Il voto in Ungheria ha consegnato a Péter Magyar e al suo movimento Tisza una vittoria che va ben oltre i confini nazionali. Per la prima volta in quindici anni, Viktor Orbán ha perso la maggioranza parlamentare, aprendo una fase di transizione dalle implicazioni geopolitiche profonde: il riallineamento di Budapest con Bruxelles e la NATO, la rottura con Mosca, il ridimensionamento di un modello illiberale che aveva trovato sponde a Washington, al Cremlino e a Pechino. Ne abbiamo parlato con Federigo Argentieri, docente di scienze politiche alla John Cabot University di Roma e direttore del Guarini Institute for Public Affairs.
Come cambierà l’Ungheria dopo questo voto?
Cambierà sostanzialmente, ma gradualmente. Il fatto che Péter Magyar provenga dalla Fidesz, dove è rimasto fino a un paio d’anni fa, è molto utile e anche promettente: conosce i meccanismi interni e conosce il tipo di situazioni generate dal clientelismo di Orbán. Credo che vorrà dipanare questa matassa e portare l’Ungheria — non è detto che ci sia mai stato un periodo in cui era davvero priva di queste situazioni al limite della corruzione, o addirittura oltre quel limite — verso una condizione di normalità. Una normalità in cui i funzionari pubblici siano responsabili, i poteri separati, il legislativo distinto dal giudiziario, e in cui sia possibile coltivare il proprio passato senza problemi, intrattenere rapporti normali con i Paesi vicini e difendere un paese aggredito come l’Ucraina.
Le velocità con cui si perseguiranno questi fini saranno però diverse. Su alcuni fronti si andrà rapidamente, penso al riannodamento dei fili con Bruxelles, intesa sia come Unione Europea che come NATO, e al ristabilimento di rapporti normali con le due istituzioni. Su altri, come il dipanamento della burocrazia clientelare, si procederà più lentamente, per non suscitare reazioni troppo ostili.
Il nuovo governo farà tabula rasa delle misure di Orbán?
Non subito, e probabilmente nemmeno completamente. L’obiettivo è fare tabula rasa di alcune situazioni, non di tutte. Al Ministero degli Esteri, per esempio, credo si deciderà per un riorientamento completo della politica estera ungherese: ci si assicurerà che il nuovo ministro non mandi rapporti riservati al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov su ciò che viene discusso a Bruxelles (perché questo faceva il ministro uscente). Nei casi più delicati sarà sempre utile muoversi con gradualità, dialogare con le persone coinvolte e fare in modo che non si formi — per usare il caso iracheno come riferimento — una sorta di ISIS orbániano, capace di sabotare il ritorno alla normalità dall’interno.
Una simile normalità è mai esistita negli ultimi trentacinque anni in Ungheria?
A tratti, sì. Anche durante lo stesso primo governo Orbán, a cavallo del secolo, tra il 1998 e il 2002, la situazione era sostanzialmente normale: non c’era questa ossessione. Orbán manteneva le sue posizioni, il Paese si apprestava a entrare nell’Unione Europea dopo l’ingresso nella NATO nel 1999, i rapporti con i vicini, compresa l’Ucraina, erano corretti. Non c’era ragione di sospettare che la situazione sarebbe poi degenerata. Riportare un clima di quel genere, con un governo chiaramente definito, un’opposizione altrettanto riconoscibile, un rapporto normale con la propria storia, con i vicini, con gli alleati, è un obiettivo realistico.
La politica estera orbániana era visibilmente disallineata rispetto agli alleati occidentali. Cosa cambia, anche nei grandi equilibri globali?
Ieri a Budapest sono state sconfitte le tre principali potenze mondiali che avevano puntato su Orbán: gli Stati Uniti in maniera smaccata, la Russia in maniera meno visibile ma più sostanziale, la Cina in modo più distaccato. Sono state sconfitte tutte e tre. Ha vinto invece Bruxelles, per usare le parole di Vladimir Putin la “pigra, pavida Bruxelles, amica dei gay e di tutto ciò che è corrotto in Occidente”, e ha vinto alla grande.
Questo è molto importante, perché apre la via ad altre sconfitte di quel mondo oscuro che si oppone alla libertà e alla democrazia. Spero che a uscirne sconfitto sia anche l’Iran, prima o poi, nel suo perseguimento dell’armamento nucleare e nella sua ferocia repressiva contro il proprio popolo. E poi, in un orizzonte più lontano, scongiurare un attacco della Cina popolare a Taiwan e ottenere il ritiro russo dall’Ucraina.
Può sembrare poco collegato al voto ungherese, ma invece lo è profondamente: quel risultato dimostra che con gli strumenti della democrazia e della trasparenza si possono ottenere risultati eccezionali, di rilevanza mondiale. L’Ungheria, settant’anni dopo essere stata al centro dell’attenzione internazionale, ci è ritornata, e ci rimarrà, secondo me, per un po’ di tempo. Una cosa di cui può andare fiera.




