Le opposte strategie
La guerra che sta devastando da due anni il Medio Oriente, a partire dal sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro i civili del sud di Israele, ha rapidamente cambiato volto, e da conflitto tra l’Iran e i suoi collegati contro Israele si è tramutata nell’ennesimo scontro tra sunniti e sciiti, o per meglio dire tra arabi e persiani.
Si tratta di una lotta plurisecolare, con sorti alterne, tra due entità che cercavano di prevalere l’una sull’altra, in modo da dominare la regione vuoi direttamente, vuoi attraverso le minoranze di correligionari, sparse nei Paesi di fede opposta (Per una storia più dettagliata del confronto tra arabi e persiani vedasi Ferdinando Sanfelice di Monteforte, “Le Guerre dell’Iran”, in Mediterranean Insecurity).
Fino al 7 ottobre l’Iran aveva pazientemente perseguito da decenni una strategia di espansione, fatta di piccoli passi, di consolidamento di clientele e di interventi, anche armati, a favore delle comunità sciite dell’area.
Questa strategia aveva fino ad allora ottenuto notevoli successi: se si guarda, infatti, alla situazione del Medio Oriente al 6 ottobre 2023, si può notare che, a quella data, l’Iran era collegato all’Iraq, ormai da anni sotto il dominio della sua maggioranza sciita, esercitava un’influenza determinante in Siria, appoggiando neanche tanto indirettamente la leadership alawita, messa in pericolo dalla crescente ribellione del popolo siriano, la cui maggioranza è di fede sunnita, e aveva ottenuto di fatto il controllo del Libano, dove gli Hezbollah esercitavano una tale influenza da tenere in soggezione persino l’Esercito libanese. Oltretutto, l’esistenza di gruppi di popolazione di fede sciita nei Paesi arabi consentiva al governo di Teheran di disporre di informazioni, oltre che di condizionare alcune decisioni governative in proprio favore.
Come se non bastasse, il governo di Teheran godeva del fedele appoggio di tre gruppi particolarmente bellicosi, oltre a quello degli Hezbollah libanesi. Infatti. Il gruppo degli Houthi yemeniti, da anni intenti a dominare la parte meridionale del loro Paese, i cui abitanti sono nella maggioranza di fede sunnita, nonché quello di Hamas erano pronti ad appoggiare l’Iran, anche a costo di subire gravi perdite, come poi è avvenuto.
In particolare, Hamas, votato alla distruzione di Israele, era stato ormai ripudiato da quasi tutti i governi dell’area, in quanto, pur essendo sunnita, non applicava la Sharia nella gestione della Cosa Pubblica.
Per ottenere questo risultato, il governo di Teheran non aveva lesinato sulla fornitura di armi e finanziamenti a questi gruppi ed ai governi amici. Infine, per assicurarsi una sorta di protezione da parte di una Grande Potenza, i leader iraniani si erano schierati apertamente a favore dell’invasione russa dell’Ucraina, fornendo anche al governo di Mosca una notevole quantità di armamenti, unito a un significativo sostegno finanziario, teso a evitare il tracollo della Russia.
Dietro a questo fervore di iniziative, l’Iran aveva ripreso i suoi tentativi di costruzione di un arsenale nucleare, anche a costo di essere accusato di tradire l’impegno preso nel 1970, quando il suo Parlamento aveva ratificato il trattato sulla non proliferazione. Il possesso di questa capacità, secondo la leadership iraniana, avrebbe posto l’intero Medio Oriente ai suoi piedi, con i governi arabi che sarebbero stati intimiditi, dovendo subire il ricatto nucleare di Teheran.
Per giustificare questa strategia, in effetti, Teheran aveva avuto buon gioco nel sostenere che l’arma nucleare avesse il solo scopo di controbilanciare il possesso dello stesso tipo di armamento, da parte del nemico ufficiale del regime degli Ayatollah, appunto l’odiato Israele.
Naturalmente, questa neanche tanto silenziosa espansione dell’influenza iraniana nell’area non era passata inosservata ai Paesi arabo-sunniti del Golfo. Sotto la guida dell’Arabia Saudita, i Paesi del Golfo avevano iniziato a reagire, prima occupando con proprie truppe il Bahrein, a sostegno dell’emiro sunnita, quindi sostenendo gli Yemeniti del Sud, in gravi difficoltà, fin dal 2015, nella guerra civile contro gli Houthi, fino all’armistizio del 2020. Il cessate il fuoco fu poi rinnovato nel 2023, anche se, in seguito, le ostilità sono riprese, sia pure su scala ridotta.
La crescente ripresa delle ostilità tra arabi e persiani aveva preoccupato persino la Cina, il cui interesse è l’agibilità del Golfo Persico, visto che Pechino dipende dai Paesi dell’area per soddisfare la propria fame di energia. In governo cinese aveva quindi premuto per far cessare lo scontro – sia pure indiretto – tra i contendenti, ottenendo il 10 marzo 2023 un accordo tra Arabia Saudita ed Iran per la ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte fin dal 2016.
In effetti, i Paesi arabo-sunniti non potevano fare molto di più da soli per frenare l’espansionismo iraniano, per cui optarono per un avvicinamento a Israele, e di riflesso agli Stati Uniti, le cui capacità militari promettevano di frenare gli appetiti crescenti di dominio del loro nemico storico.
Da questa constatazione sono nati i cosiddetti Accordi di Abramo del 2020, tra Israele e i Paesi arabi, firmati a Washington tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakhstan. Come si può notare, alcuni tra i maggiori Paesi arabo-sunniti dell’area non si erano impegnati direttamente, anche per non allarmare troppo il governo di Teheran.
La notizia che, nel 2024, sarebbero stati ripresi i colloqui tra le parti firmatarie degli accordi, in vista sia di un ulteriore ampliamento dei Paesi aderenti, sia di un’estensione della collaborazione al settore militare, sembra aver creato un notevole allarme in Iran.
Questo, secondo alcuni, avrebbe portato alla decisione, presa dal governo di Teheran, di scatenare una serie di attacchi non solo contro Israele, ma anche, sia pure indirettamente, a danno dei Paesi arabi. Non volendo ancora impegnarsi direttamente, però, Teheran decise di utilizzare i gruppi da tempo a lei fedeli, come gli Hezbollah, Hamas e gli Houthi.
Il piano, in effetti, sembra fosse abilissimo: la minaccia di un attacco da Nord, simulato da Hezbollah, il gruppo più potente dell’area, pare abbia convinto l’Esercito israeliano a spostare le sue forze principali verso il confine libanese.
Questo sembra spiegare come Hamas abbia avuto campo libero per condurre, con le proprie milizie, la penetrazione nel meridione di Israele, compiendo una strage nelle comunità di coloni – nonché tra i partecipanti al Festival Musicale Supernova, che si stava svolgendo presso il Kibbutz di Re’im, ed aveva attratto molti giovani da tutto il Paese.
Alla violenta reazione israeliana contro l’aggressione di Hamas ha fatto seguito una serie di accuse nei confronti di Teheran, cui sono seguiti alcuni attacchi mirati, come quello contro il Consolato iraniano di Damasco del 1° aprile 2024, che ha portato all’uccisione di alti ufficiali dei Pasdaran.
La risposta di Teheran, che aveva nel frattempo indotto gli Houthi yemeniti a bloccare lo Stretto di Bab-el-Mandeb, mettendo in difficoltà il traffico mercantile tra l’Asia e il Mediterraneo, è consistita in un massiccio bombardamento aereo di Israele con missili e droni.
L’aver attaccato, tra l’altro, Gerusalemme, mettendo in pericolo la Moschea di al-Aqsa, uno dei luoghi sacri dell’Islam, ha indotto non solo gli americani, i britannici e i francesi a cooperare nella difesa di Israele, ma ha spinto anche alcuni Paesi arabi dell’area a intervenire, mediante i propri aerei intercettori, con la motivazione ufficiale di proteggere la Moschea.
L’Iran, a questo punto, si è trovato nell’incomoda situazione di far venir meno la prudenza araba nei propri confronti. I Paesi arabi, infatti, si sono avvicinati ai Paesi occidentali, che già contenevano la minaccia navale degli Houthi, e hanno deciso di sostenere la guerriglia siriana, contro il regime filoiraniano di Bashar-al-Asad.
Il risultato è stato la vittoria della componente più potente della guerriglia siriana, al-Nusra (poi ridenominata Jabhat Fath al Sham) sull’esercito regolare, nel novembre 2024, con la conseguente cacciata del leader alawita.
Naturalmente, gli stessi governi hanno visto con piacere anche la decisione degli Stati Uniti e di Israele di bombardare i siti nucleari iraniani, il 22 giugno 2025. Da tempo questi siti erano altamente protetti da strati di roccia, per cui i velivoli USA hanno dovuto impiegare bombe ad alta penetrazione.
L’apparente successo di questa incursione aveva portato la dirigenza iraniana a intavolare trattative con gli Stati Uniti, il cui esito però è stato altamente deludente, almeno da punto di vista del governo di Washington.
La decisione USA, naturalmente con il favore dei governi arabo-sunniti, è stata quindi di scatenare un attacco ripetuto e massiccio contro l’Iran, in modo da convincerlo a rinunciare una volta per tutte alla capacità nucleare. Il governo di Teheran, per reazione, ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz, e ha reagito agli attacchi aerei con lanci di missili e droni diretti non solo e non tanto contro Israele, ma soprattutto contro i Paesi nemici del Golfo.
Siamo quindi arrivati alla situazione attuale, che vede l’Iran martellato dall’aria e i Paesi vicini sottoposti alla reazione di Teheran. Non è possibile stabilire se e quando questa fase della guerra finirà, ma una cosa è certa: l’Iran ha perso in poco tempo tutta l’influenza nell’area che aveva costruito mediante la strategia dei piccoli passi.
Clausewitz aveva notato, due secoli fa, che “la maggior parte (delle offensive) giunge ad un punto in cui le forze disponibili dell’attaccante gli bastano ancora appena per mantenersi sulla difensiva in attesa della pace. Al di là di questo punto comincia il capovolgimento della situazione” (Carl von Clausewitz, Della Guerra, Ed. Mondadori, 1970. Vol. II pag. 704). Naturalmente, lo studioso parlava non tanto di un punto geografico, quanto di una situazione, risultato dell’offensiva condotta dall’aggressore.
L’impressione è che il governo di Teheran, favorendo la serie di attacchi del 7 ottobre 2023, abbia superato questo punto, commettendo un vero e proprio azzardo, che ha compromesso gran parte dei vantaggi acquisiti dall’Iran in anni di lenta espansione.
L’esito dei bombardamenti delle due parti sarà più o meno devastante ed efficace, e non credo si potrà passare all’invasione dell’Iran via terra (a parte la conquista di qualcuna delle isolette di fronte alla costa del Paese), a meno di azioni limitate nel tempo e nello spazio, come quelle condotte da commando.
Lo Stretto di Hormuz è già in parte riaperto, e l’Iran non può fare altro che tentare di fermare le petroliere americane mediante lanci di missili e droni da terra, facilmente contrastabili dalle forze navali occidentali, sia pure al prezzo di un elevato dispendio di munizioni.
Il punto nodale è la questione del nucleare iraniano, e finché Teheran non avrà rinunciato a possedere questa capacità la guerra tra arabi e persiani, appoggiati dalle Grandi Potenze, non avrà fine.




