Navi della Marina verso Hormuz? Cosa ha detto Crosetto

Il ministro della Difesa annuncia due cacciamine pronti per lo Stretto. Ma dietro la dichiarazione c’è uno spostamento strategico più profondo: l’Europa scopre di avere interessi vitali nel Golfo Persico, e l’Italia torna a parlare da potenza mediterranea

Ventiquattr’ore dopo il vertice di Parigi in cui la premier Giorgia Meloni aveva manifestato la disponibilità italiana a contribuire a un’operazione multilaterale di sminamento nello Stretto di Hormuz, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dettagliato la sostanza concreta di quell’impegno in un’intervista al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat: due navi cacciamine della Marina Militare, già in stato di allerta da venti giorni su sua disposizione, pronte a essere schierate non appena le condizioni operative lo consentano. La condizione è però cruciale: la fine delle ostilità, perché — ha precisato il ministro al Corriere della Sera — “nessuno vuole entrare in una guerra”. La dichiarazione è il segnale più esplicito di un cambio di passo strategico che coinvolge l’intero Europa.

Aspides e la questione del mandato

L’Unione europea sta valutando la possibilità di estendere il mandato della missione navale Eunavfor Aspides fino allo Stretto di Hormuz. La missione, avviata nel 2024 per proteggere le navi commerciali dagli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, ha finora operato nel corridoio Golfo di Aden-Mar Rosso. Il quartier generale operativo è a Larissa, in Grecia, e la missione è stata prorogata fino a febbraio 2027. Ora si discute a Bruxelles se allargarne il raggio d’azione al Golfo Persico e allo stretto che lo separa dal Mare Arabico — un salto geografico di non poco conto.

Estendere il mandato fino a Hormuz richiederebbe anzitutto una decisione formale del Consiglio dell’Unione europea, il che implica il via libera di tutti e ventisette gli Stati membri. A ciò si aggiungerebbero la necessità di ridefinire le regole d’ingaggio, di assicurare una catena logistica adeguata a un teatro operativo più distante. Si tratta di passaggi non automatici, in un’Unione che fatica già a garantire la coesione nelle missioni in essere.

Perché adesso?

Il cambio di impostazione europea segue l’avvio dei negoziati tra Washington e Teheran, che ha modificato il perimetro politico entro cui gli europei possono muoversi senza apparire belligeranti. Finché il conflitto era in fase acuta, qualsiasi proiezione navale europea nella regione rischiava di essere letta come partecipazione diretta a un teatro di guerra. Con l’apertura di un canale diplomatico USA-Iran (per quanto fragile) si è aperta una finestra per una presenza multilaterale che abbia la funzione di garantire la libertà di navigazione senza sovrapporsi all’azione militare americana.

Crosetto ha dichiarato che le discussioni mirano a consentire all’Unione europea di estendere le operazioni di sicurezza marittima, includendo la protezione dello Stretto di Hormuz. Ma ha anche posto una condizione politica precisa: l’alleanza deve andare ben oltre l’Europa, dato che le economie asiatiche dipendono in misura molto più significativa da quella rotta strategica e dunque devono assumere maggiori responsabilità. È una posizione che riflette la consapevolezza che un’operazione a guida europea, senza il coinvolgimento attivo di Giappone, Corea del Sud, India e Cina, rischierebbe di incontrare resistenze diplomatiche proprio nei Paesi che più dipendono dal transito di greggio e gas liquefatto attraverso Hormuz.

La linea rossa: nessun pedaggio iraniano

Sul piano dei principi, Crosetto ha dichiarato assolutamente inaccettabile l’eventualità che l’Iran imponga commissioni o vincoli al transito nello stretto, ribadendo che si tratta di un passaggio che deve restare libero. Il rischio è quello di creare un precedente pericoloso: altri attori potrebbero seguire l’esempio iraniano, dagli Houthi agli Stati che controllano lo Stretto di Malacca, il Canale di Panama o Gibilterra. La libertà di navigazione è un fondamento dell’ordine economico globale, e cedere su Hormuz significherebbe aprire una breccia in un sistema che regge il commercio internazionale.

La questione parlamentare

Sul piano interno, Crosetto ha auspicato che per la missione ci sia l’egida dell’ONU, ma ha chiarito di non volersi formalizzare se invece ci fossero quarantadue nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace. L’assenza di una risoluzione ONU non è, secondo Crosetto, un veto, purché esista una cornice multilaterale credibile e una delibera parlamentare. Ha precisato di aver già dato disposizione da venti giorni al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due unità cacciamine, ma di non poterle inviare finché non cessano le ostilità.

Il passaggio parlamentare resta però un nodo non risolto. L’Italia ha la propria normativa in materia di impiego delle Forze Armate all’estero, e qualsiasi missione deve passare per un voto delle Camere. Crosetto ha lasciato intendere che, davanti a una missione internazionale di quella portata, i margini per distinguo parlamentari siano politicamente stretti, ma la partita resta aperta.

Le difficoltà strutturali

Al di là della cornice politica, restano sfide operative di prima grandezza. Hormuz non è il Mar Rosso. La distanza dai porti base italiani e dalle strutture di supporto europee è considerevole, e allungare una catena logistica già tesa nella missione Aspides comporta costi e rischi supplementari.

Il teatro del Golfo è poi caratterizzato da una volatilità strutturale che nessun accordo negoziale ha finora dissolto. Crosetto ha riconosciuto che i canali di comunicazione con Teheran esistono, ma ha avvertito che il potere reale è sempre più concentrato nelle mani dei Pasdaran, il che rende il dialogo diplomatico più complesso. Un cessate il fuoco formale non equivale a un teatro sicuro, e questo è il principale rischio operativo di qualsiasi dispiegamento navale europeo in zona.

A ciò si aggiunge il tema della durata. Un impegno prolungato in un’area lontana, con regole d’ingaggio difensive e con la necessità di rotazione delle unità, è sostenibile solo se sorretto da una volontà politica collettiva europea stabile. Questa stabilità potrebbe essere il primo elemento a venire meno quando il contesto geopolitico evolve o quando i costi diventano visibili.

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