Lorenzo Guerini, lodigiano, ex vice-segretario del Pd e ministro della Difesa nei governi guidati da Giuseppe Conte (il secondo) e da Mario Draghi, oggi è presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Con BeeMagazine ragiona a tutto campo delle due guerre in corso, del futuro della Nato e della difesa europea, delle prove di nuovo ordine mondiale in corso alla corte di Xi Jinping.
Partiamo dalle spese necessarie per aumentare i contributi dell’Italia alla Nato. Non si può più demandare la sicurezza europea agli USA, ma il 5% del Pil chiesto da Donald Trump è realistico? Sul punto lei sta con il ministro della Difesa Guido Crosetto o con il suo più cauto collega Giancarlo Giorgetti? Come si trovano i soldi?
Io sto con la serietà. Il 5%, così come frettolosamente deciso all’ultimo summit Nato, mi è parso più rispondere ad un’esigenza comunicativa di Trump che a una reale valutazione delle esigenze di investimento. Ciò detto è innegabile che la spesa per la difesa da parte dei Paesi europei debba crescere: da un lato per coprire esigenze evidenti, come ad esempio la difesa anti-missile e anti-drone, il trasporto strategico, lo spazio e la cyber-sicurezza, dall’altro per dare concretezza alla più volte declamata autonomia strategica europea. Ecco, compatibilmente alle nostre capacità di spesa, senza trucchi o ritardi, l’Italia mi auguro segua una strada di serietà e responsabilità.
La guerra in Ucraina prosegue. Il presidente francese Macron ha voglia di protagonismo o una futura forza di peacekeeping Ue è l’unica vera garanzia di sicurezza, con buona pace degli “osservatori” cinesi che vorrebbe Mosca?
Guardi io la penso così. La pace purtroppo non mi sembra immediata, perché Putin non la vuole. Per prima cosa bisogna quindi continuare a sostenere concretamente ed efficacemente l’Ucraina che sta combattendo eroicamente per la sua libertà. Poi bisogna tenere alta la pressione diplomatica sulla Russia affinché si impegni ad un negoziato sincero e serio. Le garanzie di sicurezza future per l’Ucraina saranno parte di questo negoziato e dovranno essere solide, credibili ed efficaci. Con le modalità che Ucraina ed Europa, ed anche gli Stati Uniti, decideranno insieme. Oggi la discussione è utile ma immaginare l’esito sarebbe prematuro. Perché prima ci vuole una pace vera.
La formula che propone Giorgia Meloni di un simil-articolo 5 della Nato può funzionare o è troppo debole perché nessun Paese si impegnerebbe a fondo?
Per funzionare ha bisogno di credibilità. Ecco, in alcune affermazioni dei giorni scorsi del governo, non sono riuscito a capire che impegni esso intenda assumere per il futuro. Capisco gli equilibri politici interni ma la serietà di un Paese si vede in questi passaggi storici e non può essere subordinata a ai sondaggi o alle preoccupazioni elettorali. La solidità delle garanzie di sicurezza future per l’Ucraina è determinante per il buon esito del negoziato, non ci possono essere ambiguità.
È davvero possibile una difesa e sicurezza Ue sganciata dagli Usa? E quanto tempo ci vorrà per realizzarla?
Mi auguro di no, perché il rapporto transatlantico è un pilastro della nostra sicurezza. Spero si superino le grandi criticità di questi mesi, a partire dalla questione dei dazi, tra le due sponde dell’Atlantico, ma molto dipende da Trump e dalle sue scelte. Anche sul conflitto in Ucraina, che in questi mesi hanno avuto passaggi scoraggianti. Vedremo. Dopodiché se l’Europa vorrà essere protagonista dell’ordine internazionale che verrà non potrà prescindere da scelte coraggiose, anche nel campo della politica di difesa e sicurezza. Investendo di più, spendendo meglio, costruendo una base tecnologica ed industriale comune nel campo militare. Insieme a molto altro: riforma dei processi decisionali, maggiore forza politica alle istituzioni europee, consapevolezza che da soli, inteso come singoli Stati europei, non si va da nessuna parte.
Anche sulla guerra a Gaza l’Ue è divisa. Il nostro governo è troppo timido? L’Italia ha una storica relazione con i palestinesi, a partire dai tempi di Bettino Craxi, anche per ovvi motivi geopolitici. Essere gli ultimi a spendersi per il riconoscimento dello Stato di Palestina ci penalizzerà?
Tutta l’Europa è stata troppo timida. E l’Italia tra i più timidi. Riconoscere oggi, in questo momento, lo Stato di Palestina non risolve la guerra ma è un fatto politico e simbolico rilevante. E le titubanze del governo non sono, francamente, comprensibili. A Gaza sta avvenendo da mesi una carneficina inaccettabile, che coinvolge soprattutto la popolazione civile che sta patendo enormi sofferenze. E questo è moralmente inaccettabile. Ma anche politicamente le politiche di Netanyahu e della destra ultra-religiosa israeliana stanno realizzando un duplice disastro: affossare l’idea dei due popoli-due Stati e nel contempo isolare Israele nell’opinione pubblica internazionale. E ciò può purtroppo rafforzare ulteriormente l’antisemitismo che è tornato a soffiare drammaticamente nel nostro continente.
Tel Aviv non ascolta nessuno, nemmeno Washington. Chi può intervenire?
Tutto ciò che ho detto prima rischia di far dimenticare che la prima causa di ciò che stiamo vedendo è stata la vergogna perpetrata da Hamas il 7 ottobre, con la sanguinaria azione terroristica che ha sconvolto la società israeliana. Di fronte a tutto ciò Italia ed Europa devono uscire dallo stato di stordimento in cui sembrano essersi perse e agire perché si giunga alla conclusione del conflitto, alla liberazione degli ostaggi e alla ricostruzione, ancorché minima, delle condizioni di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.
Il vertice di Tianjin prima e la parata di piazza Tienanmen poi rappresentano una sfida aperta della Cina a Trump. Siamo alla vigilia di un nuovo ordine mondiale e alla fine dell’Occidente per come lo abbiamo conosciuto finora?
Il pericolo della fine dell’Occidente nel senso che lei dice rischia – ma mi auguro non avvenga – di essere decretato da Trump. La sfida di attori sempre più determinati, spesso retti da regimi autocratici, deve essere raccolta dall’Occidente con uguale determinazione e anche con lucidità e intelligenza. L’ordine internazionale, per natura sempre precario, che conoscevamo è andato in crisi e chi è, o aspira ad essere, un attore globale vuol contribuire all’ordine che verrà. L’Europa dovrà essere al tavolo se non vorrà essere nel menù. Con una forza credibile al servizio della propria idea che l’ordine potrà essere meglio garantito da un sistema che rilanci il multilateralismo, che preveda organizzazioni internazionali efficienti per prevenire i conflitti, che sancisca il valore del diritto internazionale e del rispetto della libertà dei popoli.
Ha suscitato molte polemiche la presenza a Pechino di Massimo D’Alema. Lei come la giudica?
Non la giudico. Ognuno fa quel che ritiene giusto, o utile. Sarebbe facile fare battute ma voglio prenderla seriamente. Non contesto il principio che dobbiamo parlare con tutti e non solo con i nostri “amici”, questo è ovvio. Ma c’è in gioco il valore simbolico di quella parata militare, il messaggio al mondo che ha rappresentato. E questo non è secondario nella valutazione politica che ognuno può fare. Certo è che la compagnia mi è sembrata un filo imbarazzante.




