Stati Uniti e Israele hanno colpito direttamente il cuore politico-militare dell’Iran, inaugurando un confronto aperto con una grande potenza regionale. L’operazione del 28 febbraio segna un salto di qualità strategico, con Washington e Tel Aviv che continuano a colpire obiettivi militari e infrastrutturali iraniani, mentre Teheran risponde con missili, droni e attacchi indiretti contro Israele, basi americane e alleati regionali, con una moltiplicazione dei fronti che dal Golfo arrivano fino al Libano, al Mar Rosso e persino a Cipro, dove una base britannica è stata colpita da droni iraniani.
Il quadro resta ancora incerto, e la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, pur avendo aperto una fase di transizione interna senza precedenti, ancora non sembra aver dato il via allo sperato regime change. L’Iran, intanto, ha annunciato che non intende negoziare sotto pressione militare. Parallelamente, l’amministrazione statunitense sostiene che la campagna potrebbe durare “quattro settimane”, senza escludere ulteriori operazioni. Resta incerto anche l’obiettivo finale della campagna militare: l’assenza di un chiaro endgame lascia dubbi sui risultati possibili di questa escalation, mentre cresce il timore di un conflitto lungo, con conseguenze economiche e politiche globali.
Dalla guerra limitata al confronto diretto
Per comprendere la situazione attuale è necessario partire dal 2025. Dopo anni di tensioni, l’estate scorsa aveva già visto uno scontro diretto tra Iran e Israele, culminato in una breve ma intensa guerra aerea e missilistica, seguita da un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e da attori regionali. All’inizio del 2026, Washington e Teheran avevano riaperto canali negoziali, con la mediazione dell’Oman. Le trattative mostravano segnali di progresso, ma senza un vero accordo. Le divergenze su missili balistici, verifiche e sanzioni restavano profonde, mentre nel frattempo la pressione militare cresceva. La svolta è arrivata il 28 febbraio, quando Israele, con il sostegno operativo degli Stati Uniti, ha lanciato un attacco preventivo contro obiettivi militari iraniani. L’operazione, pianificata da mesi, è stata presentata come necessaria per impedire un salto di qualità del programma atomico di Teheran. Il punto più dirompente è stato la decapitazione della leadership iraniana: il raid ha colpito il vertice politico e militare, portando all’uccisione di Khamenei.
L’escalation: missili, proxy e petrolio
La risposta iraniana è stata immediata e su scala ampia. Missili e droni sono stati lanciati contro Israele e contro installazioni statunitensi nei Paesi del Golfo, segnando una rottura con la strategia di deterrenza calibrata adottata in passato. Parallelamente, attori non statali legati a Teheran sono entrati in campo. Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi dal Libano, riaprendo un fonte mai chiuso veramente. Il risultato è una crisi si riversa anche sull’economia. Le rotte energetiche che passando per lo Stretto di Hormuz sono diventate un obiettivo strategico, con l’Iran che ha dichiarato non navigabile il braccio di mare, provocando un drastico calo del traffico marittimo e un immediato impatto sui mercati energetici globali, con rialzi del prezzo del petrolio e timori di shock economici.
Speciale Iran
In questo contesto che Beemagazine avvia lo Speciale Iran, un ciclo di analisi, approfondimenti e riflessioni che nei prossimi giorni ospiterà contributi di esperti, analisti, accademici e militari. L’obiettivo è offrire chiavi di lettura, comprendere le dinamiche, le strategie regionali, le implicazioni per la sicurezza europea, le prospettive di negoziato e i possibili scenari futuri del conflitto.




