Il missile dell’Iran intercettato in volo verso la Turchia segna un punto di allargamento della crisi: il conflitto mediorientale non si consuma più soltanto dentro i suoi confini tradizionali, ma arriva a toccare direttamente un Paese Nato.
Nel frattempo, a Teheran, alla pressione esterna si somma quella interna: la morte di Ali Khamenei ha aperto un vuoto di vertice, ma il possibile ruolo del figlio Mojtaba lascia intravedere non tanto una rottura quanto una possibile continuità dell’assetto di potere.
È dentro questo doppio binario che si inserisce la lettura di Paolo Alli, già presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato e oggi segretario generale della Fondazione De Gasperi. Per Alli, il punto non è soltanto ciò che accade, ma ciò che manca all’orizzonte: “Senza un progetto per ciò che viene dopo – e qui, sinceramente, non mi pare ci sia – si rischia di abbattere l’esistente senza una vera alternativa”. Una considerazione che pesa tanto sul futuro dell’Iran quanto sulla fragilità degli equilibri regionali.
C’è poi, nella sua analisi, un altro elemento decisivo: il metodo con cui questa escalation si è prodotta. “Questa è stata un’operazione decisa da due leader politici che non hanno avvisato nessuno”, osserva, ricordando che a non essere informata non è stata soltanto l’Europa, ma neppure una serie di attori direttamente toccati dalle conseguenze strategiche e commerciali della crisi. E, ancora, c’è la leva del consenso, che secondo Alli continua a muovere la geopolitica più di quanto si ammetta: «Il tentativo di recuperare il consenso dell’opinione pubblica è la molla che ormai sempre più spesso sta dietro alla geopolitica e ai posizionamenti internazionali.
Nel fine settimana appena trascorso si è consumata una nuova e gravissima escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran. Da dove bisogna partire, oggi, per capire la portata reale di questa situazione?
C’è una dinamica che, secondo me, è fondamentale ed è legata alla situazione dei leader politici che hanno deciso di lanciare questo attacco: la crisi di consenso di Benjamin Netanyahu e Donald Trump, che li ha spinti ad accelerare un’operazione che sicuramente era pronta da tempo, decidendo di fare questo intervento. È chiaro che il tentativo di recuperare il consenso dell’opinione pubblica è la molla che ormai sempre più spesso sta dietro alla geopolitica e ai posizionamenti internazionali. Al di là di tante altre considerazioni, credo che questo sia il fatto scatenante. Sintetizzerei questi ultimi avvenimenti con una formula molto secca: consenso alto, leader pacifista. Consenso basso, leader guerrafondaio. È, purtroppo, un film a cui stiamo assistendo già da tempo.
C’è poi un secondo elemento da considerare per capire bene le dinamiche e gli sviluppi successivi: la complessa articolazione del mondo islamico tra sciiti e sunniti. Sullo sfondo di tutti i conflitti e di tutte le guerre del Medio Oriente c’è la contrapposizione storica, secolare, tra queste due componenti dell’Islam. In buona sostanza, gli sciiti, che controllano l’Iran e la maggioranza dell’Iraq, hanno propaggini importanti in Libano con gli Hezbollah e nello Yemen con gli Houthi, e cercano di accerchiare il cuore del sunnismo, che è l’Arabia Saudita.
In questo momento, quindi, all’Arabia Saudita, paradossalmente, va bene perfino la posizione di Israele, che è sempre stato storicamente il nemico numero uno dell’Islam, perché “il nemico del mio nemico è il mio amico”. Passano così in secondo piano gli elementi di rivalità con Israele per cercare di assestare un colpo allo sciismo rappresentato dagli ayatollah. Sono questi, a mio avviso, i due fattori che ci aiutano a capire quanto è accaduto e, probabilmente, anche gli sviluppi futuri.
La rivoluzione del 1979 portò al potere gli ayatollah e, in 47 anni, il regime si è stratificato a tutti i livelli della società dell’Iran. Tutti i gangli del Paese sono controllati dai Guardiani della Rivoluzione. Appare estremamente complicato scardinarlo. È così?
Credo sia impensabile sostituire, nel breve periodo, il regime che controlla l’Iran, proprio perché è radicato profondamente. Tra l’altro l’Iran non è la Libia di Muammar Gheddafi, non è neanche l’Afghanistan dei talebani: è una realtà di cento milioni di persone, con una grande tradizione storica, la vecchia Persia, e con ricchezze naturali infinite. Il governo di un Paese così complesso si è inevitabilmente molto strutturato. Abbattere un pezzo del regime, magari simbolicamente i capi storici, non garantisce automaticamente la fine del regime stesso. Anzi, non dimentichiamo che anche in Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro, Trump ha compiuto una grande mossa di visibilità, ma senza cambiare davvero gli equilibri di potere.
Lo dico perché finché in Iran non ci sarà un vero spazio per le giovani generazioni – e non è una cosa che si costruisce in breve tempo – difficilmente si potrà contare su una reale alternativa di rinnovamento. Ed è questo che mi preoccupa molto, perché assomiglia, mutatis mutandis, alla parabola dell’Afghanistan. Per vent’anni abbiamo cercato di cambiare quel Paese: abbiamo costruito strade, scuole, portato a studiare nove milioni di ragazzi – prima erano novecentomila – e aperto l’istruzione anche alle ragazze. Poi, al momento del ritiro, i talebani hanno ripreso il controllo e tutto è tornato indietro di vent’anni. Ecco perché bisogna stare molto attenti: senza un progetto per ciò che viene dopo – e qui, sinceramente, non mi pare ci sia – si rischia di abbattere l’esistente senza una vera alternativa.
Di fronte a un’evoluzione così rapida, quanto spazio resta ancora alla diplomazia? E quanto, invece, il rischio è che prevalga ormai una logica di reazione a catena?
La diplomazia, oggi, mi sembra abbastanza in secondo piano. Il regime di Teheran era ed è talmente mal visto in tutto il mondo democratico che sostanzialmente nessuno si lamenta o piange per la fine di Khamenei, auspicando un futuro migliore. In realtà, secondo me, lo spazio per la diplomazia in questo momento è molto limitato, perché la postura muscolare degli attori in campo – Trump da una parte e la risposta violenta, anzi forse inaspettata anche nelle dimensioni, di Teheran dall’altra – lascia poco spazio alle discussioni.
C’è da sperare che la situazione si ricomponga in tempi rapidi, perché, se dovesse degenerare, sarebbe ancora più grave della guerra in Ucraina. Anche dal punto di vista geografico, l’Iran non è un teatro in cui si possa pensare con leggerezza a un intervento di terra. Trump dice di non escluderlo, ma basta guardare una carta per capire che ci troviamo in una situazione del tutto diversa.
E poi non dimentichiamo la Turchia, membro della Nato e quindi alleato degli Stati Uniti, che ha espresso critiche pesanti all’attacco. La Turchia confina con l’Iran. Per anni è stata un baluardo contro i rischi che provenivano da quell’area. Dobbiamo quindi fare i conti anche con Recep Erdogan e con le sue reazioni, oltre che con Putin, Xi Jinping, la Cina. Io credo che un attore come la Turchia avrà una voce determinante.
In queste ore si torna a discutere del ruolo dell’Europa. Davanti a una crisi che tocca nuovamente sicurezza, energia e stabilità, quale dovrebbe essere la postura europea?
Leggo articoli di autorevoli opinionisti e giornalisti che ripetono, come sempre, che l’Europa non conta niente, ma non sono d’accordo. Credo semplicemente che questa sia stata un’operazione decisa da due leader politici che non hanno avvisato nessuno. Non soltanto l’Europa: non hanno avvisato neanche la Turchia, che è comunque un alleato né il Giappone né la Corea del Sud né l’Australia: tutti soggetti oggi influenzati anche dal blocco degli scambi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz.
Se ci fosse stata una volontà di condividere quest’operazione da parte di Trump e Netanyahu, non sarebbe stata soltanto l’Europa a dover essere informata, ma anche molti altri interlocutori, a partire dalla Nato. Non dimentichiamo che la Nato fu invocata dopo l’11 settembre e che fu l’unica volta in cui, nella sua storia, applicò l’articolo 5 del Trattato di Washington, quello della difesa collettiva, dando origine alla guerra in Afghanistan.
Poi quella guerra finì per volontà di Trump e fu completata da Joe Biden con un accordo con i talebani, ancora una volta senza informare gli alleati della Nato. Ormai questa è una prassi alla quale dobbiamo adeguarci.
Per quanto riguarda l’Europa, è chiaro che deve riuscire a esprimersi con una sola voce. E credo anche che i tempi imprevedibilmente rapidi dell’operazione abbiano impedito un vero confronto tra gli europei. L’Europa deve comunque essere prudente, perché farsi trascinare in un conflitto regionale, molto più vicino a noi di quanto non lo sia agli Stati Uniti, rischia di avere conseguenze importanti anche per l’Unione.
Abbiamo già visto il coinvolgimento di Cipro. Se Cipro venisse effettivamente attaccata, scatterebbe l’articolo 42 dei trattati europei. È un problema serio. In questo quadro, i Paesi europei che mandano navi o truppe a difendere i confini dell’Europa fanno una cosa assolutamente doverosa. L’atteggiamento difensivo è un dovere. Ma la linea di demarcazione tra difesa e attacco, purtroppo, è sempre più labile nei conflitti di oggi. Ecco perché bisogna essere molto prudenti.
E per quanto riguarda l’’ONU? Quale potrebbe essere oggi il suo ruolo concreto? È ancora capace di incidere sugli equilibri internazionali oppure è un soggetto che registra le crisi più di quanto riesca a governarle?
Oggi l’ONU è certamente un’organizzazione in fase di stallo: le decisioni vengono prese su altri tavoli. Una volta non si partiva con un attacco, anche militare, senza una risoluzione delle Nazioni Unite. Oggi questa prassi è stata dimenticata. In questo senso, l’ONU è delegittimata.
Io però farei una considerazione. Se mettiamo insieme Stati Uniti, Europa, India, Cina e Russia, non arriviamo al 50% della popolazione mondiale. Questo significa che metà degli esseri umani non hanno rappresentanza e non hanno difesa in nessuno dei grandi Stati o delle grandi alleanze. Per questa metà della popolazione mondiale, l’unico luogo in cui si può sedere e far sentire la propria voce sono le Nazioni Unite.
Per questo io prevedo che, a seguito di questi conflitti, ci sarà una ripresa del multilateralismo. È obbligatorio, altrimenti andiamo davvero verso una guerra mondiale incontrollata. Non so se sarà sempre l’ONU, se ci sarà un altro organismo o se saranno Nazioni Unite rivisitate. Oggi l’ONU non è in grado di fermare questo tipo di operazioni, ma resta l’unico posto al mondo in cui tutti i Paesi, i 192 Paesi che ne fanno parte, possono sedersi attorno a un tavolo e discutere.
E, ripeto, i Paesi più deboli, i più piccoli, ma anche molti Stati africani e del Sud America, hanno soltanto nell’ONU e nell’Assemblea generale il luogo in cui possono far sentire la propria voce. Credo inoltre che la Cina stia lavorando per aumentare la sua influenza in ambito ONU, approfittando del fatto che gli Stati Uniti danno segnali di volersene andare o di disinteressarsi.
Il Consiglio di sicurezza, certo, resta bloccato dai veti delle grandi potenze, come si è visto anche in questi anni di guerra in Ucraina. Le decisioni operative si fermano lì. Ma questo non toglie che le Nazioni Unite restino comunque una tribuna. È poco, è flebile, ma non è zero. E credo che si potrà ripartire anche da questo.
Questa crisi riapre una questione più ampia: le organizzazioni internazionali hanno ancora la forza di incidere oppure stanno inseguendo eventi che si decidono altrove?
Le organizzazioni internazionali sono oggetti strani. Abbiamo una grande organizzazione multilaterale, la Nato, che negli ultimi anni è uscita rafforzata dalla guerra in Ucraina, nonostante Putin volesse indebolirla. Perché? Perché sono entrate Svezia e Finlandia, due Paesi storicamente neutrali, con una posizione geografica cruciale per gli equilibri del Grande Nord.
La Nato viene spesso definita morente – Macron disse che era affetta da morte cerebrale – ma in realtà resta ancora l’unica grande organizzazione militare difensiva che tutti cercano di copiare. Il principio della difesa collettiva è stato replicato anche in altre aree del mondo, per esempio in Estremo Oriente. Poi c’è l’Unione Europea, che con tutti i suoi difetti continua a reggere.
Non possiamo dimenticare, ad esempio, la reazione alla pandemia e la posizione determinata tenuta rispetto alla guerra in Ucraina: se non ci fosse stata l’Unione Europea probabilmente l’Ucraina avrebbe già ceduto molto più di quanto invece sia riuscita a mantenere, anche grazie all’aiuto concreto, operativo e finanziario ricevuto. L’Europa, dunque, è un soggetto che, con tutti i limiti, continua a essere importante. Ha scelto una strada diversa da quella della forza: la strada della diplomazia e del commercio. I due grandi accordi commerciali con il Mercosur e con l’India disegnano una sorta di mercato comune di due miliardi e mezzo di persone, destinato a contrastare da un lato l’isolazionismo americano e dall’altro l’espansionismo cinese.
Si diceva che dove passano le merci non passano le armi. Oggi è meno vero di una volta, ma resta il fatto che i grandi accordi commerciali sono in controtendenza e restituiscono all’Europa una centralità negli equilibri geopolitici.
Naturalmente l’Europa ha anche grandi limiti: il suo sistema di governo, la gestione spesso all’unanimità, e così via. Ma resta un attore decisivo. Altre organizzazioni internazionali davvero in grado di far sentire la propria voce non ne vedo. Se parliamo di Unione Africana o di Shanghai Cooperation Initiative, parliamo di strutture che non hanno una reale incidenza su questo tipo di conflitti. Servono organizzazioni politiche. E oggi, a mio avviso, le tre organizzazioni politiche che reggono il mondo sono Nazioni Unite, Nato e Unione Europea.
Con questa visione globale, tutto quello che sta accadendo, dall’Ucraina al Medio Oriente, potrebbe incentivare la Cina a muoversi su Taiwan?
Su Taiwan, Xi Jinping prima o poi dovrà muoversi, perché lo ha promesso al suo popolo, perché ha sempre sostenuto che Taiwan è un pezzo della Cina e perché l’idea di avere il controllo sul mercato mondiale dei semiconduttori aumenterebbe ulteriormente il potere cinese sui mercati globali. Quindi il rischio di un attacco a Taiwan c’è, secondo me, anche a prescindere dalla vicenda iraniana.
Detto questo, l’Iran imbarazza anche gli altri grandi autocrati. Cina e Russia hanno sempre cercato di mantenere almeno una parvenza diversa. È evidente che le ultime operazioni degli ayatollah, che hanno ammazzato decine di migliaia di persone in piazza, non fanno piacere neanche a Pechino. Eppure l’Iran fa parte del club delle autocrazie che oggi si contrappone alle democrazie. Questo nuovo bipolarismo si vede anche nei voti alle Nazioni Unite: da un lato i grandi regimi autocratici, dall’altro le democrazie. È un bipolarismo a macchia di leopardo, fondato più sulla consonanza dei sistemi di governo che su fattori geografici o economici.
Il tema di Taiwan è lì da tempo, dietro l’angolo, e prima o poi esploderà. Che il detonatore possa essere questa crisi iraniana non lo vedo probabilissimo, proprio perché la crisi in Iran, tutto sommato, rappresenta anche un imbarazzo per la Cina.
Un’ultima domanda. Il dibattito pubblico del nostro Paese, oltre ad essere animato dalle questioni geopolitiche, è focalizzato su un’altro grande tema: il referendum sulla giustizia. Lei si è espresso per il sì. Qual è il messaggio più importante da far arrivare agli elettori che guardano a questo voto con distanza o disillusione?
Attualmente il referendum è diventato uno strumento che ha un po’ tradito la propria funzione originaria: non ci si esprime più sul contenuto, ma pro o contro chi governa. E questo è un fenomeno che, in parte, riguarda un po’ tutto il mondo. Secondo me è giusto andare a votare ed è giusto cercare di capire nel merito, al di là degli approcci ideologici, i contenuti di una riforma che, non dimentichiamo, in passato è stata invocata anche da molti esponenti di sinistra che oggi dicono che non va bene. La separazione delle carriere, addirittura il sorteggio del Csm, venivano invocati da Marco Travaglio e da altri. È singolare che oggi queste stesse posizioni vengano improvvisamente rinnegate, perché il referendum è diventato un voto pro o contro Giorgia Meloni. Questo è sbagliato. Non dovrebbe essere così. Credo invece che, se una persona legge i documenti e si informa, si renda conto che la separazione delle carriere e il sorteggio del Csm non sono affatto un modo di asservire la giustizia alla politica. Al contrario, servono per ridare credibilità alla magistratura, che negli ultimi decenni qualche sbandata l’ha avuta.




