Trump o non Trump, la vocazione statunitense ad avventurarsi in operazioni militari per poi fermarsi a metà strada, impantanarsi in situazioni di stallo prolungato, sembra confermata appieno. Solo in Afghanistan a un certo punto gli Usa hanno deciso che non erano più quelli gli obiettivi da cogliere – la crescita politica e sociale degli afgani – e hanno abbandonato il campo a gambe levate riprecipitando il Paese in un medioevo peggiore di quello dal quale stavano invece uscendo. Liberandosi però dal pantano in cui ancora una volta si erano spinti. In tutti gli altri casi – ed ormai non sono pochi – l’operazione si è arrestata a metà percorso e alla difficoltà di trovare una via di uscita.
Conflitto russo-ucraino, Gaza e Venezuela non sono che le ultime perle trumpiane, anche se qualcuno tende a vedere solo il bicchiere mezzo pieno. C’è un peccato originale che non poteva che partorire situazioni del genere, ed è la ostinata caparbia ostinazione a iniziare operazioni militari in scenari complessi senza prefigurare un punto di caduta, un end state da perseguire con mezzi praticabili. Salvo poi constatare, strada facendo, le complessità sul terreno e quelle di pervenire a una soluzione, perché all’inizio non erano stati previsti gli ostacoli di natura culturale, sociale, storica e di ogni altro tipo, emersi quando il punto di non ritorno era stato abbondantemente superato.
Non c’è nulla che faccia credere che nel teatro iraniano non ci troviamo in queste condizioni. Vediamo perché. L’obiettivo perseguito in Iran sembra essere il cambio di regime. Salvo l’improbabile caso di accordi sottobanco per una soluzione alla venezuelana, non si vede come sia possibile disarcionare il regime teocratico, ben assistito dai Guardiani della rivoluzione e dall’Esercito, con le pur coraggiose ma disarmate decine di milioni di patrioti iraniani.
Un’altra ipotesi sarebbe quella di fidelizzare, ad opera di Cia o Mossad, qualche personaggio del regime e una forza militare a lui fedele i quali potrebbero guidare il rovesciamento del potere con l’assistenza Usa ed israeliana. Ipotesi questa non peregrina sia per le entrature di tutto rispetto dei due servizi nel sistema, sia per le crepe che esistono nel vertice del regime tra religiosi e militari o tra Pasdaran ed Esercito. Ma se i piani – ammesso che esistano – per far collassare il regime dovessero non essere praticabili, occorrerà pensare ai boots on the ground, ad una conquista e al controllo militare del territorio. Ipotesi non sul tavolo oggi, quantomeno da parte statunitense.
Certo gli artigli potranno essere recisi tutti uno ad uno, gli obiettivi potranno essere colpiti tutti anche più volte, ma la popolazione continuerà ad essere oppressa e martirizzata. A maggior ragione ove si pensi che un cambio di regime significherebbe morte sicura per chi dovrà deporre le armi, si scatenerebbe un massiccio processo di epurazione, una caccia senza tregua ai torturatori di una volta. È sempre successo così, in Libia, in Iraq, dovunque i regimi sanguinari o dittatoriali siano stati deposti.
I prossimi giorni ci diranno qualcosa in più. Ci diranno se Trump ha una strategia o se ci troviamo in una delle tante situazioni già vissute e di difficile soluzione. Il fatto che le previsioni calendariali di mission accomplished spazino quotidianamente dai pochi giorni, al mese, al tempo indeterminato, la dicono lunga sulla concretezza e percorribilità del percorso israelo-statunitense verso la soluzione della crisi iraniana.




