Le grandi crisi internazionali oggi in corso sono essenzialmente due, ed entrambe presentano un grado elevatissimo di pericolosità. Da un lato c’è l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina; dall’altro, il quadrante mediorientale, che va da Gaza all’Iran e che appare, per molti aspetti, ancora più imprevedibile e meno controllabile.
L’aggressione all’Ucraina ha smentito molte delle convinzioni con cui era stata letta, soprattutto nei suoi primi giorni. Putin riteneva di poter risolvere il conflitto in tempi rapidissimi, contando sul fatto che il mondo occidentale si sarebbe limitato a qualche protesta formale. Così non è stato. E non è stato, innanzitutto, per la capacità di resistenza dimostrata dal popolo ucraino, che si è rivelato un soggetto ben diverso da quello che il Cremlino immaginava. L’Ucraina non è stata il teatro di una «guerra per procura», come si è voluto sostenere in modo strumentale e superficiale. Gli ucraini hanno combattuto e continuano a combattere una loro guerra di difesa nazionale, con determinazione, intelligenza e una crescente capacità tecnologico-militare.
Oggi l’Ucraina non è soltanto il Paese aggredito che resiste. È anche un interlocutore che ha maturato sul campo competenze, strumenti e capacità operative che l’Europa farebbe bene a osservare con molta più attenzione, a partire dal settore dei droni e dell’innovazione militare. In questo quadro, è auspicabile che l’Europa riesca finalmente a esercitare un ruolo più coeso ed efficace, superando paralisi e veti che troppo spesso ne hanno limitato l’azione.
Se il fronte ucraino rappresenta una crisi gravissima, il Medio Oriente appare tuttavia ancora più instabile. Qui è necessario partire da un dato di verità: ciò che è accaduto non nasce da un’iniziativa israeliana o americana, ma dall’attacco di Hamas, ispirato e sostenuto dall’Iran. A partire da quel momento, Israele ha reagito, inizialmente in modo legittimo. Successivamente, però, quella reazione ha assunto tratti che hanno oltrepassato i limiti e che meritano di essere condannati laddove configurano crimini di guerra. Dire questo, tuttavia, non significa cedere a una lettura deformata del conflitto. Parlare di genocidio, in questo contesto, significa usare una categoria impropria e falsificante. Il genocidio è altra cosa: è un progetto sistematico di distruzione di un intero popolo.
L’altro attore decisivo di questa crisi è naturalmente l’Iran, che non può in alcun modo essere sottovalutato. Il regime iraniano presenta da tempo molteplici elementi di pericolosità: la repressione interna, l’uso di forze armate e terroristiche indirette, la disponibilità di missili a lunga gittata, l’ambizione nucleare e l’obiettivo dichiarato di colpire Israele. Di fronte a una minaccia di questa portata, una risposta era inevitabile. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario muoversi con una linea politica chiara, definita, razionale.
È esattamente ciò che è mancato alla presidenza Trump, che si è distinta per un grado di imprevedibilità altissimo e per una pericolosa oscillazione tra muscolarità verbale e assenza di visione strategica. Trump non ha soltanto indebolito il linguaggio della diplomazia: ha colpito alcuni dei fondamenti del sistema di equilibrio istituzionale americano e ha alimentato tensioni con gli stessi alleati europei, dalla Nato ai singoli governi nazionali. In alcuni passaggi, il suo linguaggio è apparso addirittura inaccettabile sul piano politico e civile.
Tutto questo impone una riflessione netta. L’Occidente attraversa oggi una delle sue fasi più difficili, perché si trova a fronteggiare contemporaneamente minacce esterne molto serie e una crisi interna di direzione politica. È proprio in questo passaggio che l’Europa deve ritrovare se stessa. Non può più limitarsi a reagire in ordine sparso, né può restare prigioniera di meccanismi decisionali che paralizzano ogni scelta strategica. Serve un salto di qualità sul terreno della difesa, della politica estera e anche della politica economica.
Anche su quest’ultimo fronte, infatti, la nuova instabilità internazionale impone un ripensamento. I vincoli del Patto di stabilità, così come sono stati concepiti, rischiano di risultare eccessivi in una fase segnata da dazi, tensioni energetiche e ripercussioni economiche globali legate ai conflitti in corso. Un’Europa all’altezza della situazione deve sapersi difendere militarmente, ma anche dotarsi di strumenti economici coerenti con la gravità del momento.
Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che anche in Italia, almeno sui grandi nodi della politica estera, si aprisse uno spazio di convergenza tra maggioranza e opposizione. Le sfide che abbiamo di fronte non consentono letture schematiche né posizionamenti dettati dalla convenienza interna. Richiedono, al contrario, serietà, senso della misura e visione strategica.
Solo un’Europa più unita, più consapevole e più determinata potrà affrontare una stagione internazionale tanto instabile. Ed è solo dentro una cornice europea più forte che sarà possibile, anche nei rapporti con gli Stati Uniti, riportare equilibrio, rigore e razionalità là dove oggi dominano troppe incertezze.




