Gli amatori e i commentatori occasionali si affannano spesso a tirare in ballo il compianto Carl von Clausewitz per analizzare i conflitti contemporanei e dare sfoggio della massima che dice che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Eppure, se comparati all’attuale amministrazione americana, persino gli amatori sembrano Henry Kissinger. Con la guerra scatenata contro l’Iran (giacché di guerra si parla, continuare a definirla operazione sarebbe a dir poco riduttivo), gli Stati Uniti hanno, nuovamente, commesso il più elementare degli errori strategici: andare in guerra senza sapere perché lo si fa. E il prezzo di questo errore potrebbe essere molto più alto del previsto.
La testa è tagliata, ma il serpente vive
È dal 1979 che gli Stati Uniti e Israele si preparano alla resa dei conti con l’Iran. Questo aspetto non è secondario e deve far riflettere su un primo elemento di analisi: questo conflitto è stato preparato, pianificato, simulato e accuratamente evitato per quasi cinquant’anni, da ambo le parti. Per questo non c’è da stupirsi che la Repubblica Islamica sia ancora in piedi nonostante le decapitazioni eccellenti occorse nelle prime ore dell’attacco, prima su tutte quella della Guida Suprema. L’Iran, ancorché teocratico, dittatoriale e sanguinario, è uno Stato e non una milizia personalistica sul modello di Hezbollah. Se da un lato è innegabile che gli ultimi tre anni (dal 7 ottobre in poi) hanno visto la sistematica demolizione dei principali proxy dell’Iran nella regione, è anche vero che questa rapida successione di operazioni di annientamento ha offerto al regime di Teheran un playbook accurato del modus operandi israeliano che, sia nel caso di Hamas sia in quello di Hezbollah, si è confermato ricorrente. Prima di tutto, la decapitazione dei vertici politici e militari, dopodiché lo smantellamento dei gradi inferiori, tramortiti e confusi dall’eliminazione delle strutture di comando. A seguire, occupazione del territorio manu militari oppure allineamento con leadership locali alternative a quelle appena eliminate. Stavolta, non sta andando allo stesso modo. L’Ayatollah è morto, così come eminenti vertici dell’intelligence, delle Forze armate e dei Pasdaran, eppure lo Stato iraniano non è imploso né tantomeno è emerso un candidato credibile per prendere il potere in caso di collasso effettivo della Repubblica Islamica. Anzi, i suoi missili e i suoi droni hanno precipitato nel panico l’intera regione mediorientale. Stanti l’età avanzata di Ali Khamenei e la consapevolezza di non poterlo tenere al sicuro in caso di conflitto aperto, non stupisce che il regime si fosse preparato a una simile evenienza. Non è un caso, infatti, che gli Stati Uniti abbiano assemblato nella regione un dispositivo militare capace di condurre una campagna prolungata nella regione. I vertici militari americani sapevano a cosa andavano incontro, quelli politici forse no.
Qualcosa non torna
In queste ultime settimane, man mano che il build-up militare americano intorno all’Iran cresceva, più di una voce (dentro e fuori gli Stati Uniti) ha avvertito sui rischi di un’operazione contro Teheran. Non perché l’Iran possa sperare di vincere, ma perché vincere sul campo non significa automaticamente vincere la partita. Quando si decide di decapitare un regime, solitamente si tiene già pronto il suo successore. Non è una questione di cinismo, ma di grammatica strategica elementare. L’Iran è un Paese grande come mezza Europa, con novanta milioni di abitanti, una composizione etnico-sociale-religiosa estremamente eterogenea e un fronte di opposizioni frammentate, quando non in lotta tra di loro. Senza un attore unitario che raccolga lo scettro degli Ayatollah, questi sono gli ingredienti di base per una guerra civile dalle implicazioni disastrose. Se si volesse procedere per analogia, si potrebbe citare la Libia all’indomani dell’eliminazione di Muʿammar Gheddafi. E la Libia, che di abitanti ne avrà sì e no sette milioni, è ancora nel caos nel più totale a quindici anni da quella decapitazione così raffazzonata.
Sul piano diplomatico, la decisione di procedere con l’attacco è altrettanto critica. Che fine hanno fatto l’ONU, il Consiglio di Sicurezza e il poliziotto del mondo? Ammesso e non concesso che l’Occidente e gli Stati Uniti detenessero un qualche primato morale, da adesso in poi questo primato sarà molto difficile da esibire davanti al mondo. Senza parlare del concetto stesso di diritto internazionale, che oggi condivide la bara di Alì Khamenei.
Ci sono poi le considerazioni di carattere strategico-militare. Gli Stati Uniti, letteralmente ossessionati dall’idea di potersi trovare a fare la guerra con la Cina nell’Indo-Pacifico, hanno avviato ormai da diversi anni un processo di disimpegno da tutti i maggiori teatri per conservare le loro forze nel caso di un conflitto aperto con Pechino. È alla luce di questa prospettiva che bisogna leggere il ritiro dall’Afghanistan e dall’Europa. Ritiro che, fino a poche settimane fa, riguardava anche le basi in Medio Oriente, in particolare in Iraq. Inoltre, dare il via a una campagna aerea su vasta scala è un regalo inestimabile per l’intelligence militare cinese, la quale (non c’è dubbio) starà prendendo preziosi appunti per le proprie Forze Armate. Non stupisce dunque che negli States, tanto a Capitol Hill quanto al Pentagono, fossero (e siano tuttora) in molti a sostenere la futilità di questa guerra.
Viene dunque da domandarsi: perché mandare a monte i negoziati in Svizzera, i quali avrebbero potuto produrre garanzie accettabili sul programma nucleare iraniano, e risolversi all’impiego dello strumento militare nonostante tutti questi caveat? Possibile che gli Stati Uniti non fossero convinti fino in fondo dell’operazione? La mancata segnalazione dell’imminente attacco agli alleati è un ulteriore elemento di discontinuità. Gli USA, salvo casi eccezionali, hanno sempre avvertito i loro partner in queste occasioni. Stavolta invece no, nonostante fosse più che preventivabile che la risposta iraniana sarebbe arrivata. Che un altro attore sia stato il primum movens di questo conflitto? Un attore che, a differenza degli USA, ha sempre dichiarato la totale distruzione della Repubblica Islamica un obiettivo primario? Un attore che, magari, era pronto a intervenire con o senza il placet di Washington? Chi vuole intendere, intenda.
Cosa succederà adesso?
Meglio ribadirlo, l’Iran non può vincere questa guerra. Ciò non significa però che gli USA possano vincerla. Quello che Teheran può fare (e sta facendo) è reagire a istrice, imponendo il costo più alto possibile non solo al territorio di Israele e agli assetti americani nella regione, ma soprattutto a tutti quegli attori di contorno che, volenti o nolenti, si trovano coinvolti in questo valzer al sapore di napalm. Gli Stati arabi prima di tutti, i quali (a dispetto di ogni manifestazione pubblica di solidarietà per l’operazione) si spendono (e spendono) da anni per riabilitare la reputazione della loro area geografica davanti al mondo degli investitori internazionali. D’altronde, i mondiali di calcio, i tornei di tennis, i Gran Premi di Formula 1, gli alberghi extra-lusso e i forum sull’economia digitale mal si conciliano con il suono delle esplosioni.
E qui diventa necessario porsi una domanda: cosa significa vittoria, adesso? La fine del regime degli Ayatollah? La “democratizzazione” dell’Iran? L’allontanamento di Teheran dalla sfera di influenza sino-russa? Questo è il problema di non definire preventivamente l’obiettivo politico di una guerra e di non prevedere una chiara exit strategy. Checché ne dicano Donald Trump, JD Vance o Pete Hegseth, la pace non si raggiunge con la sola forza e la sola forza non basterà per chiudere la questione. E se davvero gli Stati Uniti saranno così miopi da andare boots-on-the-ground, come minacciato da Trump, avremo l’ennesima dimostrazione del fatto che Vietnam, Afghanistan e Iraq non hanno insegnato loro niente.
Intanto, una cosa è sicura: la Repubblica Islamica sa che i suoi nemici intendono distruggerla e, quand’anche dovesse esserne ventilata l’ipotesi, non tornerà più al tavolo delle trattative, non dopo l’assassinio della sua Guida Suprema. E un nemico che non ha più nulla da perdere e che ha fatto della retorica del martirio il suo mantra non è un nemico da prendere alla leggera. Sul breve termine, resta da vedere quanto a lungo l’istrice estenderà ancora i suoi aculei e quanti e quali danni essi causeranno. Sul medio, bisogna capire quale sarà il futuro dell’Iran e dei suoi abitanti, i quali potrebbero trovarsi a barattare un regime criminale e sanguinario per un una stagione di instabilità generalizzata e non meno cruenta. Nel frattempo, la più grande potenza della storia dell’umanità continua a procedere a tentoni e sull’onda dell’emozione, ben lontana da quella raffinatezza strategica che la pose dove si trova oggi.




