state le vittime sacrificali della reazione iraniana, che ha iniziato a colpire anche obiettivi civili. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa oltre un quinto del petrolio e il 30% del gas commercializzati nel mondo, è di fatto chiuso alla navigazione. Conseguenze subito riverberate sul mercato dell’energia e sulle borse mondiali. Un danno globale che non ha colpito solo l’Occidente, con l’Italia in particolare che importa dal Golfo il 15% del fabbisogno di gas naturale e il 12% di greggio.
Più problematica la situazione di altri paesi, soprattutto asiatici. Il Giappone importa dalla regione il 75% del proprio fabbisogno di petrolio. L’India, il 50% e ha chiesto agli Stati Uniti una deroga agli accordi in atto per continuare a ricevere, crisi durante, idrocarburi dalla Russia senza incappare in nuovi dazi americani. Sabato scorso, i pasdaran hanno annunciato la riapertura al traffico marittimo dello Stretto di Hormuz, ad eccezione delle navi israeliane e americane. Staremo a vedere.
Una nota assai positiva sta nel fatto che non vi sia stata un’apprezzabile reazione militare da parte dei Paesi battuti dai missili iraniani, Azerbaijan, Cipro e Turchia compresi. Si tratta di un importante contributo alla descalation. Russia e Cina, grandi alleati degli ayatollah, operano quasi sottotraccia. Entrambe fornirebbero supporto di intelligence alle forze armate di Teheran, sebbene con un diverso approccio alla crisi mediorientale. La Russia, che ha condannato aspramente l’attacco israelo-americano, fornisce all’Iran aiuti per lo sviluppo del programma nucleare e, con elevata probabilità, per l’allestimento dell’arsenale di missili balistici. In cambio, riceve sostegno militare con la fornitura dei micidiali droni kamikaze Shahed, utilizzati nella guerra russo-ucraina.
La Cina si trova in una posizione differente. Da alleata e amica dell’Iran, ha espresso (solo) “preoccupazione” per l’attacco a Teheran e ha (addirittura) “condannato” la violenta reazione iraniana contro i Paesi del Golfo. La guerra in Medioriente sta provocando un vero terremoto energetico e finanziario anche in Asia e per la Cina, in particolare. Le monarchie del Golfo avevano assicurato sinora il 50% annuo delle forniture di petrolio a Pechino, mentre Iran e Venezuela avevano fornito un ulteriore 17%. È evidente l’insostenibilità di tale situazione, qualora la crisi si protraesse oltremodo. Anche i commerci ne risentirebbero pesantemente, con la Via della seta (BRI – Belt and Road Initiative) irreparabilmente compromessa. Il governo di Xi Jinping dovrebbe aprire alle forniture di greggio russo che, in una situazione di mercato, potrebbe vendere a un prezzo non più calmierato. Lo scorso 5 marzo, in occasione dell’apertura della quarta sessione della XVI Assemblea Popolare Nazionale cinese, il premier Li Quiang ha annunciato che, per il 2026, è attesa una crescita dell’economia del 4,5%, il livello più basso per l’era Xi (ad eccezione del 2020, anno del COVID-19), con un aumento delle spese militari del 7% rispetto al 2025. Quest’ultimo dato lascia presagire lo sforzo che la Cina sta compiendo per prepararsi militarmente al suo grande appuntamento con la Storia: l’ambita annessione di Taiwan. Una nuova crisi di cui potremmo dover parlare molto presto. In definitiva, il dragone, che ha tanto lavorato per la stabilità in Medioriente – favorendo a inizio 2023 la riapertura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita –, si vede ora scalzare dagli USA come potenza regolatrice e stabilizzatrice della regione.
Ma veniamo finalmente all’Europa e all’Italia, in particolare. Purtroppo, ancora una volta, il vecchio continente tarda a trovare una posizione politica comune. Di fronte a un attacco condotto su Cipro, Paese membro dell’Unione europea, il coro delle reazioni politiche è risultato distonico. La Spagna, per voce del premier Pedro Sanchez, si è dichiarata contro la guerra all’Iran, provocando la stizzita reazione del POTUS (President Of The United States), nonostante l’invio di una fregata a difesa dell’isola. Germania, Francia e Regno Unito si sono dichiarate pronte ad attuare azioni difensive. L’Italia, in stretto coordinamento con loro, ha espresso estraneità alla guerra, la volontà a non prendervi parte e il proposito di promuovere una descalation del conflitto. A Bruxelles, mentre l’Alto Rappresentante per la Difesa e la politica estera, Kaja Kallas, tace, la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha addirittura invocato un cambio di regime a Teheran. Una competenza di giudizio che non le appartiene e che ha attirato più di una critica, rinviando a oggi, a ben dieci giorni dall’inizio della crisi e dopo che un Paese membro è stato attaccato, i primi dibattiti sulla materia. Un’ennesima occasione perduta per un cambio di passo, resa ancor più evidente dall’assenza di una vera iniziativa militare targata UE. Le unità navali inviate a Cipro (la fregata Martinengo, per l’Italia) daranno infatti vita a una missione coordinata tra Francia (è in afflusso la portaerei Charles De Gaulle), Italia, Spagna e Olanda. Una (non) risposta da parte dell’Unione davvero sterile.
L’Europa si trova oggi ad affrontare due pressanti emergenze: il terrorismo jihadista e l’aumento esponenziale dei costi dell’energia. Per quanto concerne il primo aspetto, l’attenzione è ai massimi livelli. Il nostro Paese dispone di un sistema di controlli e di sicurezza che ha pochi eguali al mondo. Come cittadini italiani, dobbiamo per questo essere confidenti, ma anche consapevoli che la minaccia esiste e si può manifestare in qualsiasi momento. Sta anche a tutti noi adeguare alla circostanza i comportamenti che devono essere improntati alla massima prudenza. In merito al tema energetico, non esistono rischi di approvvigionamento. Le scorte nazionali e l’arrivo della stagione più mite incidono favorevolmente sui consumi. Resta il problema dei costi e quello delle speculazioni, aspetti di precipua responsabilità del governo.
In definitiva, deve considerarsi prossima una resa dei conti per la crisi mediorientale? Donald Trump non intende impantanarsi in un conflitto di lunga durata. È quindi probabile che le ostilità cessino entro il prossimo aprile. D’altro canto, l’economia mondiale non può permettersi il lusso di una perdurante chiusura dello Stretto di Hormuz. Le monarchie del Golfo dovrebbero avere la forza e la saldezza di resistere agli attacchi iraniani senza reagire, per non contribuire all’escalation dello scontro. Israele ha l’occasione di chiudere definitivamente i conti con hezbollah, unica milizia che è riuscita sinora a resistergli in qualche modo. L’Iran, dal canto suo, rinnoverà la leadership delle proprie istituzioni, ma è improbabile che si pervenga spontaneamente a un regime change. Per la sua attuazione, è necessaria una frattura all’interno delle istituzioni. Ad esempio, non filtrano notizie sulla lealtà delle forze armate. Che sia questa una chiave di volta per un reale cambiamento?
Nell’imminenza, sono attesi due appuntamenti internazionali fondamentali. Il primo è il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Si parlerà sicuramente di sicurezza europea, di Ucraina, di Medioriente e di economia. Una risposta alla crisi energetica potrebbe giungere proprio dall’apertura di un credito a favore dei governi e delle industrie del vecchio continente attraverso la sospensione dei vincoli imposti alle nostre economie dalle norme europee, prima fra tutte, quella relativa al patto di stabilità che obbliga al rispetto della soglia massima del 3% di PIL di deficit su base annua. Ciò consentirebbe ai singoli governi di intervenire con flessibilità sugli aumenti dei costi “in bolletta”. Una misura sospensiva che fu adottata anche in epoca COVID-19, sino al ripristino della norma corrente avvenuto nel 2024.
L’altro grande evento è l’incontro ufficiale a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto dal 31 marzo al 2 aprile prossimo. Sarà inevitabile parlare di dazi, ma soprattutto di Medioriente e di Taiwan. Un meeting che potrebbe rappresentare un vero turning point per la stabilità e per gli equilibri del mondo in vista dei prossimi due-tre anni. Speriamo bene!




