Mentre i generali dei Paesi membri della NATO si riuniscono d’urgenza per fare i conti con arsenali al limite dell’esaurimento, il governo italiano fa filtrare una mozione di maggioranza al Senato in cui definisce “irrealistico” l’obiettivo del 5% del PIL per la spesa militare firmato al vertice dell’Aia nel giugno scorso. L’impegno del 5% (pari a circa settanta miliardi di euro aggiuntivi all’anno per l’Italia) va rivisto “alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali”: questo è quanto recita la mozione firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Lucio Malan, Stefania Craxi, Massimiliano Romeo e Michaela Biancofiore.
Il documento contiene la formulazione per cui il governo si impegna a “mantenere un impegno realistico e credibile in ambito NATO, confermando il raggiungimento del 2% del PIL”, ma chiede contestualmente di promuovere “una revisione degli obiettivi più ambiziosi come il 5%”, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche. La motivazione dichiarata è duplice: la crisi energetica prodotta dal blocco dello Stretto di Hormuz, che ha imposto all’esecutivo la priorità di ridurre l’impatto sulle bollette di famiglie e imprese, e la prospettiva delle elezioni del 2027, rispetto alle quali un aumento significativo della spesa militare rischia di tradursi in un costo elettorale difficile da sostenere.
Gli arsenali che non ci sono
Quello che emerge dal lato militare, invece, è che l’impatto di un consumo rapido e costante delle scorte rischia di avere delle ricadute dirette sulla capacità di difesa collettiva e sul potere di deterrenza della NATO, in un momento in cui la Russia continua a minacciare gli alleati. A questo stato di cose si aggiunge il consumo di grandi quantità di munizioni di alta qualità, comprese porzioni significative dei suoi costosissimi sistemi di difesa aerea e missilistica Patriot da parte delle Forze amate statunitensi impegnate nelle operazioni nel Golfo Persico. Le cifre diffuse dal Pentagono mostrano che la guerra in Iran è costata agli Stati Uniti quasi trenta miliardi di dollari, senza che si intraveda una fine del conflitto.
Le scorte di missili AIM-120 e AIM-9 in tutta la NATO si stanno esaurendo. I sistemi europei equivalenti potrebbero compensare in parte, ma si tratterebbe di una sostituzione parziale con arsenali già in via di esaurimento. Stando ai dati pubblicati dal Segretario Generale NATO Mark Rutte nel febbraio scorso, circa il 75% di tutti i missili intercettori Patriot e fino al 90% degli altri missili antiaerei sono stati consegnati all’Ucraina.
Le lezioni ucraine
Il conflitto ucraino ha ricordato, più che dimostrato, che la guerra ad alta intensità consuma munizioni a ritmi che l’industria della difesa post-Guerra Fredda non è strutturata per sostenere. Le Forze di Kiev arrivarono a sparare fino a novemila colpi di artiglieria al giorno nelle fasi più acute del conflitto. Nessun paese europeo possiede linee produttive su parametri di questo genere. Decenni di “dividendo della pace” hanno smantellato capacità industriali che ora si cerca di ricostituire in urgenza, con tempi di risposta industriale che non sono mai brevi.
Gli USA non sono messi meglio. Il piano di Lockheed Martin per aumentare drasticamente la produzione del PAC-3 MSE per raggiungere i duemila missili all’anno prevede il raggiungimento del picco di prodizione non prima del 2033. Nel frattempo, secondo le stime degli analisti statunitensi, la Russia già produce annualmente fino a duemila missili da crociera, da ottocento a mille missili balistici e oltre trentamila droni Geran-2.
Che la produzione militare debba essere incrementata in modo esponenziale a causa della guerra in Ucraina è un assunto che i militari dell’Alleanza ripetono ormai da tempo. La guerra in Iran non ha fatto che confermare l’importanza strategica del possesso di munizioni a sufficienza e, soprattutto, della capacità di ripianare le perdite e il consumo in tempi brevi. Per dirla in breve, la NATO (e l’Europa in primis) hanno bisogno di munizioni, e ne hanno bisogno ora.
Intanto Rutte sta preparando per il prossimo vertice alleato di Ankara di luglio una serie di annunci concreti sull’espansione industriale europea, avendo già incontrato i principali gruppi della difesa del continente, tra cui Rheinmetall, Airbus, MBDA e Leonardo, chiedendo loro di investire rapidamente senza attendere nuovi ordini governativi di ampia portata.
Il dietrofront italiano
La scelta italiana di rinegoziare al ribasso gli impegni di spesa va sicuramente in controtendenza rispetto a questo quadro, al di là dei possibili effetti delle relazioni con la Casa Bianca, il cui attuale inquilino ha fatto delle percentuali di PIL il proprio metro di giudizio nelle relazioni con la sponda europea dell’Atlantico. Al di là, però, delle ripercussioni politiche, permane il dubbio sulla capacità concreta del Paese di mantenere deterrenza, rifornire sistemi di difesa aerea, sostenere l’Ucraina e, in ultima analisi, garantire la copertura alle popolazioni che l’Alleanza si impegna a difendere.
Significativo anche il fatto che a presentare la mozione non sia stata l’opposizione, ma i capogruppo della maggioranza, che pure ha fatto un dell’aumento delle spese militari una priorità. La mozione in sé non smentisce la necessità, costantemente ribadita dalla maggioranza, di aumentare i budget militari, ma punta a diminuirne in maniera significativa la portata.
Si prevede anche la proposta di istituire una cabina di regia interministeriale Energia-Difesa-Esteri-Infrastrutture, integrando la spesa per la sicurezza energetica nel computo degli impegni NATO. Che la sicurezza energetica sia una dimensione reale della sicurezza nazionale è indubbio, come ha dimostrato in maniera lampante la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il problema, tuttavia, è che questa integrazione concettuale, per quanto legittima in una visione di lungo periodo, rischia di diventare un’operazione contabile finalizzata a diluire gli impegni reali nel campo della Difesa che il moltiplicarsi delle crisi “cinetiche” ha reso invece più urgente.




