Speciale Iran. Il mondo in subbuglio

Dal nodo nucleare iraniano alla chiusura di Hormuz, dagli attacchi alle basi britanniche di Cipro ai bombardamenti sul Kurdistan iracheno: il conflitto esploso dopo l’ottobre 2023 ha superato i confini del Medio Oriente e investe oggi la NATO, i mercati energetici globali e gli equilibri tra le grandi potenze. L’analisi del professor Alessandro Duce
Iran

Il Medio Oriente è di nuovo in guerra. Non è una sorpresa — almeno non del tutto. Dal 1949 a oggi si sono succeduti quattro conflitti armati di grande portata, prima sotto la guida egiziana, poi attraverso la lunga stagione dell’Intifada, e ora con l’Iran nel ruolo di potenza regionale antagonista. Ma ciò che distingue il momento attuale da tutti i precedenti è la natura e la portata dello scontro in corso: non più una guerra per procura condotta attraverso milizie e movimenti, bensì un confronto diretto — militare, diplomatico e nucleare — tra Washington, Gerusalemme e Teheran.

La politica aggressiva di Teheran e il nodo nucleare

Negli ultimi anni l’Iran ha perseguito una strategia regionale apertamente destabilizzante. L’obiettivo dichiarato — la distruzione dello Stato d’Israele — ha orientato finanziamenti, forniture di armi e supporto logistico a una costellazione di attori armati: Hamas nei territori palestinesi, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria. A differenza dell’Egitto, che nei decenni precedenti aveva condotto guerre convenzionali sul campo di battaglia, l’Iran agisce per interposti soggetti, moltiplicando i fronti senza esporsi direttamente.

Il punto di svolta è però rappresentato dalla questione nucleare. Lo scudo antimissile e antidrone predisposto a difesa di Israele è stato già perforato — in più di un’occasione — da missili balistici suborbitali e oltreorbitali, capaci di volare oltre i cento chilometri di quota. La rilevanza di questo dato è immediata: qualora l’Iran riuscisse a dotarsi di una testata atomica, Israele — un paese piccolo, con una popolazione concentrata su un territorio ristretto — risulterebbe estremamente vulnerabile. È questa la paura che ha innescato la catena di reazioni militari degli ultimi mesi, con gli Stati Uniti che hanno effettuato i primi bombardamenti l’anno scorso impiegando ordigni ad alta precisione capaci di penetrare strati profondi di cemento armato e roccia, e con Israele che ha seguito a ruota.

Il dibattito innescato da questi attacchi ha coinvolto anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, accusata di non aver adeguatamente segnalato i progressi del programma nucleare iraniano. Le tensioni diplomatiche che ne sono derivate hanno contribuito ad accelerare la spirale verso l’escalation militare.

La risposta dell’Iran e l’allargamento del conflitto

La risposta di Teheran ai raid di Washington e Gerusalemme è stata solo in parte prevedibile. Attacchi alle basi statunitensi presenti nei paesi della regione rientravano nello schema classico delle ritorsioni iraniane. Ciò che invece ha sorpreso è l’ampiezza geografica della reazione: oltre alle basi americane in Giordania e Iraq, l’Iran ha colpito i paesi del Golfo Persico — e in particolare le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo — ha chiuso lo Stretto di Hormuz al naviglio non autorizzato, e ha bombardato insediamenti curdi nel nord dell’Iraq.

I paesi del Golfo — Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar — sono stati presi di mira per la loro vicinanza agli Stati Uniti e per la loro partecipazione, o disponibilità, agli Accordi di Abramo, che avevano avviato un processo di normalizzazione con Israele visto da Teheran come una minaccia strategica. Si tratta di economie complesse, che non vivono più soltanto di petrolio e gas, ma hanno sviluppato settori immobiliari, turistici e infrastrutturali di primo piano, inclusi impianti di desalinizzazione d’importanza vitale. La risposta di questi paesi è stata ferma ma prudente: confermando l’obiettivo della stabilità regionale, hanno però inviato un messaggio inequivocabile a Teheran, ricordandole che non sarebbero stati né facili da abbattere né assorbibili nel progetto egemonico iraniano.

Lo Stretto di Hormuz: l’Iran strozza il mercato energetico globale

La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta forse la mossa più dirompente dell’intera crisi. Lo stretto — che nel suo punto più angusto non supera i trentacinque chilometri di larghezza — è la via d’acqua attraverso cui transita circa il 25% del traffico mondiale di petrolio e gas: ogni giorno, circa venticinque milioni di barili. Esistono due oleodotti alternativi, uno che attraverso gli Emirati aggira Hormuz verso l’Oceano Indiano e uno che percorre tutta l’Arabia Saudita fino a Suez, ma la loro capacità complessiva è ben lontana dal compensare quel volume di traffico. La minaccia iraniana di vietare il passaggio a navi non autorizzate — rafforzata dalla prospettiva di campi minati e attacchi missilistici — ha già provocato una lievitazione dei prezzi del petrolio e del gas sui mercati internazionali, con ripercussioni immediate sulle economie importatrici.

L’attacco a Cipro e le implicazioni per la NATO

Tra i fronti aperti da questa crisi, uno dei meno attesi è stato l’attacco missilistico alle basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia, nell’isola di Cipro — da decenni divisa tra la Repubblica di Cipro e la Repubblica Turca di Cipro del Nord, con le due basi britanniche che ricadono in una zona speciale di sovranità. L’attacco è stato modesto per entità e ha causato danni limitati, ma è carico di implicazioni politiche. Colpire installazioni britanniche equivale, indirettamente, a colpire un membro della NATO. L’articolo 5 del Trattato di Washington — la clausola di difesa collettiva — non è stato formalmente invocato da Londra, ma sono state avviate consultazioni ai sensi dell’articolo 4. Non è un caso che Francia, Spagna e Italia abbiano dislocato navi con capacità antimissilistiche e antidroni nel Mediterraneo orientale: un segnale inequivocabile di attenzione collettiva, anche senza una dichiarazione esplicita.

L’Unione Europea è chiamata anch’essa in causa, sia pure in modo più marginale: Cipro è membro dell’Unione, e l’articolo 47 del Trattato prevede meccanismi di assistenza reciproca in caso di aggressione. Ma l’assenza di un vero braccio militare comunitario rende la risposta europea strutturalmente più debole rispetto a quella atlantica.

Il Kurdistan iracheno: il fronte interno all’Iran

Meno visibile ma altrettanto significativo è il fronte curdo. Il Kurdistan è un vasto territorio montagnoso distribuito tra Iran settentrionale, Iraq del nord e Turchia, abitato da un popolo di circa quaranta milioni di persone che non ha mai ottenuto uno Stato proprio. Al suo interno convivono componenti che hanno accettato l’integrazione nei rispettivi ordinamenti statali e componenti che hanno cercato, spesso con le armi, l’indipendenza. I curdi iracheni hanno dichiarato la propria disponibilità — in cambio di adeguato supporto americano — a operare all’interno del territorio iraniano per favorire una sollevazione popolare contro il regime di Teheran. La risposta iraniana è stata immediata: raffiche di missili e droni hanno colpito insediamenti e città curde nel nord dell’Iraq. Se si apriranno operazioni terrestri resta da vedere, ma il fronte curdo è oggi una delle variabili più imprevedibili dell’intera crisi.

Le conseguenze economiche e il rischio di stagflazione

Se il conflitto dovesse prolungarsi, le ripercussioni economiche globali diventerebbero rapidamente severe. L’aumento dei prezzi dell’energia — già avviato con la chiusura di Hormuz — si tradurrebbe in inflazione importata per tutti i paesi dipendenti dalle forniture del Golfo. Le energie rinnovabili e il nucleare civile richiedono investimenti e tempi di sviluppo incompatibili con un’emergenza a breve termine. I consumatori europei, privi di aumenti salariali compensativi, si troverebbero a dover contrarre altri consumi. Il rischio che i tecnici identificano è quello della stagflazione: stagnazione economica e inflazione che si alimentano a vicenda, un quadro che i paesi avanzati non sperimentano in misura significativa dagli anni Settanta.

Serve una soluzione politica, non solo un cessate il fuoco

La domanda di cessazione immediata delle ostilità è comprensibile, ma da sola non basta. Dal 1948 a oggi il Medio Oriente ha vissuto quattro guerre aperte, una lunga stagione di terrorismo e intifada, e ora questa nuova escalation: ogni volta che il fuoco si è spento senza che le cause strutturali fossero affrontate, il conflitto è ricominciato. Due nodi restano irrisolti e irrisolvibili per via militare.

Il primo è la questione palestinese. Israele deve prendere atto che il problema non si esaurisce con la sconfitta militare di Hamas: i territori occupati e la prospettiva di uno Stato palestinese — o di una formula alternativa credibile — rimangono al centro di qualsiasi ipotesi di stabilizzazione duratura.

Il secondo è il programma nucleare iraniano. Nessuna potenza — incluse Russia e Cina, che pure traggono vantaggi tattici dall’instabilità della regione — è disposta ad accettare un Iran dotato di armi atomiche: il rischio di una catena di proliferazione nell’intera area e la minaccia esistenziale per Israele rendono questo scenario inaccettabile per tutti gli attori principali. Teheran non può proclamare la distruzione di uno Stato sovrano e al tempo stesso aspirare impunemente all’arma nucleare: su questo punto la comunità internazionale — al netto delle sue divisioni — sembra concordare.

La strada è stretta e piena di insidie. Ma è l’unica che porta fuori da questo ciclo di violenza.

Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide