Sigonella, Crosetto dice no agli Usa. E ora?

L’Italia nega la base agli aerei Usa diretti in Medio Oriente. Una scena già vista quarant’anni fa, ma oggi il contesto è più vasto: da Madrid a Londra, l’Europa prende le distanze da una guerra che non ha voluto e non riconosce come propria. E Washington si ritrova a combattere un conflitto logorante, lontano e sempre più costoso

Qualche giorno fa, mentre alcuni asset aerei statunitensi erano già in volo verso la Sicilia, il capo di stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha ricevuto una comunicazione inattesa: gli americani intendevano atterrare a Sigonella per poi ripartire verso il Medio Oriente. Nessuna richiesta preventiva, nessuna consultazione con i vertici militari italiani. Il piano è stato notificato a cose fatte. Le prime verifiche italiane hanno accertato che gli aerei non facevano parte di voli normali o logistici e, quindi, non rientravano nel trattato stipulato tra Usa e Italia. Portolano ha informato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha detto “no”. Su mandato diretto del ministro, il generale Portolano ha quindi informato il Comando Usa della decisione presa.

Il fatto in sé, rimasto riservato per qualche giorno ed emerso solo oggi, non mette in discussione l’alleanza atlantica, che rimane il quadro di riferimento irrinunciabile della politica estera italiana, ma segnala come il governo Meloni intenda tenere distinte le obbligazioni derivanti dai trattati dalle scelte operative di una guerra a cui l’Italia non intende partecipare. Crosetto aveva già dichiarato di voler sottoporre al parlamento qualsiasi richiesta di autorizzazione sull’utilizzo delle basi militari da parte degli Stati Uniti: un passaggio non obbligatorio, ma che il governo ha scelto di adottare vista la delicatezza del tema.

Il precedente di Sigonella

Chi ha memoria storica non può non avvertire una risonanza con un episodio avvenuto quarant’anni fa su quello stesso asfalto. Era il 10 ottobre 1985 quando il governo di Bettino Craxi si trovò al centro di una crisi diplomatica senza precedenti: i dirottatori palestinesi dell’Achille Lauro, trasportati su aerei egiziani, furono intercettati dall’aviazione Usa e fatti atterrare a Sigonella senza il permesso delle autorità italiane. Gli avieri della VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e i carabinieri di stanza all’aeroporto circondando l’aereo. Pochi minuti dopo atterrarono – a luci spente e senza permesso della torre di controllo – anche due Lockheed C-141 Starlifter della Delta Force statunitense. La tensione salì quando gli incursori americani, armi in pugno, circondarono gli avieri e i carabinieri della base, ma a loro volta furono circondati con le armi puntate da un secondo cordone di carabinieri, nel frattempo arrivati dalle caserme di Catania e Siracusa. Craxi tenne il punto: la sovranità italiana non era negoziabile, nemmeno sotto pressione della Casa Bianca di Ronald Reagan. Di fronte all’arrivo di ulteriori rinforzi italiani, gli americani dovettero cedere e rientrare in patria. Quella vicenda costò a Craxi aspre tensioni con Washington, ma rimase uno dei rari momenti in cui la politica italiana seppe tenere la schiena dritta di fronte all’alleato più potente. Il caso di oggi ha una geometria diversa — non c’è un confronto teso tra i due alleati — ma alcune caratteristiche sono simili: un alleato che si aspetta l’uso di una risorsa strategica senza passare per i canali previsti, e un governo italiano che sceglie di far valere le proprie prerogative.

L’Europa e la guerra di Trump

L’Italia non è sola. La Spagna non ha solo negato l’uso delle basi militari di Rota e Moron, ma ha chiuso il proprio spazio aereo agli aerei coinvolti nell’operazione militare contro l’Iran. Pedro Sánchez ha parlato di una guerra priva di copertura giuridica internazionale, senza mandato Onu, Nato o Ue. Il divieto spagnolo è totale: riguarda i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti e quelli di supporto logistico. Secca la replica della Casa Bianca: “Le Forze armate degli Stati Uniti stanno centrando o superando tutti i loro obiettivi nel quadro dell’operazione Epic Fury e non hanno bisogno dell’aiuto della Spagna né di altri”.

Il premier britannico Keir Starmer ha adottato una postura analoga, sebbene con toni più cauti. “Questa non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare dentro. La mia posizione e quella di questo governo non cambia, a prescindere dalla pressione nei nostri confronti”, ha dichiarato Starmer, in un momento in cui le critiche americane al tardivo e limitato sostegno di Londra alle operazioni si erano già fatte sentire. La Francia, intanto, si muove su un binario diverso — è impegnata sul fronte Unifil e ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza Onu dopo la morte di tre caschi blu nel sud del Libano — ma non ha espresso sostegno attivo alle operazioni militari.

La complessità operativa e il peso della distanza

Sul piano strettamente militare, la decisione italiana non modifica la capacità statunitense di condurre l’operazione. Washington dispone di una proiezione di potenza di scala globale, tra portaerei, bombardieri strategici B-2 capaci di volare oltre trentamila chilometri senza scalo, rifornimento in volo, basi nel Golfo. In un mese di conflitto con Teheran, le forze americane hanno colpito oltre diecimila obiettivi, attacchi volti a degradare le capacità offensive del Paese.

Tuttavia la questione del costo, anche strettamente in termini economici, sta emergendo con forza come uno dei vulnus più gravi dell’operazione statunitense. La geografia pesa. L’Iran dista migliaia di chilometri dalle basi continentali americane. Sigonella, Rota e Moron, e le basi europee e mediterranee, sono punti di appoggio strategico fondamentali, capaci di ridurre i tempi e i costi operativi, di alleggerire la catena logistica, di consentire rotazione più rapida degli asset. Perdere questi appoggi non azzera le capacità americana, ma rende la guerra più faticosa e più costosa.

A complicare ulteriormente il quadro è la risposta iraniana. Le basi americane nel Golfo hanno subito attacchi, con l’Iran che ha colpito con droni e missili obiettivi in Kuwait e negli Emirati, mantenendo una pressione costante sulle vie di rifornimento. Il pedaggio richiesto alle navi che vogliono transitare nello Stretto di Hormuz rientra in questa controffensiva economica lanciata da Teheran. La Guardia rivoluzionaria, pur confermando la morte del comandante della propria Marina, ha anche dichiarato di mantenere il controllo operativo sullo Stretto. Un segnale che registra la capacità iraniana di non dipendere troppo dalle sue figure apicali e di essere in grado di proseguire anche decapitata e che evidenzia un falla nella dottrina statunitense che, almeno nelle prime fasi del conflitto, è stata tutta orientata a colpire i vertici politico-militari iraniani.

Il conflitto, proiettato a migliaia di chilometri dal proprio territorio nazionale, condotto con basi avanzate sotto pressione nemica, senza il supporto logistico degli alleati, con un passaggio vitale dell’economia globale bloccato e i mercati energetici in fibrillazione, è un conflitto che si può vincere militarmente (la potenza americana è fuori discussione) ma i cui costi crescenti, politici ed economici oltre che umani potrebbero far pendere la bilancia a favore dei difensori.

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