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Robot ed etica: dieci anni dal “future of life institute”

Oggi siamo sempre più vicini a un’intelligenza artificiale (AI) in grado di assumere iniziative, portare avanti uno scopo e fornire soluzioni in ambito lavorativo, medico e sociale. Molti esperti, coadiuvati da sociologi ed economisti, si riunirono nel 2014 per stabilire delle regole e per orientarsi nel campo dell’intelligenza artificiale. Il risultato fu la nascita del Future of Life Institute, questo il nome del “patto” firmato da molti magnati della new technology, tra i quali Elon Musk e Stephen Hawking. A dieci anni da quelle firme, una serie di iniziative di confronto hanno dato il via al biodiritto. I temi trattati? Bioetica e neuro-scienze. «Che ne è del diritto mentre la tecnica s’impossessa del nascere e morire umano?». La domanda posta da Natalino Irti, avvocato e membro dell’Accademia dei Lincei, nel libro “Il diritto nell’età della tecnica”, conduce direttamente al cuore del problema. Il giurista che tratta questioni inerenti all’AI non può fare a meno di confrontarsi con tutte le figure professionali. L’intelligenza artificiale è una materia necessariamente interdisciplinare. Nel 2017, ad Asilomar (California), si è arrivati a una carta comune “Asilomar AI Principles” che stabilisce il principio fondante che: l’AI deve essere “benefica” e non priva di controllo. La questione etica su quest’ultima definizione però sembra impattare con lo sviluppo tecnologico stesso. Anche perché «Quella delle macchine non sembra essere una marcia trionfale allaconquista del Pianeta», spiega Douglas Heaven, editore della rivista MIT Review (Massachussets Institute of Technology). Il passato e il presente della robotica sono costellati da piccole difficoltà quotidiane che i robot faticano a superare. «Per capire qual è il futuro degli automi con intelligenza artificiale, dobbiamo seguirli proprio in queste difficoltà», continua Heaven. Fu lo stesso Galileo per primo a capire quanto la meccanica possa essere una scienza esatta per la quale i risultati del progresso tecnologico

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Sono un bambino cresciuto con il mito dei supereroi e dei fumetti

Il Romics, attesissimo evento per appassionati ed editori, si è appena concluso e ha messo in mostra ancora una volta i personaggi mascherati della nostra infanzia. Chi non ha nel cuore un cartone animato o nel cassetto un “numero”, magari inedito o ancora incellofanato con i super eroi preferiti? Dai primi della DC COMICS, ai più recenti MARVEL, tutti i protagonisti, che hanno acceso la fantasia, vengono da realtà di anonimato per poi diventare idoli delle folle. Nati per divertire i ragazzini e stimolare l’immaginazione su mondi paralleli, stelle lontane e super poteri, hanno insegnato anche la scienza. Ma oggi queste figure sono messe in ombra da antagonisti più complessi: “gli eroi oscuri”. Figure con problematiche evidenti, spesso distaccati dalla vita reale. Anime cupe che combattono contro i loro fantasmi. Forse sono le immagini del mondo moderno disincantato, sicuramente molto lontani dai nostri supereroi mascherati Negli ultimi decenni, la figura dell’anti-eroe, spesso più popolare del suo antagonista “buono”, è diventato il paradigma per giovani e adulti. Come ci ricorda Alan Moore, padre tra gli altri dei Watchmen e V for Vendetta: «L’enorme popolarità dei supereroi e l’infantilizzazione della società sono sintomi dello stesso male: il rifiuto della realtà e il desiderio di soluzioni semplicistiche e sensazionalistiche». I supereroi furono inventati nei tardi anni ’30 per i bambini; ma se provi ad adattarli ai canoni di oggi, e degli adulti, diventano grotteschi. Facciamo un passo indietro nel tempo. Gli eroi ci sono sempre stati, e naturalmente dalle prime forme di racconto si sono evoluti. Tranne alcuni alieni, come Superman, o Silver Surfer, gli altri personaggi hanno acquisito poteri fantastici da eventi casuali o dovuti ad esperimenti scientifici. Paladini del bene contro il male, mettono in luce il riscatto dell’uomo semplice che può salvare il mondo diventando esempio per i ragazzi. Spiderman,

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I pittori del futuro si affidano alla scienza: ecco la “new media art”

Uno studio condotto da Chan San To, dell’Università di Okinawa in Giappone, ha analizzato le opere della cosiddetta arte “dendritica” (simile appunto al sistema neurale), la cui maggiore esponente oggi è Akiko Nakayama. La ricerca ha analizzato in dettaglio i vari aspetti legati a questa tecnica artistica: «Perché dovremmo limitare la scienza al solo progresso tecnologico?», ha commentato Chan. È tutto merito della dinamica dei fluidi. Per creare narrazioni visive accattivanti gli artisti sfruttano una tecnica sorprendente: un insieme di miscele di inchiostro e isopropanolo sopra la vernice, così da produrre intricati motivi simili ad alberi. Analizziamo meglio il fenomeno. I ricercatori si sono concentrati in particolare sulla meccanica delle goccioline composte da inchiostro e alcol. Queste, dopo l’evaporazione dell’alcool, subiscono varie forze, soprattutto la tensione superficiale. Ovvero le molecole tendono ad andare verso l’esterno della goccia, essendo maggiore l’attrazione scaturita dalla differenza di tensione tra il centro e il margine (effetto Marangoni), generando linee e strisce. Queste formeranno appunto schemi ramificati del tutto simili alla rete neurale, ai rami di alberi o forme lineari precise e simmetriche. «Mi piace esplorare il potenziale di questi fenomeni anche per guidare l’innovazione artistica» continua Chan. In realtà già artisti del calibro di Jackson Pollock, nei primi anni ’50, avevano attinto alla scienza, soprattutto dei frattali (oggetto geometrico si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse). Oggi però Akiko Nakayama con le sue forme “oniriche” e del tutto innovative ha riscritto questo genere di forma d’arte. Infatti è una pittrice che raffigura la bellezza di trasmettere la metamorfosi energetica. Dà vita al dipinto combinando l’energia del movimento e la vivacità dei colori. Descrive la corrispondenza tra forme utilizzando diversi tipi di liquidi, ciascuno con una caratteristica unica. Le parole di Eliot Fried coautore dello studio spiegano meglio il progetto: «Nel

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Basta invecchiare! il futuro dell’uomo è nelle cellule immunitarie

La ricerca della fonte dell’eterna giovinezza sembra essere giunta ad un punto di svolta. Non dobbiamo cercarla in paesi remoti o paradisi artefatti, come ci raccontano i film, ma dentro il nostro DNA. Almeno è quello che ci dicono gli scienziati americani del Cold Spring Harbor di New York. Gli autori di una scoperta scientifica che sembra essere la svolta nella cura di malattie della vecchiaia, ringiovanimento delle cellule e ritardo nell’invecchiamento. Topi anziani che ringiovaniscono e giovani cavie che invecchiano più lentamente. In mezzo tutte le possibilità di curare molte malattie. Sembra quasi un manifesto di quella corrente che sta tornando di moda oggi: il transumanesimo, ma in realtà è già in fase di sperimentazione almeno sulle cavie da laboratorio, con risultati decisamente promettenti. Le responsabili di questo processo sono le cellule delle difese immunitarie, in particolare i “soldati” del sistema immunitario: i linfociti T. Oggi le cure per ritardare l’invecchiamento cellulare ci sono, ma sono lente e poco efficaci in fase avanzata. Modificare questi linfociti con recettori CAR (i recettori utilizzati per riconoscere le cellule tumorali) provoca come dimostrato in laboratori effetti insperati. Ritardi nell’invecchiamento delle cellule morenti, metabolismo ottimizzato, calo del peso e di conseguenza una vita più sana. «Nessun’ altra terapia in questo momento può farlo», ha commentato Corina Amor Vegas, coordinatrice del progetto di ricerca. Anche una sola dose infiltrata dopo modificazione genetica può indurre risposte permanenti nel tempo. Ma come diceva Gramsci, «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Infatti già oggi una “pseudo religione” come il transumanesimo sta di nuovo facendo adepti. Capire come cavalcare una scoperta di questo genere diventa un punto dirimente per la scienza. Porre confini alla ricerca scientifica? Cercare di ingannare la morte? Modificare geneticamente il DNA? Non ci

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Orizzonti

La donna “ibrida” del paleolitico: dal passato le nostre origini sapiens

La donna “ibrida” è realmente esistita, ha 60 mila anni e alla sua morte godeva di ottima salute. È la notizia del momento in ambito archeologico, antropologico e soprattutto scientifico. Nel corso di questo anno sono stati ritrovati resti di una donna con tratti somatici e fisici comuni tra i Neanderthal e i Sapiens. Dalla famosa grotta dei Guattari, sotto il promontorio del Circeo, sono emerse infatti parti dello scheletro di diversi ominidi e in particolare un teschio ha suscitato la curiosità dei ricercatori. «Effettuare la ricostruzione dell’identikit della donna e cercare di scoprire quale sia stato il suo stile di vita partendo da pochi reperti è stata una esperienza molto emozionante», ha dichiarato Francesco Di Mario, responsabile scientifico che ha coordinato lo studio per la Soprintendenza per l’Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle provincie di Frosinone e Latina. L’evoluzione della specie umana è di nuovo sotto i riflettori. La storia risale a circa 60 mila anni fa. In quel periodo le popolazioni nomadi dei Neanderthal e poi, i loro successori i Sapiens, dominavano i continenti. Almeno è quello che si pensava fino ad oggi. Ma questa donna, alta 1 metro e mezzo e del peso di 50 chilogrammi, ha riscritto la storia dell’antropologia. La sua struttura ossea è esattamente un “incrocio”. Il suo cranio e parte dello scheletro presentano un’ibridazione del 4% per le due etnie. Fisicamente prestante, gambe e spalle possenti, come i Neanderthal e il cranio sviluppato verso i Sapiens. Una scoperta che ha permesso di riscrivere le conoscenze e le ipotesi circa la separazione delle due popolazioni e la sequenza di evoluzione delle stesse.         La fama della grotta dei Guattari è ben nota alle cronache. Infatti la location è stata teatro di ritrovamenti risalenti al tardo Paleolitico. Nel 1939 un gran numero

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Supernova

“La grande bellezza”: le aurore boreali del 1872 e 2023 eventi spettacolari o un pericolo da tener presente?

Anche nelle tempeste si può trovare uno spunto di meraviglia.         Durante i primi giorni di Novembre di quest’anno si è verificata la più grande tempesta geomagnetica mai osservata dal 1872. Alzando gli occhi al cielo abbiamo potuto ammirare delle magnifiche aurore boreali sui cieli di molte città, anche italiane. L’evento, unico nel suo genere per la visibilità anche alle basse latitudini, ha destato notevole interesse nel mondo scientifico. Gli astrofisici hanno studiato le macchie solari analizzando così l’eventuale rischio per le apparecchiature elettroniche. Ma c’è da tener presente che il fenomeno di quest’anno non è stato nemmeno lontanamente paragonabile a quello avvenuto nell’Ottocento. Allora lo spettacolo fu visibile anche nelle regioni sub-tropicali. La tempesta geomagnetica “perfetta” fu indubbiamente quella del febbraio 1872. Gli effetti riguardarono l’intero globo terrestre con aurore boreali osservate anche in località prossime all’equatore, quali Bombay e Khartoum. La tempesta causò interruzioni massicce di corrente elettrica. Quindi un evento di portata maggiore cosa potrebbe causare alle tecnologie moderne? «Il verificarsi di tre super-tempeste di questo tipo dimostra che la minaccia per la società moderna è reale […]», come ha sottolineato il professore Hisashi Hayakawa, dell’istituto di Nagoya capofila di uno studio internazionale.         Infatti per rispondere a questa domanda, nel 2023, un gruppo di ricerca ha analizzato i documenti risalenti all’ ‘800. 22 ricercatori di 16 istituti di 9 nazioni, tra cui anche l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), hanno ricostruito l’origine di quella tempesta nell’atmosfera solare e gli effetti a terra. Lo studio ha enfatizzato il problema che il Sole sta cambiando. Si sta avvicinando al massimo del ciclo di sviluppo che è previsto tra il 2024 e il 2025. Inoltre la nostra galassia sta lentamente giungendo al termine della sua espansione. Questi due eventi associati possono generare danni irreparabili non

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Supernova

Scienza e guerra, il manifesto di Erice (1982-2023). “Affinché le guerre in corso non fermino il dialogo fra gli scienziati”

Sapete cosa hanno in comune Paul Dirac (padre della teoria atomica), Piotr Kapitza (prime teorie sull’energia atomica) e Antonino Zichichi (studi sulle particelle elementari)? Oltre ad essere premi Nobel e il fisico italiano membro della NATO per la tecnologia di disarmo, sono i firmatari di una “carta” che ha segnato un’epoca.         Nel 1982, nella città siciliana, i tre redassero il Manifesto di Erice che prese le distanze dalla guerra fredda e sancì l’indipendenza della scienza da finalità belliche. E a distanza di 40 anni si legge, nell’ addendum pubblicato lo scorso l’11 novembre scorso, l’appello: “affinché le guerre in corso non fermino il dialogo fra gli scienziati, né la cooperazione nella scienza”. Correva l’11 novembre 1982, e presso la Ettore Majorana Foundation and Center for Scientific Culture, fondato dallo stesso Zichichi, ci fu l’incontro tra i padri del Manifesto di Erice. Ne uscì un programma che già dalle prime righe faceva intuire la forza e la risolutezza con le quali furono pensate e scritte queste parole: “La tecnologia è lo studio di come la potenza dell’uomo può essere aumentata. La tecnologia può avere scopi di pace e di guerra. La scelta […] non è di natura scientifica, ma culturale. La cultura dell’amore produce strumenti di pace. La cultura dell’odio strumenti di guerra”. La scienza deve porsi come veicolo di pace e di collaborazione tra popoli e tra governi, occorre che la scienza riaffermi l’indipendenza e la neutralità. Le finalità politiche o strumentali che tirano per la manica il camice degli scienziati non devono influire sul dialogo costruttivo tra la scienza, la società civile e quella decisionale. Inoltre le relazioni internazionali non possono fare a meno del parere del mondo scientifico, perché il fine ultimo è sempre il bene dell’umanità. Ricordandoci che la scienza ci insegna lo

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“Generazione z” e psicofarmaci: nuovo sballo o fuga dalla vita reale?

Intervista a Tomaso Poliseno: L’assunzione di farmaci senza prescrizione medica tra gli adolescenti è un dato reale da tenere sotto controllo. In Italia Il 12% ha assunto psicofarmaci senza prescrizione medica, il 7% tra i ragazzi e il 17% tra le ragazze (dati Espad). La prevalenza nelle ragazze è preoccupante. Il ruolo dei social. Urgono campagne di informazione e di educazione per sensibilizzare sui rischi.

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IgNobel, i premi per la scienza divertente, a volte irriverente

Quando gli scienziati famosi e le università più prestigiose riescono a ridere di se stessi allora nascono realtà divertenti come questi premi. Nel mese di Ottobre sono stati assegnati i più prestigiosi premi Nobel, dove spiccano su tutti quelli per la medicina. Parallelamente all’evento per eccellenza, si sono assegnati anche i riconoscimenti per le scoperte più curiose e divertenti: gli IgNobel. Le categorie vincenti sono state per gli scienziati che leccano le rocce, la sessualità delle acciughe e la scoperta di come possono essere utilizzati i ragni morti. Oggi una sola persona ha vinto sia il premio IgNobel  sia il premio Nobel. Si tratta di Andrej Gejm per la dimostrazione della rana volante. Frutto delle ricerche condotte sulla levitazione diamagnetica. La prima edizione dei premi IgNobel si tenne nel 1990. Siamo arrivati infatti alla trentatreesima edizione, ma il motto rimane sempre quello: “la scienza che prima fa ridere e poi pensare”.  Sponsorizzati dalla rivista scientifica-umoristica statunitense Annals of Improbable Research (AIR), i premi IgNobel sono presentati al pubblico nel corso di una cerimonia di gala che si tiene nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard. Ovviamente la popolarità e l’importanza del fratello maggiore, il Nobel, non ha eguali. Questa edizione in particolare ha visto la vittoria dei due medici Katalin Karikò e Drew Wiessman, per le loro ricerche sulle modificazioni dell’RNA. I loro risultati hanno aperto le porte all’utilizzo degli mRNA (RNA messaggeri) come agenti terapeutici, consentendo innanzitutto la messa a punto dei vaccini contro SARS-CoV-2. Ma anche i fratelli minori giocano un ruolo importante nella comunicazione della scienza, vista come uno spunto per “giocare e ridere”, e magari non prendersi troppo sul serio. Come hanno fatto gli assegnatari dei premi di quest’anno: SESSO TURBOLENTO. Bieito Fernández Castro, dell’Università di Southampton (Regno Unito) per aver dimostrato che l’attività sessuale delle acciughe, che si riuniscono ogni notte al largo delle coste galiziane,

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Base Cento

Fast fashion: nuove tendenze ma si rischia la bomba ecologica.Fino al 2020 il settore tessile ha raggiunto il livello di terza fonte di degrado delle risorse idriche

Il nuovo mercato della moda è ormai sbarcato sulle piattaforme di vendita on-line già da qualche anno, incrementando i guadagni per le aziende soprattutto dell’estremo oriente. L’industria tessile è uno dei settori meno sostenibili al mondo, e se lo incentiviamo anche con la smania dell’acquisto fashion a basso costo, allora s’innesca una bomba ecologica mai vista prima. La crescita della “moda veloce” porta le nuove tendenze a un numero maggiore di consumatori a un ritmo più rapido rispetto al passato. L’acquisto su piattaforme dedicate permette agli amanti della moda mordi e fuggi di acquistare, a poco, capi quasi identici ai marchi più famosi. La spesa è poca, ma l’inquinamento, il mancato riciclo e la manodopera “da fame” sono carissimi. La “fast fashion” si basa sulla produzione di massa a prezzi bassi e volumi di vendita elevati, così la maggior parte delle microplastiche derivanti dai tessili viene rilasciata durante la fase di primo lavaggio industriale. Molti ipotizzano che l’utilizzo di tessuti naturali come il cotone sia la panacea dell’industria manifatturiera. Questa pianta però richiede una quantità enorme di sostanze tossiche per la crescita e la produzione intensiva. Senza tener conto che i filati naturali sottraggono territorio per le coltivazioni di sussistenza delle popolazioni locali. I dati e le statistiche hanno poco appeal, soprattutto sul lettore, ma per far capire il rischio che stiamo correndo con questo tipo di economia, allora dobbiamo sciorinare un po’ di numeri. La produzione tessile ha bisogno di utilizzare molto acqua. Si stima (fonte Parlamento europeo) che l’industria tessile e dell’abbigliamento abbia utilizzato globalmente 79 miliardi di metri cubi di acqua nel 2015. Fino al 2020, quando il settore tessile ha raggiunto il primato di terza fonte di degrado delle risorse idriche.  E l’atmosfera? L’industria della moda è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, più del totale

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