Per chi suona la campana francese? I rintocchi del voto di sfiducia a Francois Bayrou, ormai ex premier che ha fatto la scelta kamikaze di sfidare l’Assemblea nazionale anziché farsi grigliare e poi cadere sulla Finanziaria, echeggiano in tutta Europa e oltre l’Atlantico.
La crisi in Francia rimbomba soprattutto a Palazzo Chigi, dove Giorgia Meloni, in cuor suo e anche se non potrà confessarlo, difficilmente sarà contenta. È vero: il gelo con Emmanuel Macron perdura, nonostante periodici tentativi di riavvicinamento gestiti dai rispettivi sherpa. Le distanze sono ampie: le politiche migratorie, le frizioni sui passaggi di clandestini ai confini, il futuro della Libia, i dossier di concorrenza economica. Sull’Ucraina, tuttavia, il protagonismo di “Jupiter” – come ama essere soprannominato il presidente francese – è più un vantaggio che uno svantaggio. Di fronte alla coalizione dei Volonterosi la premier è tiepida. Preferisce i video-collegamenti ai voli di Stato, insiste sul meccanismo simil-articolo 5 della Nato e ripete che peacekeeper italiani non toccheranno mai il suolo di Kiev. Precisazione prematura, come lo è l’insistenza macroniana sull’invio di una missione sul modello Unifil: prima deve finire il conflitto, e Vladimir Putin non ci sente da quell’orecchio. Ma al di là delle differenze e del diverso rapporto con Donald Trump, Francia e Italia sono solidamente schierate a sostegno di Volodymyr Zelensky. E l’indebolimento della prima certo non giova all’azione politica della seconda: il perimetro traballa, le incursioni dei “cavalli di Troia” filorussi in Ue hanno più spazio.
Assai più contento è Matteo Salvini. Intanto, pur essendo vicepremier si considera libero dai vincoli istituzionali che imbrigliano Meloni, e dunque può cavalcare sul piano comunicativo l’assedio a Macron. Del resto, gli aveva già detto di “attaccarsi al tram” sui boots on the ground, incurante della convocazione del nostro ambasciatore a Parigi. Inoltre, se la Corte Costituzionale dovesse accogliere il ricorso di Marine Le Pen contro l’ineleggibilità, la leader di RN sarebbe una candidata forte per le presidenziali del 2027. La figlia di Jean Marie fa parte della stessa euro-famiglia leghista e non manca mai ai raduni salviniani. Non è peregrino per il Capitano – stretto fra il generale Vannacci e i colonnelli veneto-lombardi in subbuglio – sperare in un po’ di gloria riflessa.
Ancora meno contento della premier è Antonio Tajani, ministro degli Esteri che già si trova spesso a rintuzzare le incursioni salviniane nel suo ambito, e fa parte di quel Ppe che esprime due nomi ai quali la crisi francese ha molto incupito la giornata: il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.
Pur già abbondantemente convinto dell’irrilevanza europea, certo non piangerà Donald Trump: ha bullizzato Macron, dandogli del bravo ragazzo che non capisce niente, ma il presidente francese è stato finora l’unico in grado di tenergli testa e di coordinare almeno un abbozzo di politica comune sull’Ucraina. Tuttavia, i colpi di piccone che Washington riserva al rapporto euro-atlantico rischiano di rivelarsi autolesionisti, soprattutto dopo i giorni scorsi di protagonismo cinese. Dal vertice di Tianjin della Shanghai Cooperation Organization alla parata in piazza Tienanmen il messaggio è chiaro: la sfida di Xi Jinping e Vladimir Putin all’ordine mondiale che ha retto dal Dopoguerra a oggi, e soprattutto quella del primo al “nemico americano”, è partita. Ecco perché non è difficile credere che oggi a Mosca (e in parte Pechino) stiano brindando sulla colonna sonora della campana francese.




